Intervista a Oscar Bandini

LASCIA STARE I MORTI…

Quando nel volume “Mussolini il rivoluzionario” di De Felice si citava spesso un santosofiese… il primo sindaco socialista, che fece rinascere il paese; la Prima guerra mondiale e l’interventismo; quando Arpinati intervenne manu militare per salvare Nanni dalle grinfie degli squadristi fiorentini; la straordinaria trafila organizzata da Torquato e da Tonino Spazzoli che gli inglesi non hanno dimenticato; la storiografia comunista che censurò la storia. Intervista a Oscar Bandini.

Oscar Bandini vive a Santa Sofia.

Anche a Santa Sofia in qualche modo il ricordo di Torquato Nanni era stato rimosso? E quand’è che le cose sono cambiate?
Beh, va detto che i santasofiesi di una certa età conoscevano bene Torquato Nanni e ne parlavano tutti bene, perché aveva fatto il sindaco nel 1911, primo sindaco socialista della Romagna toscana, era stato consigliere provinciale nel ’19, eletto nel mandamento di Rocca San Casciano, perché eravamo sotto Firenze e, essendo benestante, attraverso i suoi poderi e soprattutto attraverso lo stabilimento tipografico dei comuni, era stato un punto di riferimento per chi voleva lavorare. Si può dire che Torquato Nanni era uno di quei tanti socialisti alto borghesi che stavano dalla parte della gente del popolo, e infatti i suoi amici erano artigiani, contadini e faceva una vita del tutto normale. Questa memoria era rimasta in paese, ma quella del suo impegno dopo no. Qualcosa cambia quando leggiamo il primo volume del Mussolini di Renzo De Felice, “Mussolini il rivoluzionario”, quindi nei primi anni Settanta, e lì, nelle note e nel testo vediamo spesso citato questo Torquato Nanni, di cui non sapevamo quasi nulla. Noi eravamo tre giovani santasofiesi, io che mi ero appena laureato e le amiche Giuseppina e Ughetta Cavallucci, che per parte di madre, Nora Nanni, fra l’altro staffetta partigiana, erano parenti stretti di Torquato. È partita di lì questa curiosità. Così abbiamo scritto a Renzo De Felice, dicendogli che eravamo di Santa Sofia e che eravamo interessati ad andarlo a trovare. Lui ha risposto immediatamente: “Sì, venite pure”. Sarà stato il ’75-76. Ricordo questo mastino napoletano di nome Attila, De Felice che fumava il suo eterno sigaro e ci ha dato le indicazioni per andare negli archivi di Roma e la sua lettera di presentazione. Quindi abbiamo scritto questo saggio che lui molto gentilmente, dopo averci fatto alcune correzioni, soprattutto linguistiche, ha pubblicato nella sua rivista, “Storia contemporanea”, un saggio di 50 pagine, quindi neanche corto, e, a livello provinciale, fu subito polemica. Sul settimanale del Pci “Il forlivese” comparve un articolo intitolato “Torquato Nanni e il suo fascismo”, in cui, dopo un attestato di stima “benevolente”, si sosteneva appunto che Nanni “era fascista” e “non lavorò esattamente per il socialismo”, ecc. ecc., “fino a quando fu ucciso dai partigiani nel tentativo di… ”. Era il 14 ottobre ’78.
