Oreste Casaglia

(di Mario Proli)

Oreste Casaglia con Cino Macrelli, 1941

Avvocato e patriota: queste parole accompagnano il nome di Oreste Casaglia sulla tabella stradale che ne immortala la memoria nella toponomastica cittadina. Con l’intitolazione della via, sarà custodito nel tessuto urbano il ricordo di un uomo che ha avuto particolare rilievo nelle vicende forlivesi, in particolare per l’attività portata avanti nell’ambito della lotta di liberazione.
Nato a Forlì nel 1896, Oreste Casaglia frequentò gli studi fino alla laurea in giurisprudenza ed ebbe una educazione fondata sui valori democratici. Negli anni giovanili, la spinta ideale del Risorgimento lo portò, in occasione del primo conflitto mondiale, a partire come volontario nei Granatieri. Un percorso simile a quello di altri forlivesi della sua generazione, fra i quali Tonino Spazzoli, che rimasero profondamente segnati da quell’esperienza. Terminata la Grande guerra, intraprese la carriera di penalista, guadagnando un posto di primo piano nello spazio pubblico cittadino dove ricoprì anche cariche di prestigio come la presidenza dell’ente Ospedale ed Orfanotrofi. Distinto e colto, nel 1925 sposò Anna Lugaresi e, dal matrimonio, nacquero tre figli: Leonida, Elena e Luigi. Famiglia, lavoro e sentimento patriottico furono gli elementi centrali della sua personalità.
La formazione democratica e gli ideali risorgimentali lo portarono ad attivarsi nei terribili mesi dell’occupazione nazista iniziata dopo l’8 settembre 1943. Come altri uomini della sua generazione e della sua formazione, Casaglia ancorò questo impegno al ricordo del sacrificio compiuto trent’anni prima nelle trincee, legando l’esperienza giovanile e quella della Resistenza. Primo e Secondo Risorgimento. Divenne così un punto di riferimento per la rete antifascista romagnola e svolse compiti ad alto rischio. Pur non essendo inquadrato in una brigata combattente, l’avvocato partecipò alla “trafila”, tenendo contatti con il Comitato di Liberazione Provinciale, difendendo partigiani davanti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (a Forlì e anche a Modena, Reggio Emilia e Parma), collaborando al salvataggio di alcuni ufficiali britannici e aiutando uomini della Resistenza come Tonino Spazzoli, Silvio Corbari e Bruno Angeletti. A causa di questa sua partecipazione, scoperta sulla base di delazioni, venne sottoposto ad un crescente regime di sorveglianza che culminò con l’arresto.
Nell’estate del 1944 la famiglia Casaglia era sfollata nella tenuta Vicchi Borghesi a Villagrappa. Qui l’avvocato fu prelevato il giorno di ferragosto da un gruppo di fascisti e tedeschi, e portato al carcere allestito dalle SS nei sotterranei del brefotrofio di Viale Salinatore, rinchiuso nella cella n. 1. Nonostante le pesanti accuse, non venne sottoposto a torture, anche per la sorte di aver trovato nell’ufficiale tedesco che lo interrogava un “collega” avvocato in Germania. Per diciassette giorni rimase prigioniero in quel luogo. Alla base della sua liberazione ci fu l’aiuto di un secondino, che recapitò all’esterno un biglietto nel quale Casaglia aveva scritto brevissime indicazioni con una scheggia di legno intinta nel suo sangue. Quel foglio innescò l’intervento di persone e istituzioni autorevoli in suo favore, compresa la Curia. A questi si aggiunsero convincenti regali fatti all’amante del comandante tedesco. “Comparve una sera al cancello secondario della villa” ricorda il figlio Luigi. “Era magro, malvestito, vidi i patimenti anch’io che allora avevo solo dieci anni. I fascisti non paghi di quanto avevano deciso i tedeschi continuarono ad inseguirlo”. Rientrato a Forlì nel novembre del 1944, dopo l’ingresso delle truppe alleate, riprese la sua attività di avvocato ma nell’aprile dell’anno successivo iniziò una malattia che lo avrebbe portato alla morte undici mesi dopo. 
Della terribile esperienza vissuta nel carcere nazista, Oreste Casaglia ha lasciato una eccezionale memoria. Si tratta di un diario che scrisse nei mesi che separarono la Liberazione di Forlì e la sua morte avvenuta nel marzo 1946. Da allora, il manoscritto è stato custodito dalla famiglia e nel 2005 è stato pubblicato, su iniziativa dei figli e a cura del Comune di Forlì e dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea. “SS Cella n.1” offre una testimonianza di particolare valore anche perché rappresenta l’unico approfondimento esistente sulle vicende del carcere nazista forlivese (del quale Casaglia disegnò anche la piantina), dove furono imprigionati, torturati, prima dell’uccisione o della deportazione in Germania, politici antifascisti, partigiani, ebrei e sospettati di collaborazione con la Resistenza.

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