L’incarico. Dai Sassoni al Tenna

A metà febbraio finalmente si aprì una concreta prospettiva di azione. Da un prudente incontro con Tonino, Arturo ed io apprendemmo di essere stati designati come guide per condurre al più presto un residuo gruppo di alti ufficiali alleati ex-prigionieri al di là delle linee, nel territorio liberato dai tedeschi”.
La spedizione avrebbe dovuto essere realizzata per via di terra: un ulteriore tenta­tivo per via d’acqua, dopo il felice esito del trasferimento al Sud dei tre generali di altissimo livello cui aveva contribuito lo stesso Arturo, era infatti giudicato imprati­cabile per la difficoltà di reperire un altro natante adatto e ancor più degli uomini disposti a governarlo, considerata la intensificata sorveglianza delle coste marchi­giano — romagnole appunto, dopo che la ottima riuscita della precedente impresa era diventata tangibilmente di dominio pubblico.
Non restava pertanto che tentare per via di terra, tenuto conto della permeabilità dimostrata dai numerosi attraversamenti delle linee testimoniati dalle notizie filtrate attraverso i collegamenti radio.
Confesso che non mi resi ben conto, lì per lì, di quelli che sarebbero stati i miei compiti: avevo una conoscenza poco più che modesta dell’Appennino romagnolo e affatto nulla per il resto del territorio che prevedevo di dover attraversare, non parla­vo e non capivo il tedesco in caso di necessità né d’altra parte l’inglese (anche se in questa lingua m’ero un poco esercitato, ma esclusivamente su base libresca, in quei mesi), non possedevo neppure il più vago rudimento di tattica militare, per quanto questa potesse occorrermi per intuire i luoghi e le situazioni più adatti all’attraversa­mento del fronte, né alcuna esperienza diretta idonea a facilitare i rapporti con di­staccamenti partigiani, che era facile individuare come principali strumenti d’ap­poggio per il transito.
Un’altra difficoltà sarebbe potuta nascere dalla preventivabile sfiducia che avrebbe potuto minare alla base la indispensabile facoltà di scelta delle decisioni, inevitabil­mente delegata dal gruppo degli ex-prigionieri alla coppia di guide costituita da Ar­turo e da me.
Ma ero comunque grandemente rassicurato, oltre che dalla elevata fiducia che mi dimostrava Tonino con il peso stesso della responsabilità che mi affidava — era evi­dente infatti che l’esito positivo avrebbe assunto un apprezzabile significato politico nel quadro dei rapporti fra Resistenza in Romagna ed Alleati —, soprattutto dalla sempre crescente stima che nutrivo per Arturo, a cui riconoscevo senza difficoltà prestigio e rango di “primus inter pares”, unitamente ad uno straordinario sentimen­to di reciproca amicizia, a cui l’appellativo di fraterna era del tutto pertinente nel suo significato più puro e più elevato.
Mi accinsi comunque ad affrontarli, i compiti che mi sarebbero toccati, con sin­golare e quasi stupefatta leggerezza d’animo, quasi sconfinante in letizia; mi sorreg­geva anche il pensiero, costantemente rivolto alla mia famiglia e alla mia ragazza, che pur dolorosamente preoccupandosi — quando avrebbero saputo — della mia sorte, in fondo all’animo mi avrebbero riconosciuto coerente con quello che si aspettavano da me, senza retorica alcuna.
Il primo compito da affrontare sarebbe nato con la conoscenza stessa degli ex-prigionieri.
Mi sia consentito ripetere qui ancora una volta — sarà l’ultima? — una osservazio­ne che ho già fatto e che d’altra parte non manca tuttora di stupirmi grandemente: di quei giorni ricordo perfettamente, quasi li vivessi oggi, particolari del tutto inessen­ziali, mentre alcuni momenti di incomparabilmente maggiore rilevanza continuano a sfuggirmi.
Il primo contatto fra tutti gli elementi del gruppo lo ebbi con il Capitano del Genio John Keriats, originario del Nord protestante dell’Irlanda rimasto con la Co­rona britannica, ma profondamente legato come molti suoi connazionali, anche per vincoli familiari di vecchia data, alla maggioranza cattolica del Sud (come è noto rimasta neutrale nella guerra). Credo fosse stato il primo direttamente conosciuto da Tonino Spazzoli e quindi da Arturo, che aveva stabilito con lui un rapporto di vera amicizia, facilitata dalla grande prontezza con cui John, animo aperto e generoso che sprizzava simpatia e che anch’io ricordo con vera nostalgia, aveva imparato la nostra lingua.
