Intervista alla figlia di Torquato Nanni

tratto da Una città n. 230, aprile 2016

DAVANTI  ALL’AMICO…

Torquato Nanni, primo sindaco socialista dell’Appennino tosco-romagnolo, perseguitato dagli squadristi e confinato, artefice del salvataggio dei generali inglesi rifugiati in montagna, fu dimenticato per più di vent’anni, per via della sua uccisione, alla Liberazione, da parte di un gruppo di gappisti comunisti bolognesi che arrivarono a Malacappa per uccidere Leandro Arpinati, ex gerarca fascista in rotta con Mussolini e ormai passato alla Resistenza. Nella casa in campagna di Arpinati, Torquato Nanni risiedeva da un anno con la famiglia , dopo l’attacco dei repubblichini alla loro casa di Santa Sofia. Per tentare di salvare l’amico a cui era legato dai tempi in cui era un giovane anarchico, fu ucciso a sua volta.

Caterina Nanni, figlia di Torquato, vive a Forlì. Hanno partecipato all’intervista i figli Carlo e Franco Bazzoli.

Vogliamo partire dal momento in cui lasciaste Santa Sofia per rifugiarvi a Malacappa, nella residenza di Leandro Arpinati?
Sì, a Santa Sofia venne ucciso un fascista e immediatamente i repubblichini vennero a casa nostra, cercavano mio padre e mio fratello, che per caso non c’erano, erano andati via da due, tre giorni. C’eravamo mia mamma, io, mia sorella e mia cognata. Misero a soqquadro la casa. Dopo qualche ora partimmo anche noi e saremmo tornati a Santa Sofia solo a guerra ultimata. Andammo a Malacappa, ma non direttamente. Sostammo prima in casa dei Mambelli, la famiglia di un’amica di mia sorella che si trovava appena fuori Forlì, a Bagnolo. Restammo lì una settimana. Prima di partire, quella settimana mio padre tornò a trovarci, doveva anche andare in prefettura ad avvisare che si stava allontanando, ma nessuno gli chiese dove stesse andando. Dopo due giorni che era passato nostro padre arrivò Tonino Spazzoli. Ci caricò in macchina con quel po’ di roba che avevamo e partimmo per Malacappa. Durante il viaggio notammo una macchina che ci seguiva; a un certo punto ci superò, ci tagliò la strada e ne scesero giù tutti col mitra puntato, biascicando delle spiegazioni: “Ah, cercavamo… Certe cose corrispondono, certe altre no…”. Sembrava ci fossero problemi, poi infine ci dissero: “Andate pure”. Probabilmente avevano avuto la segnalazione su Tonino Spazzoli… Che poi ci disse che aveva dei foglietti nascosti dentro al cappello. Insomma, arrivammo infine a Malacappa, dove rimanemmo dal marzo del ’44 fino al maggio del ’45. Oltre un anno. Stavamo nei capannoni, dove una volta mettevano le mele. Ce n’erano due, di questi capannoni, dove stava tanta gente sfollata da Bologna. All’inizio le cose non andavano male, è dopo che è stato pesante. Il giardino della villa era sempre occupato da un comando tedesco. I repubblichini fecero qualche incursione, ma essendoci i tedeschi non si spingevano troppo. Sicuramente siamo stati meglio coi tedeschi che con i repubblichini. Però è stato un anno duro, bisognava star sempre molto allerta. Venivano a trovarci poche persone, perché bisognava stare attenti, passavano molto in fretta e un po’ guardinghi per via della presenza del commando nella villa. Sì, a un certo momento la vita a Malacappa divenne proprio dura. Veniva Tina Gori, ma soprattutto Tonino Spazzoli.
Ci può parlare di Arpinati? Come lo ricorda?
Mio padre era un grande amico di Arpinati. Io l’avevo sempre visto per casa, ma ero molto piccola. L’ho rivisto dopo, che avevo 15-16 anni, e beh, indubbiamente era un uomo di grande carisma. Ne avevo un bel ricordo. Arpinati, questo gigante, conosciuto da tutti. Anche lui aveva fatto tanto tempo al confino, a Lipari.
Anche suo padre andò al confino…
