Il battaglione ORI Corbari-Casadei

In fondo al testo trovate la video intervista a Sergio Giammarchi

Fra le formazioni partigiane attive in Emilia Romagna, il gruppo guidato dal faentino Silvio Corbari e dal forlivese Adriano Casadei, il primo capo carismatico, il secondo riconosciuto organizzatore della struttura militare e logistica, riveste un ruolo di primaria importanza nello scenario militare italiano. Una importanza fondamentale dal punto di vista della collaborazione con il sistema di Intelligence alleato così pure come dal punto di vista politico in virtù dell’affermazione sul territorio di una presenza antifascista evidente, strutturata e con picchi di grande clamore che mostrò a tutti l’esistenza di una forza contraria a nazisti e fascisti, che rese evidente una opzione diversa da quella di subire l’occupazione e accettare le regole. Anche militarmente il Gruppo fu operativo in azioni di sabotaggio, nel reperimento di armi con assalti alle caserme e nel rendere insicuro per le forze nazifasciste un ampio territorio compreso fra le vallate del Marzeno e quelle del Montone solcato da direttrici di attraversamento dell’Appennino e interessato dall’approntamento di un tratto strategico della Linea Gotica, quello legato al passo del Muraglione una delle poche strade di comunicazione fra la Romagna e Firenze.

Il gruppo nacque dall’unione di alcuni percorsi iniziati, tutti, all’indomani dell’8 settembre 1943, giorno in cui il Maresciallo Pietro Badoglio annunciò via radio la firma dell’armistizio con le Forze Alleate. Mentre le truppe tedesche occupavano gran parte della penisola italiana, fino all’altezza di Napoli, anche in Romagna antifascisti e patrioti, in forma spontanea o in modo organizzato, si procurarono armi, viveri e materiali dalle caserme e dai presidi rimasti senza ordini e senza difese. In questo scenario va inquadrata l’azione di Silvio Corbari, nato a Faenza il 10 gennaio 1923, quarto di cinque fratelli. Aveva vent’anni e si distinse fin da subito per l’audacia e lo sprezzo del pericolo che, in breve, lo trasformarono in “leggenda”. A cominciare dagli assalti compiuti a bordo di un camion rubato con il quale, in un sol giorno, l’11 novembre 1943, fece irruzione in ben sei caserme. Lo spirito antifascista era maturato in lui da tempo, tanto da spingerlo a non partecipare alle attività delle associazioni giovanili del regime.La sua decisione di passare alla lotta armata è da collegare alla ribellione innata nei confronti del regime, al desiderio di cacciare i tedeschi e al rifiuto della leva obbligatoria decretata dai bandi di arruolamento nella Repubblica di Salò. Dopo circa due mesi di attività clandestina, nel dicembre del 1943, entrò a far parte del gruppo costituito dall’antifascista Aldo Celli, formazione che si rese protagonista di varie azioni fra le quali l’occupazione per alcuni giorni di Tredozio nel gennaio 1944. A porre termine a questa eclatante esperienza, il 20 gennaio giunse l’attacco da parte di tedeschi e fascisti che distrusse il gruppo partigiano. Fra i pochi a salvarsi ci fu Corbari, che costituì attorno a sé un nuovo gruppo di piccole dimensioni. Era un gruppo particolarmente dinamico, che tedeschi e fascisti ribattezzarono “Banda Corbari”.

Ai primi mesi del 1944 risalgono i contatti, ai quali seguì l’ingresso nella formazione, con il forlivese Adriano Casadei. Alla base di tutto l’amicizia fra i due giovani maturata anni prima soprattutto attorno all’attività sportiva. Militare e atleta affermato a livello nazionale nel lancio del martello, Adriano Casadei aveva fondato a Forlì un movimento patriottico chiamato “Giovane Italia” attorno al quale si erano ritrovati ragazzi uniti dallo spirito patriottico, dalla convinzione antinazista e dalla contrarietà alla guerra che aveva provocato lutti e distruzioni. Razionale, lucido, disciplinato, Casadei apportò al gruppo l’organizzazione e il coordinamento indispensabili all’assetto logistico – militare. L’incremento numerico di un gruppo operativo e mai troppo numeroso, che da alcune decine di componenti superò il centinaio di unità, indusse alla costituzione di un comando e di una struttura articolata in squadre per affrontare i problemi logistici e di armamento.
Nella nuova realtà organizzativa, Corbari mantenne un ruolo autonomo e, come si diceva, carismatico continuando a svolgere azioni decise personalmente da lui e attuate con pochi uomini. Le sue azioni furono spesso beffarde e spietate, condotte in prima persona proprio per sottolineare il carattere di sfida e di rivolta. Fra queste quella che più di altre ebbe un effetto dirompente, dimostrando la debolezza dell’assetto di potere assemblato dal fascismo repubblichino locale, fu l’agguato mortale ai danni di Gustavo Marabini, esponente di primo piano delle formazioni militari fasciste. Erano i giorni dell’ultimatum intimato ai partigiani di arrendersi o a sciogliersi (approfittando di quanto previsto dal decreto governativo di amnistia emesso il 18 aprile del 1944), pena un inasprimento spietato della repressione. Attraverso intermediari, Corbari fece credere di volersi arrendere ma all’appuntamento, il 23 maggio, Marabini venne ucciso. Il fatto rappresentò un colpo durissimo per tedeschi e fascisti, sia come estremo segnale della rivolta, sia perché dimostrava la loro vulnerabilità. Inoltre destò enorme scalpore fra la popolazione e amplificò la dimensione quasi leggendaria del capo partigiano. Ne seguirono rastrellamenti, fermi e arresti seguiti da esecuzioni. Da quel giorno la cattura e l’uccisione di Corbari divenne un imperativo per le formazioni nazifasciste che vi dedicarono particolare energie e impegno, mobilitando reparti scelti e incentivando l’acquisizione di notizie attraverso la delazione.
Un altro tipo di azioni portate avanti dal gruppo, in particolare quelle svolte sotto la guida di Adriano Casadei, ebbero invece vero e proprio carattere militare, in primo luogo il contatto con gli Alleati e il recupero di materiale bellico e logistico lanciato da aerei. Fra le missioni più dure ci fu la spedizione sul Monte Lavane, base di un aviolancio, che culminò con un’aspra battaglia fra partigiani e nazifascisti al termine della quale Casadei decise di fare saltare con esplosivo il materiale ricevuto ma non trasportabile visto l’accerchiamento e che avevano custodito all’interno di una capanna per pastori.


Video intervista a Sergio Giammarchi, ex partigiano del battaglione Corbari, realizzata dalla classe III C della scuola Pietro Zangheri di Forlì

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