Assecondati da lui, al crepuscolo andammo a rilevare tutto it rimanente gruppo in una località non distante, dove era pervenuto con l’aiuto di partigiani della nascente brigata Garibaldi.
Col favore della sera vennero tutti ospitati nella casa abitata dai fratelli Spazzoli: avremmo dovuto ripartire all’indomani47, ma venne una bufera di neve che ritardò la partenza di qualche giorno”.
Non ricordo affatto — ecco la stranezza — le impressioni del primo incontro, né degli altri pochi giorni di forzata attesa.
Degli altri sei membri del gruppo tre erano generali, — uno di complemento, caso abbastanza raro anche nell’esercito britannico —, poi un capitano e due tenenti49; ma il capitano ed uno dei tenenti50 per alto lignaggio e funzioni rivestite allo Stato Mag­giore erano molto considerati e rispettati da parte degli stessi generali.
L’altro tenente, infine, era americano e pilota di aereo da combattimento: quello stesso arditamente prelevato dall’Ospedale di Forlì — ricoverato con la frattura del bacino — alla cui liberazione aveva concorso lo stesso Arturo, che infatti lo conosce­va bene. Jack Reiter, questo il suo nome, era sempre piuttosto silenzioso e discreto ma cordiale, vorrei dire gioviale nonostante tutto; una cara persona, che nascondeva la tristezza e non si lamentava per nessuna contrarietà.
Degli altri — come imparai poi a conoscerli — la personalità più spiccata era proba­bilmente l’altro tenente: Thomas Daniel (o semplicemente Dan), che portava con molta consapevolezza per non dire supponenza il titolo nobiliare di sesto “Earl (Conte) of Raufurly”, uomo senza dubbio intelligente e colto, già membro attivo della Came­ra dei Pari, capace di maneggiare un italiano sin troppo corretto e una dialettica attenta e talvolta pungente, elegante in ogni atteggiamento e in ogni gesto ma del tutto privo di cordialità e si sarebbe detto di umanità. Quando, come dirò in seguito, ci dividemmo in due gruppi, assunse senza esitare la funzione piena di portavoce, che prima condivideva con John, rimasto — quest’ultimo — nel gruppo guidato da Arturo: in quella veste avemmo molte occasioni di dialogo, quando non di polemica, sempre tenute sul filo della cortesia formale, anche quando la tensione si faceva pesante, come risulterà da un esempio che ricorderò più avanti.
Nemmeno col Cap. Guy Ruggles- Brise si sarebbe potuto parlare di sia pur laten­te amicizia; ma forse di appena un grumo di istintiva simpatia sì. Non molto padrone dell’italiano o forse anche per nativa riservatezza, gli scambi verbali con lui — ma questo poi anche con altri componenti del gruppo in fondo, sia pur con le naturali differenze — erano rari, di breve respiro; però spesso accompagnati da un sorriso lieve, più degli occhi che delle labbra, e sempre con voce pacata, gentile, condiscen­dente. Non l’ho mai sentito lamentarsi di alcunché; ancor giovane o appena sulla soglia di una irreprensibile maturità, estremamente discreto ma dignitoso, pareva essere sempre preoccupato di non risultare in qualche modo spiacevole ad altri; non sono riuscito a capire se quell’atteggiamento fosse effettivamente rispondente a un modo di sentire o semplicemente coprisse un sostanziale e in fondo inoffensivo di­sinteresse con l’astuzia ormai acquisita di una lunga consuetudinaria tradizione.
Meno interessanti apparvero allora, ai miei occhi di ventenne, i tre componenti del gruppo maturi e più elevati in grado.
Ho già accennato al generale di complemento; seppi dagli altri che nella società civile godeva di molto credito, come chimico di valore e dirigente di un’azienda del ramo molto apprezzata.
Il generale o dottor Joseph Todhunter si presentava con un’aria molto seria e dignitosa ma modesta, quasi umile: esprimeva i propri punti di vista pacatamente, ascoltava con attenzione le proposte altrui, sempre disposto a condividerle, sempre restio a creare problemi di sorta. A volte si sarebbe detto che fosse come assente, assorto in argomenti più importanti delle immediate questioni di sopravvivenza; e c’era da scommettere che fra quelle questioni — a quanto facevano capire numerosi indizi — il pensiero della famiglia era sempre dominante.
Gli altri due generali presentavano caratteri in qualche modo abbastanza opposti.
