Mario Santarelli

Mario Santarelli, l’avanguardista repubblicano

(di Elio Santarelli)

Avrei dovuto tracciare da tempo questo profilo, ma ritegno filiale e riservatezza forse eccessiva mi avevano impedito di portarlo a compimento. E’ stato in pratica Ettore Nadiani, dopo ripetute sollecitazioni, a convincermi e perciò lo ringrazio, soprattutto perché la figura di Mario Santarelli a Forlì e in Romagna ebbe a suo tempo rilevante notorietà. Egli nasceva a Forlì il 3 aprile 1894 e fin da ragazzo, con l’insegnamento del fratello Balilla, si metteva in evidenza nelle file del Partito Repubblicano forlivese. Partecipava ai moti cittadini del settembre 1911 contro la guerra di Libia e veniva chiamato a testimoniare in difesa di Pietro Nenni, che era stato arrestato assieme all’altro repubblicano Aurelio Lolli ed al socialista Benito Mussolini, che allora dirigeva a Forlì la «Lotta di Classe». L’assassinio dell’Arciduca ed erede al trono d’Austria Francesco Ferdinando, avvenuto a Sarajevo nel giugno 1914, portava allo scoppio della guerra europea fra la fine di luglio ed i primi d’agosto; l’Italia proclamava la propria neutralità, ma il Partito repubblicano prendeva decisamente in mano le redini della campagna interventista per la guerra all’Austria.

Motivi ideali che si rifacevano alle battaglie risorgimentali, ai principi di nazionalità di Mazzini e quindi alla liberazione delle terre italiane soggette all’Impero austriaco (con Trento e Trieste al centro delle aspirazioni irredentistiche) esaltavano ed entusiasmavano i giovani repubblicani, fra i quali Santarelli, ansiosi di dare il proprio contributo a quella che consideravano l’ultima guerra di Indipendenza nazionale. Per cui non appena il Governo Salandra dichiarava guerra a Francesco Giuseppe, egli si arruolava volontario e partiva per il fronte coi primo scaglione di volontari romagnoli il 18 luglio 1915. Fu prima sul fronte carsico fino all’ottobre, poi in una Sezione di sussistenza fino all’estate inoltrata del 1916, per poi partecipare al corso allievi ufficiali; dopo la nomina nel novembre, era destinato al fronte trentino, distinguendosi per valore e audacia tanto da meritare una medaglia di bronzo (Scudelle-Loppio, 8 dicembre 1917), una croce di guerra al valor militare e tre encomi solenni. Al termine del conflitto era congedato con il grado di capitano di complemento. Il dopoguerra, tormentato e difficile, trovava Santarelli in prima fila nella lotta politica, I contrasti fra gli interventisti repubblicani e i neutralisti socialisti e cattolici iniziati fra il 1914-15, sopiti apparentemente nel periodo bellico, rinascevano violenti sulla piazza. Molti repubblicani forlivesi, specialmente i giovani reduci, guardavano allora con simpatia a Mussolini, che dalle colonne del «Popolo d’Italia» si batteva contro i socialisti, che erano stati ostili alla guerra ed ora davano la caccia a coloro che avevano creduto nei valori patriottici ed erano tornati dalla trincea con i nastrini delle decorazioni e delle ferite. Mussolini a Milano si trova quasi solo, in mezzo alla marea socialista; allora da Forlì in occasione del primo discorso pubblico elettorale dello stesso Mussolini per le vicine elezioni politiche del 16 novembre 1919, partiva un gruppo di giovani repubblicani che, guidati da Santarelli, fungeranno da guardia del corpo del futuro Duce al discorso di Piazza Belgioioso del 10 novembre. Discorso sostanzialmente repubblicano, contro le speculazioni socialiste, antiborghese, con accenti fieri contro ogni dittatura in difesa della libertà. Dopo il comizio in quella grigia notte novembrina «si forma un corteo. In testa Mussolini stretto fra i suoi romagnoli [Mario Santarelli, Tonino Spazzoli, Mario Miserocchi, Bruno Giacometti, Antenore Colonelli, Aurelio Lolli, Aurelio Babini, Aurelio Papi e il ravennate Eugenio Pasini]. Si corre per le vie di Milano, gridando ‘Viva l’Italia’!, ‘Viva Mazzini’! Nessun socialista osa farsi vedere».

Questo è quanto scriveva Mario Santarelli in un articolo apparso quattro anni dopo — a ricordo della giornata elettorale — sul quotidiano di Roma «Nuovo Paese». E aggiungeva: «L’anno 1919 è ormai lontano dalla memoria di tutti. Oggi Mussolini è….quel che è. Se in Piazza Belgioioso, in quella famosa sera, qualcuno avesse azzardato porre l’ipotesi, che Mussolini sarebbe diventato il Presidente del Consiglio [del Re] e che il Fascismo avrebbe rinsaldato l’istituto monarchico, certamente sarebbe stato linciato».

Organizzatore dei reduci di guerra, esponente dei giovani repubblicani, Santarelli veniva eletto consigliere comunale nella amministrative del 10 ottobre 1920 che segnarono un grandissimo successo del Partito a Forlì; fino al 1926 egli ricoprirà cariche pubbliche e politiche nella città. Ma la lotta fra i partiti popolari socialista e repubblicano non aveva tregua. A rendere più incandescente l’ambiente forlivese e romagnolo avvenivano i fatti di Arpineto di Civitella di Romagna (aprile 1921) causati da una rissa fra repubblicani e socialisti che si risolveva tragicamente con la morte di un repubblicano e il ferimento di altri due dello stesso partito. La reazione degli amici forlivesi, specialmente di Mario Santarelli fu immediata, tanto che venivano costituite subito nello stesso aprile le «Avanguardie repubblicane» sorta di formazione paramilitare aventi il compito della difesa dei circoli, delle organizzazioni, degli uomini del partito e infine della propaganda repubblicana.