Allora parlaci un po’ di Torquato Nanni e del suo impegno politico…
Lui è del 1888 quindi era di cinque anni più giovane di Mussolini. Come abbiamo detto, divenne sindaco di Santa Sofia nel 1911 e fu il primo sindaco socialista della Romagna toscana. Con lui ci fu il risveglio del paese a livello di strade, di sanità pubblica, il ricovero di mendicità, le scuole, la scuola d’arte e mestieri. Dal 1908 pubblicavano un periodico, “La Scopa”, che nasce come giornale violentemente anticlericale della Romagna appenninica, perché mentre i socialisti avevano conquistato le zone urbane, le campagne, allora abitatissime, erano in mano ai preti, ma preti per nulla lungimiranti. Poi si trasforma ne “La fonte”, dove i toni sono meno esasperati e lì ci scrive Murri e tutto il cattolicesimo espulso dal Vaticano. Ne “La fonte” si punta più all’educazione e all’informazione: condizione perché il lavoratore conoscendo i propri diritti e doveri non si doveva far raggirare. Erano giornali locali ma sempre in un quadro nazionale. Ci scrivevano Maria Rygier, Osvaldo Gnocchi-Viani, Prezzolini stesso. Quando Torquato Nanni andò a fare un giro di conferenze tra gli immigrati italiani in Svizzera, nel 1909-10, alla guida del giornale ci fu per sette-otto numeri Pietro Nenni, che allora era repubblicano e lavorava all’ufficio del catasto a Santa Sofia. Nenni ha sempre avuto problemi di lavoro, era sempre alla ricerca di un impiego, e Nanni si fidava di lui anche perché pur essendo socialista il suo obbiettivo era quello di un fascio di forze repubblicane, formato da radicali, repubblicani, socialisti, anarchici. Infine nel ’13 la rivista si chiamerà “La Fiaccola”, ma la linea resterà quella di mobilitazione da una parte, dall’altra informativa-educativa. Nanni si muoveva nel milieu politico culturale di Firenze, oltre che di quello forlivese, scriveva per “La Lotta di classe” diretta da Mussolini, per il “Giornale del mattino”, e poi andò a scrivere, quando era ancora sindaco, per l’“Avanti!” di Milano dove si recava spesso. Era stato corrispondente di guerra del “Giornale del mattino” in Grecia, per la guerra Greco-Turca del ’12. Insomma, era un intellettuale che conosceva Benedetto Croce, Giuseppe Prezzolini. La sua biblioteca è da vedere e come avete già raccontato in un’altra intervista, ospitava anche i libri di Luigi Fabbri, l’amico anarchico, di cui finanziò l’emigrazione, sua e della figlia Luce, a Montevideo. Ma i suoi interessi erano molteplici, si interessava anche dell’occulto, di filosofia tedesca. Nanni visse l’interventismo di Mussolini con favore e scriverà quella che è la sua prima biografia, nel 1915 per i tipi de “La Voce” di Firenze, la biografia di Mussolini non ancora duce del fascismo. Nel ’24 scrive Bolscevismo e Fascismo, che è un libro da leggere, forse adesso datato, ma che interessò De Felice perché è uno dei primi studi che mette a confronto le due dittature, cercando di capire quali fossero gli aspetti simili e le differenze fra i due totalitarismi che hanno caratterizzato la storia del Novecento europeo. Infatti Mussolini lo fece censurare, non voleva essere confuso con i comunisti. Siamo nel ’24. Il libro, come ricorda Mario Missiroli nel “Messaggero” di Roma del 1964 ebbe anche una recensione favorevole da parte di Croce con il quale Nanni ebbe una corrispondenza che riprese nei primi anni Quaranta con la pubblicazione di Profondità di vita, la sua ultima opera, di carattere filosofico. Nel 1983 cadeva il primo centenario della nascita di Mussolini e noi pensammo di ripubblicare Bolscevismo e Fascismo, e chiedemmo a De Felice di farci la prefazione. Poi la pubblicazione non andò in porto e quella prefazione è rimasta inedita. Questa è una cosa che non sa nessuno (pubblichiamo la prefazione di De Felice a pagina 36. Ndr).
Mi dicevi che ci fu un tentativo di screditarlo da parte dei fascisti fiorentini…
Sì, si inventarono uno scandalo. Nel novembre del ’18, quando Torquato era ancora sindaco, ci fu un terremoto disastroso in tutta la Romagna toscana. I morti non furono moltissimi, ma le case distrutte tante e lui si mise in moto per cercare, come si fa oggi, i fondi dello Stato tramite l’Unione edilizia per recuperare le case. E infatti molti quartieri furono recuperati dopo il ’18. I fascisti duri del marchese Dino Perrone Compagni, per bocca dell’avvocato Odett Santini, lo accusarono di aver sfruttato i fondi dell’Unione edilizia nazionale del terremoto pro domo sua, cioè per le sue case. Era chiaro che si trattava di un’accusa strumentale in quanto era logico che anche per lui arrivassero i fondi che arrivavano a tutti. Infatti ci furono due inchieste, una del Psi, guidata da Costantino Lazzari, che era uno dei grandi vecchi del partito, probiviro nazionale, e una della magistratura. E quella del Psi non fu meno severa di quella della magistratura, anzi. Allora non scherzavano come fanno i partiti di adesso. Ebbene, entrambe le inchieste lo scagionarono completamente. Ma si capì che l’operazione era stata orchestrata dai caporioni del fascismo fiorentino per infangare la sua figura e favorire la penetrazione delle squadre fasciste che qui non avevano mai avuto campo libero. Siamo nel ’20-21, e il fascismo fiorentino era quello più duro assieme a quello ferrarese, ma non ce la fecero.