Il generale John Combe, scozzese e scapolo era — forse più appariva — piuttosto giovanile, ben portante, disposto alla conversazione, tendenzialmente ottimista, con un di più, tuttavia, di giovialità che talvolta metteva a disagio, come un involontario avvertimento di non fidarsi troppo; non scomodo compagno di viaggio anche se forse viziato da un qualche trasparente egoismo.
L’altro, il generale più anzianom e senza dubbio il più provato, per l’evidente estrema fatica di procedere con una gamba irrigidita al ginocchio, conseguenza di una vecchia ferita non so bene quando patita, parlava raramente e di malavoglia, esclusivamente in inglese, lasciando scorgere con ogni evidenza i segni della sua stanchezza e del suo sconforto, tuttavia resistendo con commovente tenacia, animata dal desiderio quasi disperato di tornare finalmente in patria.
Fu la causa involontaria di un momento di massima tensione all’interno del grup­po; ma per capirlo occorre soffermarsi un poco su alcune modalità del trasferimento.
Va premesso che la decisione di procedere al tentativo di rientro entro le proprie linee del secondo gruppo di prigionieri fu assunta anticipando alquanto il precedente orientamento, sotto la pressione di informazioni giudicate molto attendibili secondo le quali le milizie fasciste in fase di avanzata riorganizzazione, con l’appoggio di consistenti mezzi assicurati dai tedeschi, erano in procinto di effettuare un massiccio rastrellamento lungo tutto l’arco del crinale Tosco-Romagnolo, soprattutto con l’obiet­tivo di smantellare l’ormai organica e consolidata dislocazione delle brigate parti­giane in Romagna, particolarmente minacciose per il controllo di quelle che avreb­bero potuto diventare le retrovie della linea difensiva, in corso di approntamento, essenziale per la difesa dell’Italia Settentrionale considerata come naturale bastione di difesa del confine meridionale del Reich (Linea Gotica).
Varie considerazioni suffragarono l’attendibilità di quella previsione: basti osser­vare che, come si era saputo con molta comprensibile speranza, verso la fine di gen­naio gli Alleati avevano costituito una testa di ponte ad Anzio con l’evidente inten­zione di tagliare le comunicazioni fra il fronte di Cassino (Linea Gustav) e Roma, da cui si sarebbe auspicabilmente tratto lo slancio per la liberazione di tutta l’Italia Centrale e il conseguente attacco alla nuova linea in approntamento; e d’altra parte era ovvia, da parte dell’esercito fascio-repubblicano, l’intenzione di colpire il consi­stente rafforzamento numerico delle bande — dovuto in buona parte alla volontà di tanti giovani di sottrarsi al controllo, per non ottemperare ai bandi novembrini del Gen. Graziani —, proprio nella fase in cui quei giovani sarebbero affluiti alle forma­zioni partigiane ancora privi di preparazione e soprattutto aggravando il fondamen­tale problema della scarsezza di armi e più in generale delle carenze organizzative (e in effetti la campagna di violenti e organici rastrellamenti ebbe il suo feroce svolgi­mento fra fine marzo e aprile del 1944: le brigate partigiane resistettero nel loro complesso, pur dovendo lamentare perdite, grazie ad una più attenta selezione dei comandi — lo stesso Libero dovette cedere le sue funzioni ad altri —, al perfeziona­mento dei contatti con la direzione politica del movimento, soprattutto alla magnifi­ca tenuta delle popolazioni locali)54.
Sulla base di tali previsioni noi fummo tempestivamente allenati: la data di rife­rimento per la partenza fu determinata intorno al 7 marzo, martedì; fu nostra cura, nel frattempo, studiare e per quanto possibile farci idee abbastanza chiare sulla geo­grafia fisica e sugli insediamenti umani della regione nella quale grosso modo avrem­mo dovuto indirizzare i nostri passi, una regione che avrebbe dovuto dipartirsi in pratica dal Montefeltro, forse un centinaio di chilometri in linea d’aria ad Est dalle nostre posizioni di allora, per proseguire tenendosi alla catena degli alti monti fino ad incontrare le linee del fronte nelle zone più aspre dell’Abruzzo dove, secondo le informazioni disponibili, si sarebbe potuto contare su una discreta facilità di trovare varchi.
Furono anche assunte decisioni in merito alla condotta del trasferimento: fu mes­so in chiaro, ad ogni buon conto, che la responsabilità delle scelte sarebbe stata inte­ramente di Arturo e mia, ovviamente sostenute da tempestivi contatti con Tonino.