Nella scheda che la Polizia aveva dedicato a Santarelli in data 2 ottobre 1926, si legge: «Nell’aprile 1921, insieme a Icilio Missiroli, fondò la sezione ‘Avanguardia Repubblicana’ riuscendo ad organizzare 200 giovani i quali obbedivano ciecamente agli ordini del loro capo…. Santarelli è da ritenersi elemento pericoloso sia perché capace di fare propaganda sia perchè di carattere violento.»

Questi gruppi in camicia rossa dilagavano infine a livello romagnolo e a carattere più spiccatamente nazionale. Gli avanguardisti repubblicani forlivesi armati tuttavia di poche armi, usarono la violenza quando lo ritennero necessario e subirono d’altronde la violenza nell’impietoso gioco politico e partitico.

Violenze vi furono a Forlimpopoli nell’agosto 1921 coi socialisti e i comunisti in occasione dello scoprimento del busto di Guglielmo Oberdan, violenze si erano avuto a Treviso dopo che i fascisti nel luglio avevano attaccato a mano armata i repubblicani della città veneta. A Treviso, sempre guidati da Mario Santarelli, erano intervenuti gli avanguardisti forlivesi: Icilio Missiroli, Paolo Balzani, Augusto Varoli, Guglielmo Errani, Filippo Focacci, Mario Miserocchi, Nino Petronici, Alberto Ravaioli, Agide e Tonino Zannoni. Santarelli nel frattempo conduceva dalle colonne del «Pensiero Romagnolo» una forte requisitoria nei confronti degli avversari socialisti, comunisti, monarchici, aderenti al partito popolare cattolico, Davanti al Fascismo dilagante in ogni parte e quindi anche a Forlì e in Romagna la posizione di Santarelli è in un primo tempo favorevole, se non altro per la campagna condotta dal tendenzialmente repubblicano Mussolini contro i socialisti; poi tuttavia lo attaccava quanto costui manifesterà idee e propositi di equivoca politica. Comunque, poco prima della Marcia su Roma prende piede, in molti giovani repubblicani forlivesi reduci di guerra, una certa generale simpatia verso Mussolini. Era successo che il Presidente della locale Sezione combattenti, Aldo Spallicci aveva avuto un colloquio a Milano con Mussolini il quale gli aveva espresso propositi repubblicani ed antimonarchici che avrebbero fatto ben sperare in una prossima soluzione – se il Fascismo fosse arrivato al potere – in senso istituzionale repubblicano.

Per cui gli ex combattenti forlivesi, in gran parte repubblicani, forti del colloquio Spallicci-Mussolini, nei giorni della Marcia su Roma manifestavano in Città a favore del Fascio al quale Santarelli aveva addirittura aderito, per poi staccarsene quando i propositi di rinnovamento non dettero i frutti sperati.

Comunque, sia quei repubblicani che con Santarelli avevano momentaneamente creduto al Fascismo, sia Aldo Spallicci, condurranno la lotta specialmente attraverso la Sezione combattenti, anche se a forze impari, fino al 1926 allorchè questa veniva forzatamente fascistizzata. I repubblicani non cedevano al Fascismo e nel 1923 i loro circoli, le loro organizzazioni operaie venivano devastate, incendiate, distrutte dagli squadristi che per le strade di Forlì gridavano a squarciagola: «Olio, petrolio, benzina, manganelli per dare alla Repubblica di Mario Santarelli.»

I fascisti tentarono con la lusinga e l’adulazione di portare nelle proprie file alcune figure rappresentative del repubblicanesimo forlivese. Si muoveva addirittura Italo Balbo, Quadriumviro della Marcia su Roma, che a questo proposito scriveva a Santarelli ed a Tonino Spazzoli; costoro, tuttavia, il 17 marzo 1923 respingevano l’invito dell’ex repubblicano ferrarese con un netto e deciso no. Intanto la polizia seguiva attentamente le mosse di Santarelli, così come seguiva quelle di tanti repubblicani e antifascisti. Il Regime dominava in ogni branca della vita sociale e politica nazionale mentre solo pochi tenevano ancora alta la fiamma della libertà.

Stremato dalla durissima battaglia di piazza, col fisico ridotto agli stremi per una gravissima malattia, Santarelli rimaneva tuttavia sempre attento osservatore delle vicende cittadine anche se isolato politicamente nella sua casa. La morte lo coglieva il 27 aprile 1930, nel fiore degli anni. I giornali locali fascisti e cattolici non parlarono della scomparsa di Santarelli; solo «La Piè» di Spallicci lo ricordava con brevi commosse parole. Momenti tristi, che Cesare Martuzzi, il popolare Maestro dei Canterini romagnoli di Forlì, volle rievocare in un biglietto inviato a Spallicci nel suo esilio di Milano lo stesso 27 aprile: «Caro Aldo, scriveva, il povero Mario Santarelli si è spento questa notte come si spegne un lumicino senza più olio. Pure è stata una angosciosa sorpresa, perchè ci si era illusi che avesse superata quell’ultima violenta crisi e potesse ancora una volta rialzarsi….» Ma col maestro Martuzzi, tanti altri amici, gente del popolo, ex personalità del Partito repubblicano vollero ricordarne la memoria con innumerevoli biglietti, lettere, telegrammi in cui esprimevano il proprio dolore e la propria deferente solidarietà alla famiglia.

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