Mi ricordo quando lo vennero ad arrestare, avrò avuto cinque, sei anni, e mi misi seduta sulle scale che portavano di sotto alle camere da letto. Vedevo ’sta gente che entrava e usciva, la casa si era riempita di poliziotti, e non capivo… Lo arrestarono e lo portarono a Forlì; noi lo andammo a salutare lì perché poi doveva partire per la Sardegna, per il confino. Mio padre fu mandato in Sardegna per un anno. In quell’anno ricordo che mia madre andò dieci volte da Santa Sofia a Civitavecchia per prendere la nave e andarlo a trovare. Quello fu un anno tristissimo anche della mia vita. Io ero piccola, avevo sei o sette anni e non mi hanno mai portata in Sardegna. Però ci sono andati tutti i miei familiari, non l’abbiamo mai lasciato solo. C’era sempre qualcuno di noi. Sì, ero piccola, ma l’ho sentito molto, quel periodo. Brutto. Sentivo la nostalgia in un modo incredibile. Ero da una mia zia, avevo dei cugini con me, per carità, non ero sola, però… L’ho sentita molto. Dopo un anno poteva rientrare, ma siccome allo scadere dell’anno non era giunto alla questura di Lanusei l’avviso del rientro, andò a Nuoro per fare un telegramma a Mussolini e dirgli, appunto, che era scaduto l’anno, che doveva tornare. Dopo pochi giorni ebbe il permesso di rientrare in continente, ma non gli fu consentito ancora di rientrare in Romagna, così andammo tutta l’estate a Partina, al castello di don Luigi, un prete che era stato tanto tempo in Brasile. Abbiamo una fotografia, quella dove c’è quell’albero e noi siamo tutti lì.
Mussolini e Torquato si conoscevano bene?
Beh, erano stati amici, da giovani, quando Mussolini era socialista. Parliamo del ’12, del ’13. Poi anche perché mio padre prese posizione per l’interventismo nella Prima guerra mondiale…
Seguendo un po’ Salvemini, l’interventismo democratico…
Sì.
Ci può raccontare del giorno in cui morì suo padre?
E’ il giorno dopo la liberazione di Bologna. È successo tutto così, come se nessuno ci avesse pensato. Nemmeno Arpinati. Forse era lui che avrebbe dovuto avvertirci. In realtà in tanti erano preoccupati: “Ah, per la Liberazione, chissà cosa succederà…”. Quel giorno eravamo sulla strada, mio padre con Arpinati e suo cognato, Lolli, poco più avanti di noi. Erano passate le prime camionette, saranno stati gli americani. Poi sentimmo ancora il rumore di una camionetta. Si fermò, erano in quattro e uno chiese: “Chi è Arpinati?”, “Sono io…”, rispose Arpinati. E subito mio padre si fece avanti, dicendo: “Un momento”, e si parò davanti. Gli dettero una botta in testa e cadde a terra svenuto. Spararono ad Arpinati, poi a mio padre a terra. Lolli fu ferito a una gamba, ma si salvò. Me lo ricordo perché mi strisciò a fianco. Sì, perché noi eravamo a pochi metri, da loro ci divideva una rete ma eravamo a pochi metri. Dopo venne avanti una donna che ci inseguì fin sulla soglia di casa, me la ricordo bene. Prese a minacciarci tutti, diceva: “Ammazziamo tutti, ammazziamo tutti”. Aveva un pugnale in mano. Poi arrivarono due paracadutisti dell’intelligence service che Arpinati ospitava da tanti mesi ed erano ricoverati credo sopra le scuderie. A quel punto quelli della camionetta scapparono. Forse ebbero paura di aver fatto qualche cosa di troppo.
Ma secondo lei sapevano chi era suo padre?
Non credo sapessero chi fosse nostro padre. In casa ce lo siamo domandati tante volte. Ma ormai siamo convinti che non lo sapessero. Noi da subito avevamo cercato di capire chi fossero stati, ma non era facile. A Bologna sapevano certamente chi erano, ma è gente che poi è andata via, che hanno fatto scappare all’estero.
La storia che avevamo sentito era che Torquato era andato a Malacappa anche per proteggere Arpinati… Ezra Pound gli dedica un verso dei Cantos, quando dice “si gettò davanti all’amico Arpinati, ma non poté salvarlo…”…
Forse sperava di essere d’aiuto, perché molti se lo aspettavano che ad Arpinati potesse succedere qualcosa. Forse sperava di poter fare qualche cosa per lui.
Com’è stato il rientro a Santa Sofia?