Per altro verso fu convenuto che si sarebbe dovuto escludere ogni abbigliamento e comportamento atti a richiamare l’attenzione, come si sarebbero dovuti del pari evitare luoghi affollati o molto controllati, preferendo percorsi per quanto possibile nascosti.
Tuttavia, se interpellati, gli ex-prigionieri non avrebbero dovuto mai nascondere la loro identità, che avrebbe potuto costituire una discreta garanzia di aver salva la vita (di noi due guide, in quel caso, … non si parlava: infatti, cosa si sarebbe potuto dire?).
Per mangiare e dormire, si sarebbe contato sulla spontanea buona accoglienza dei locali, scegliendo esclusivamente abitazioni rurali sufficientemente isolate: e infatti durante la strada uno dei compiti essenziali, per Arturo e me, consistette proprio nell’individuare le abitazioni agricole nelle quali fermarsi, saggiando in anticipo la disponibilità degli abitanti e le informazioni che fossimo riusciti ad acquisire; benin­teso, pagammo sempre i servizi ricevuti, essendo stati forniti di una buona disponibi­lità di risorse finanziarie, e sempre fummo chiari in proposito fin dall’inizio del con­tatto (ma trovammo anche qualche famiglia che insistette per offrirci gratuitamente cibo e ricovero).
Le tappe furono di lunghezza variabile, a seconda delle difficoltà geografiche, delle condizioni fisiche dei membri del gruppo, dall’apprezzamento sulla pericolosi­tà della zona: decidemmo subito di procedere in due spezzoni a distanza di alcune decine di metri, salvo particolari varianti suggerite dalla situazione.
A partire dalla quinta tappa, per varie considerazioni, ci dividemmo in due spedi­zioni disgiunte55; in particolare riconoscemmo opportuno che Arturo potesse fruire di maggiore mobilità, la quale gli avrebbe consentito di tenere frequenti contatti col fratello Tonino e con la base di partenza, da cui attendevamo informazioni sulla situazione della guerra e della Resistenza che erano in continua evoluzione.
Per questo egli prese con sé le persone più idonee a muoversi anche senza la sua presenza: John Keriats e i due generali “validi”.
Restò inteso che ci saremmo ritrovati dopo quattro giorni verso l’ora di pranzo a Cupramontana, una località indicataci da Tonino, presso un suo amico fidato; e tale scelta, nettamente più ad Est della traccia iniziale, fece capire che ci sarebbe stata qualche variazione importante nel programma.
Per quei quattro giorni la responsabilità del mio gruppo ricadde per intero sulle mie spalle: avevo con me due uomini validi, Dan e Guy ed uno giovane e pieno di volontà e di buone intenzioni come Jack, pur a volte facilmente affaticato — anche se si sforzava di non darlo a vedere — a causa delle conseguenze della frattura del baci­no non ben recuperata; ma l’ultimo, il povero, maturo, triste generale Vaughan, con la sua gamba rigida, costituiva sempre un problema pesante e doloroso.
Va considerato che in quei giorni superammo, tenendoci a quote piuttosto eleva­te, due alte montagne come il Nerone e il Catria, salendo quindi a livelli non lontani dai mille metri, tra l’altro con neve caduta da poco e abbastanza insidiosa (l’inverno ’43-’44 fu infatti tardivo, la stessa partenza da Spinello era stata prorogata, come forse ho già accennato, di circa una settimana per una violenta bufera durata più giorni fra febbraio e marzo) e per di più avendo nelle gambe la fatica di cinque tappe di 20-30 km ciascuna, una delle quali comprensiva anche della traversata del Monte Carpegna.
Una ulteriore difficoltà scaturì da una situazione di grande tensione locale nella zona in cui avevamo deciso di accamparci proprio al termine della prima tappa dopo la divisione.
Parlando con la gente che si incontrava lungo la strada avvertimmo ad un certo punto una particolare aria di rigidezza, di chiusura, per non dire di ostilità: a quanto venne fuori dopo qualche cauta insistenza, dalle parti di Cagli era stato ucciso un fascista — alcune voci parlavano di due — e i “camerati” saliti dall’Anconetano si stavano concentrando alla Pergola e ad Arcevia per scatenare da lì una spedizione punitiva in tutta la zona.
Modificammo pertanto le nostre intenzioni, che prevedevano di scavalcare la Via Flaminia prima di sera e cercammo — ed in effetti trovammo, non senza qualche difficoltà — una sistemazione pur venata di diffidenze nella collina di Palcano.