E durante gli anni del regime?
Quando il fascismo prese il potere, e soprattutto quando, dopo il primo governo di coalizione di Mussolini, dal ’24 in poi il fascismo diventa sempre più regime, Torquato Nanni, pur rimanendo fedele alle sue idee socialiste e senza mai prendere neanche la tessera, in un quadro politico cambiato completamente, cercò di sfruttare le sue amicizie, quella con Mussolini e quella con Arpinati, per far lavorare lo stabilimento tipografico e non dover licenziare nessuno soprattutto dopo la crisi del 1929. C’è proprio una lettera in cui Mussolini, ordinando ai suoi di lasciare in pace Nanni, scrive: “Fatelo non per lui, ma per i lavoratori” e infatti arrivarono alcune commesse per il tipografico. Nel 1924, quando una squadraccia di fascisti fiorentini del marchese Dino Perone lo preleva da casa e lo porta a Rocca San Casciano per farlo fuori, Leandro Arpinati, avvertito, si precipita con un’altra squadra di fascisti da Bologna per liberarlo e ci riesce anche grazie ai carabinieri, intervenuti a loro volta, che riescono a guadagnare tempo, senza però riuscire a evitare che Nanni subisse comunque delle sevizie. In quell’occasione poi c’è uno scambio di accuse fra i fascisti. Mussolini deve coprire la violenza dei suoi, ma poi abbozza, perché Leandro Arpinati era troppo forte, era un ras in Emilia-Romagna, e poi perché in fondo voleva bene a Torquato Nanni, perché di quel vecchio legame, nato fra socialisti, qualcosa era rimasto. Quella fra Nanni e Arpinati era comunque un’amicizia molto forte, nata agli inizi del 900. Civitella è qui a un tiro di schioppo (così come, del resto, Nespoli, da dove veniva Bombacci) e si frequentavano, lui era un giovane anarchico, Nanni era già un personaggio importante, Arpinati va a fare il ferroviere a Torino, diventa interventista, Nanni anche. Poi nessuno dei due andrà in guerra, uno perché ferroviere ed era militarizzato, e Nanni perché riformato per gracile costituzione, ma l’interventismo li aveva ancora più uniti. Quando poi nel ’33 Arpinati viene mandato al confino per il noto scontro con Starace (Arpinati, anarchico da giovane, passando attraverso il fascismo, era approdato a un conservatorismo liberale, che lo faceva essere contro le nazionalizzazioni nell’industria, volute da un Mussolini convertito all’interventismo economico) tutti i quadri di Civitella che facevano riferimento a lui vengono emarginati, e pure i suoi amici. Infatti Nanni viene mandato al confino in Sardegna, a Lanusei, in provincia di Nuoro. Qui, poi, Mussolini interverrà a suo favore, avvicinandolo alla Romagna, in modo da poter seguire gli affari soprattutto del tipografico, che era una realtà di oltre 100 operai tra donne e uomini, una specie di Fiat per Santa Sofia. Così Torquato finisce al confino qui a Partina, vicino a Camaldoli, nel Casentino.