Il rientro fu strano. Sì, fu sentito indubbiamente da molti del paese, però c’erano i comunisti che in quel periodo erano molto attivi, e quindi anche noi siamo stati molto ritirati, molto chiusi in casa. Il fatto è avvenuto in aprile, noi siamo rientrati dopo venti, venticinque giorni, quindi i funerali si sono fatti solo a fine maggio, a Santa Sofia. Devo dire che i santasofiesi hanno partecipato molto, però noi avevamo molti amici di Forlì, e non so, forse avranno avuto paura, il viaggio poteva essere anche molto disagiato perché per Santa Sofia bisognava passare attraverso i fiumi, ma… insomma, non ho visto nessuno. Da Forlì non ricordo che sia venuto nessuno.
Anche dopo si può dire che suo padre sia stato dimenticato?
Non sento di poter dire che mio padre è stato dimenticato. Forse proprio dimenticato no, però in quel periodo non se n’è parlato.
Ma almeno qualcuno del Partito socialista si fece vivo?
Nessuno si fece sentire, assolutamente nessuno.
Ricordo che da ragazzino mi trovai a San Piero al ponte e per caso incontrammo un sampierano, Domenico Portolani, repubblicano, grande amico di Torquato…
Sì, lo ricordo sin da quando ero bambina…
Che con rancore accusò il Psi di non aver partecipato ufficialmente ai funerali di Torquato. Ed era presente Ribelle, che era comunista, il quale disse che era una cosa che lui stesso aveva vissuto male.
Ribelle, certo, un buon amico. Venne anche a trovarci a Malacappa, fu uno dei pochi santasofiesi che venne a trovarci, perché non era facile.
Tonino Spazzoli era un grande amico di suo padre?
Tonino? Certo. Ma oltre a essere un grande amico aveva sposato una mia cugina, da cui si era diviso, ma avevano un figlio. Lui veniva spesso a trovarci.
La notizia della morte di Tonino vi arrivò a Malacappa?
Nel suo diario Gabriella, la figlia di Arpinati, parla di quel giorno con disperazione… Sì, la notizia ci arrivò pochi giorni dopo. Di Tonino e di Arturo. Arturo che faceva parte della banda Corbari, fu appeso a un lampione in piazza e Tonino prima fu torturato in carcere, poi lo portarono a vedere il fratello in piazza e infine lo condussero via, verso Ravenna, a Coccolia, dove lo ammazzarono. Questo succedeva verso la fine del ’44.
Insieme con Tonino suo padre si era impegnato molto per aiutare i generali inglesi rifugiatisi nei pressi del crinale. C’è questa foto bellissima, scattata sicuramente da Torquatino, in cui con Torquato e Tonino e col contadino che li ospitava c’è un intero Stato maggiore inglese…
Sì, ma dei generali in realtà in famiglia non si parlava molto. Giusto perché avevano sempre bisogno di qualche cosa, non so, il sapone, la carta igienica, cose così. Era il frate che veniva giù dalla Seghettina a prendere i rifornimenti. Anche mio fratello Torquatino c’era andato spesso. Con Vailati, che mio fratello aveva conosciuto a Roma, alla Casa dello studente, dove aveva fatto il primo anno di legge, prima di passare a Bologna. Anche a Bologna si ritrovò Vailati, che era praticamente solo in Italia, perché aveva i genitori che erano professori ad Alessandria D’Egitto. Le vacanze le passava da noi. Si trovava anche lui lì dopo l’8 settembre. Non so se fu mio padre a cercarlo o se fosse venuto lui, comunque Vailati aveva sempre partecipato agli incontri. E poi è andato giù, ha accompagnato i primi due, Neame e ­O’Connor, i due più importanti, uno generale dell’aria.  Poi Vailati tornò su facendosi paracadutare. Si fece male a un ginocchio e dovette stare fermo un po’ di tempo, poi ritornò giù ancora.
Lotti Silvano, che era partigiano nel gruppo con Vailati, sostiene che faceva tutto da solo, a cavallo di un mulo con la gamba medicata… Era l’addestratore della brigata. Lei l’ha conosciuto personalmente?
Beh, certo. Stava in casa con noi!
Sua madre? Com’è stato per lei?
Sa, mia mamma ne aveva già passate tante. Prima della guerra le erano morte due figlie, per la tubercolosi, le due più grandi. Poi il confino di mio padre che per lei era stato molto duro… Il nostro giardiniere ricordava che quando mia madre aspettava me, dalla strada i fascisti tirarono dei sassi e spaccarono dei vetri, non so se cercavano di entrare in casa, era il ’22… (a cura di Carlo Bazzoli, Franco Bazzoli, Domenico Morelli, Gianni Saporetti)

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