Appunto per i timori sollevati dalle informazioni correnti, ritenemmo prudente affrontare, il giorno successivo, la fatica dell’ascesa al Monte Catria, anziché taglia­re verso Est, per le colline a Nord del monte.
Fu appunto in quella occasione che ebbi uno scontro teso con Dan: questi, chiara­mente mostrando l’intenzione di assumere in prima persona la direzione delle opera­zioni ed evidentemente preoccupato dalla fatica cui era soggetto il povero generale Vaughan, intendeva procedere sulle strade carrozzabili sia pur secondarie — come peraltro avevamo precedentemente fatto in circostanze favorevoli —, pregiudizial­mente scartando sentieri campestri che ci avrebbero consentito di tenerci al coperto; e a sostegno della sua tesi volle ricordare che, caduti in un controllo, la loro vita di ex-prigionieri di guerra, per quanto evasi, sarebbe stata sufficientemente salvaguar­data dalle Convenzioni Internazionali. Gli opposi risentito che avevo ricevuto la consegna dai miei capi, gli unici che riconoscevo, di riportarli oltre le linee, perché questo avrebbe avuto un significato politicamente e militarmente utile per la Resistenza e quindi per il Paese, il mio Paese; che pertanto la salvezza della loro vita, a me personalmente cara come quella di persone ormai amiche, non costituiva dunque se assunta da sola un valore di cui dovessi rispondere.
Altezzosamente ribatté che, parimenti, a loro non poteva importare della mia vita, perché certo consapevolmente io l’avevo messa in gioco quando avevo accettato quell’incarico, probabilmente contando anche, e giustificatamente, su qualche con­seguente vantaggio personale.
Di qual genere poi quest’ultimo avrebbe dovuto essere? Non ebbi il tempo nep­pure di soffermarmici un istante: ma d’impeto mi parve di cogliere in quelle parole, che certamente avevano travalicato le sue intenzioni, una offesa consapevolmente rivolta a tutta la Resistenza Italiana, anzi a tutta la Resistenza nei paesi occupati dai tedeschi (né sul momento mi soffermai sull’ipotesi, pur tutt’altro che improbabile, che la caduta del gruppo in mani neo-fasciste avrebbe comportato per me una sorte ben diversa da quella dei miei compagni di viaggio, ammesso che la loro vita venisse effettivamente rispettata).
Gli risposi pertanto duramente che dovevano attenersi comunque alle mie deci­sioni, aggiungendo tuttavia che avrei sicuramente tenuto conto delle condizioni di ogni singolo, cosa che peraltro, in base alle informazioni tranquillizzanti assunte durante la discesa dal monte, potei puntualmente mettere in pratica, consentendo che il gruppo giungesse all’accampamento dalle parti di Serra Sant’Abbondio utilizzan­do in parte le strade normali, dove io del resto avevo preso l’abitudine di anticipare alquanto, nei punti più incerti, gli altri.
Giustizia e verità vogliono che io dica, e lo faccio con vero piacere, che la sera stessa Dan, sia pure senza troppe parole, venne a confermarmi la sua fiducia; ed in effetti di lì in avanti non ci furono più problemi del genere ed io profittai grandemen­te della sua collaborazione, pur espressa nelle forme che gli erano tipiche.
Mi sono dilungato alquanto su questo episodio soprattutto per riandare a qualche considerazione che mi venne fatto di rimuginare in proposito nella stessa serata e poi più volte in altre occasioni e più generalmente in prosieguo del tempo.
Ho detto considerazione, avrei forse espresso meglio la sostanza del mio pensie­ro, anzi del mio stato d’animo, usando il termine “sorpresa”: uno stato d’animo emerso quasi immediato, pur se in modo confuso, anche perché frammisto alla tensione della continua vigilanza mentre si era ancora in cammino, che si rilevò peraltro con nettezza la sera sul punto di prendere sonno; la sorpresa cioè di constatare come nel culmine della polemica con Dan ero stato acceso molto più dalla irritazione per la sottovalutazione politica e morale delle difficili lucidissime scelte della Resistenza che dalla preoccupazione, dal timore, pur giustificato, per la mia personale sorte a rischio.
Ma la sorpresa non si rivestì di piane e conseguenti valutazioni logiche, quali ho cercato di esporre: fu anzi, quasi la deflagrazione di un terrore incomposto, inatteso e soffocante, che mi tenne a lungo sveglio e sballottato fra il desiderio di fuggire e nascondermi chi sa dove, la disperazione di sentirmi in trappola, la vergogna di mo­strarmi inferiore alla fiducia investita su di me e la necessità di recuperare la ragione­volezza della speranza.