Ecco veniamo al salvataggio dei generali inglesi…
Anche questa è una storia che era stata completamente rimossa ed è grazie, innanzitutto, al lavoro del prof. Bedeschi se è stata ricostruita. Come si sa, la storia la scrivono spesso i vincitori, così è stato anche per la Resistenza. Poi quando abbiamo cominciato a leggere Fenoglio, lo stesso Calvino, abbiamo capito che la Resistenza non era stata raccontata in tutte le sue sfaccettature umane e politiche e che, in certi casi, c’erano state anche vere e proprie falsificazioni. Questo è certamente vero per la Resistenza romagnola. Nel ’69 uscì questo libro di Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi, che, va detto, fu un punto di riferimento anche per la nostra generazione, quella del ’68, che dà un racconto della Resistenza romagnola, oggi lo sappiamo, assai falsato. A proposito dei generali inglesi, il libro parla di “alcuni prigionieri inglesi in una capanna dalle parti della Seghettina”: Neame, Todhunter, Combe, O’Connor, Boyd erano i massimi vertici dell’esercito inglese, un vero Stato maggiore! Due di loro (Combe e Todhunter), rimasti con Libero, il primo comandante della Brigata Garibaldi romagnola fino a metà marzo del 1944, hanno avuto un ruolo importantissimo nella Resistenza accreditandola per far venire i lanci di armi, abbigliamento e viveri a San Paolo in Alpe e a Monte Marino. Questo Stato Maggiore in esilio, chiamiamolo così, prima a Camaldoli, poi alla Seghettina, fu aiutato da una trafila strana, guidata da Torquato Nanni e da don Giovanni Spighi, un prete che fu importantissimo per convincere i contadini e gli altri preti ad aiutare questi poveri prigionieri a migliaia di chilometri di distanza da casa. Nanni invece aveva poi il legame col forlivese, con l’amico fraterno, il repubblicano Tonino Spazzoli (medaglia d’oro della Resistenza), e con l’Uli, (Unione Lavoratori Italiani), dove non c’erano comunisti, ma repubblicani, socialisti, cattolici, democratici, liberal socialisti, perché in montagna l’azione del Pci arriva molto tardi (dicembre 1943, come riconosce anche Tabarri), con Libero, che poi era un comunista sui generis, che andava molto d’accordo coi generali inglesi (e che poi fu fucilato dai partigiani comunisti). Ecco perché quella parte di storia doveva essere dimenticata. Questa è la mia interpretazione, che non credo maligna e ormai documentata da saggi e scritti mai smentiti. Tutto questo venne raccontato in un libro, La Romagna e generali inglesi, curato da Bedeschi, da Pivato, cioè da storici importanti, con un ampio saggio di Mengozzi di oltre cinquanta pagine proprio sull’Uli, poi Partito italiano dei lavoratori (Pil), una formazione politica che presto uscirà di scena. Stampato dalla Franco Angeli, il libro rimase sequestrato per un anno e mezzo dentro degli scatoloni presso la Provincia di Forlì perché il Pci non voleva uscisse, in quanto smentiva la loro vulgata. Per quel libro il Pci minacciò la crisi in provincia come ha testimoniato Ennio Bonali allora capo ufficio stampa dell’ente di piazza Morgagni e che ha poi curato la pubblicazione.
Gli inglesi invece non hanno mai dimenticato il ruolo di Tonino Spazzoli, di Torquato Nanni e dei contadini dell’Appennino…
Assolutamente. Ci sono i documenti, in microfilm, della Allied Screening Commission. è una storia divertente perché sono stati ritrovati per caso all’Istituto storico della Resistenza di Pesaro, in un armadietto dei detersivi insieme ad altre bobine di documentari sulla Resistenza. Uno storico inglese, Roger Absalom, che era tra i partecipanti a un convegno sulla Linea gotica, fatto a Pesaro nell’82, li aveva consegnato all’Istituto perché venissero studiati, cosa che evidentemente non era stata tenuta in considerazione. Ennio Bonali e Massimo Tesei li trovano e srotolando un microfilm intravedono i nomi di Tonino Spazzoli e Bruno Vailati. Erano tutte le schede che gli inglesi compilavano per ogni famiglia contadina che li aveva aiutati, anche ai fini di un rimborso spese futuro per l’abbigliamento, il cibo e quant’altro. Noi sapevamo che i partigiani non potevano fare la resistenza in montagna se i contadini volenti o nolenti non gli davano una mano, ma di questa storia qui, di questa trafila lunghissima, durata dall’ottobre del ’43 fino a marzo, aprile, maggio del ’44, nessuno sapeva niente. E teniamo presente che se i tedeschi li trovavano, gli inglesi li avrebbero rimandati in un campo di prigionia, ma alle famiglie contadine avrebbero bruciato la casa e fucilato il capofamiglia come minimo. La trafila poi scendeva fino al mare. Basti ricordare la figura di Sovera, proprietario dell’Hotel Mare Pineta di Milano Marittima, uno di quelli che ha lanciato il turismo in quel tratto di costa, che nella soffitta dell’Hotel ospitava famiglie di ebrei come quella di Tony Renis, nel piano di sotto c’erano degli ufficiali inglesi che contavano di potersi imbarcare clandestinamente, e sotto gli ufficiali tedeschi (il Mare Pineta era già allora, come oggi, un hotel di lusso) che presidiavano la costa dove avevano steso i “denti del drago”, questi sbarramenti di ferro e cemento armato, perché temevano, appunto uno sbarco alleato. Ecco, in tutto questo il ruolo di Torquato Nanni, dei camaldolesi con il priore generale Buffadini, padre Checcacci, di don Giovanni Spighi, dei contadini dell’alto Bidente e di Tonino Spazzoli fu decisivo. Gli inglesi sono tornati tutti più volte a ritrovare chi li aveva ospitati, come Combe, liberatore di Forlì che, dopo aver sfondato la Linea gotica ai Mandrioli nel settembre 1944, liberò la Val Bidente, Forlì il 9 novembre, senza far entrare i partigiani dell’VIII Brigata Garibaldi che furono disarmati; come Todhunter, e fino a semplici soldati, perfino neozelandesi, sudafricani, maltesi. Non hanno dimenticato chi li ha aiutati, lo Stato italiano sì.
Veniamo all’epilogo…
Nel luglio del ’44 i repubblichini danno fuoco alla casa di Torquato Nanni, va in fumo parte della biblioteca, per fortuna non tutta. A quel punto Torquato capisce che il pericolo è ormai massimo, Arpinati gli dice di andare con tutta la famiglia a casa sua, a Malacappa. Al convegno di Santa Sofia del 1989 su “Torquato Nanni e il socialismo nella Romagna toscana”, promosso dal Comune e curato dal professor Bedeschi, tra gli altri partecipò anche Luciano Bergonzini, capo partigiano comunista del bolognese, che disse che nel ’45 fu una squadra di partigiani comunisti a recarsi a Malacappa il giorno dopo la liberazione di Bologna non su mandato però del Cln, che era contrario ad azioni del genere, in quanto aveva emanato la direttiva di eliminare solo quelli che avevano le mani sporche di sangue e non quelli che si erano ravveduti per tempo e avevano dato una mano alla Resistenza. Che era il caso di Arpinati. Probabilmente loro non sapevano neanche chi fosse Torquato Nanni. Fatto sta che quando arrivarono a Malacappa, trovarono proprio insieme. Arpinati e Nanni, che camminavano sull’argine del podere, puntarono l’arma su Arpinati, Nanni si mise in mezzo, uno di loro gli diede un colpo alla testa, lui cadde svenuto e poi spararono prima ad Arpinati poi a Torquato a terra. Lolli fu ferito in maniera grave; ma si salverà, così come si salvarono i figli e i parenti di entrambe le famiglie. Si potrebbe anche dire che poteva andare molto peggio. Poi la storia di questi gappisti bolognesi la sappiamo ed è stata raccontata nel dopoguerra in quattro puntate sulla “Domenica del Corriere” e in tanti libri autobiografici; addirittura nel 2007 anche in un libro-fumetto curato da Costantini, Carnoli e Colombari, Ultimo. Storia ordinaria di guerra civile (Edizioni del vento) che tra immagini e documenti fa i nomi precisi degli esecutori poi coperti dal Pci e inviati in Cecoslovacchia perché condannati per altre uccisioni nel “triangolo rosso”; poi coordinati a fatica, si fa per dire, dal famoso Francesco Moranino “Gemisto” nella capitale cecoslovacca. Storie che oggi appaiono incredibili, ma che vanno lette per capire il clima da guerra civile che fino ai primi anni Cinquanta ha attraversato il paese. Subito l’eco fu terribile perché Nanni, per tutte le amicizie che aveva, era stimatissimo, anche da molti comunisti che lui aveva protetto dal confino. Dopo la Liberazione sarebbe stato il sindaco naturale di Santa Sofia. Infatti per il primo comizio dopo la caduta del fascismo nel 25 luglio, i cittadini avevano chiamato a gran voce proprio lui.
Torquatino, il figlio, tentò di saperne di più…
Sì, nel dopoguerra cercò di indagare, ma ha sempre detto, e l’ha anche scritto, ma senza fare nomi, che fu minacciato. Ricevette il messaggio: “Lascia stare i morti…”.
(a cura di Gianni Saporetti)

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