Col sonno tutto si confuse e al mattino avevo non so come ritrovato la tranquillità.
Soltanto un simile meccanismo psicologico ritardante, credo, può rendere possi­bili comportamenti che contrastano l’istinto di conservazione: un meccanismo inve­ro scattato in me anche in altre diverse situazioni — per la verità non soltanto durante il periodo di cui sto narrando — di una delle quali, verificatasi circa quattro mesi più tardi, per talune contingenze che ebbero dell’incredibile, dirò a suo tempo.
In ogni caso la nostra marcia di avvicinamento a Cupramontana procedette senza complicazioni e all’ora convenuta, dopo aver sistemato convenientemente i miei quattro compagni a breve distanza dalla villetta dell’appuntamento, mi presentai al proprietario, un odontoiatra56, e lì trovai ad accogliermi Tonino; Arturo tardò qual­che poco.
Voglio solo accennare alla singolare facilità con cui superammo il punto che ave­vamo temuto rischiosissimo: un ponte sul fiume Esino, lungo una laterale che si distacca proprio in quel punto dalla strada nazionale n.76 e supera anche, con pas­saggio a livello, la ferrovia Roma-Falconara, a non più di 2 km dalla stazioncina di Serra San Quirico, allora sorvegliata da militari tedeschi.
C’era qualche blando controllo anche lungo la linea; ma fu sufficiente prender nota della cadenza con cui si spostava la pattuglia per passare tranquillamente, un poco distanziati fra di noi.
Più importante mi pare rammentare l’effetto che ebbe su di me la straordinaria emozione affettuosa dimostrata da Tonino — un uomo vivace e deciso, alieno da ogrli sentimentalismo, talvolta sin troppo brusco e apparentemente spregiudicato e sprez­zante — quando ci incontrammo; e la sua gioia quando poco dopo arrivò anche Artu­ro, che pure aveva visto da pochi giorni.
Ebbe per noi delle premure, delle attenzioni, quali potevo aspettarmi dalla mia mamma; e a questo proposito egli mi raccontò molto dei miei, coi quali era in contat­to frequente, e si può immaginare con quanto mio piacere e commozione.
Anche il nostro ospite fu estremamente cordiale: un buon pranzo attorno ad una tavola insolitamente bene apparecchiata — almeno per me, dopo quattro mesi — non fu affatto sgradevole.
Tonino ci illustrò una situazione che appariva fortemente mutata, riguardo alle possibilità di transito di ex-prigionieri attraverso le linee, rispetto a quella ipotizzata all’epoca della nostra partenza da Spinello: a quanto pareva, la lunga stasi del fronte aveva consentito ai tedeschi di stringere le maglie e di individuare i passaggi più utilizzati.
Conveniva pertanto ritentare il transito per via d’acqua, secondo un piano che era in avanzato sviluppo e necessitava solo di qualche giorno ancora per potere essere attuato, al quale collaborava la “A” Force britannica per mezzo di un suo agente chiamato Leo57 che presto avremmo contattato: il piano era altresì supportato da partigiani marchigiani attestati nella zona gravitante attorno alle località di Cingoli e Frontale, alcuni dei quali si fecero carico di sistemare i nostri gruppi per la notte.
E furono ancora quelle organizzazioni partigiane ad accordarsi con Tonino e ri­tengo con Leo per procurarci un autocarro; chiusi tutti noi del gruppo, tornato unito, nel cassone, fummo portati — viaggiando in pieno giorno — in poche ore, fino a Sam-bucheto, un paesetto posto grosso modo fra Macerata e Recanati, sulla Statale di fondovalle del Potenza; e lì fummo ospitati presso la locale parrocchia, dove rima­nemmo nascosti e in riposo un paio di giorni.
Il coraggio, unito ad una grande pietà umana, di quel sacerdote merita un com­mosso ricordo ed apprezzamento tutto particolare: il rischio che correva era ben altro di quello — pur meritorio — dei contadini che ci avevano ospitato lungo la strada.
Ricordo la sua figura quasi insignificante a prima vista, i suoi modi piuttosto bruschi all’apparenza, soprattutto un viso aggrottato che denunciava manifestamen­te nel colorito giallastro, nei lineamenti tirati, il sofferente epatico cronicizzato; ma del suo nome non sono più tanto certo, nella mia memoria l’ho sempre chiamato Don Ezio, ma non giurerei che fosse quello.
Un giorno imprecisato del successivo periodo di un mese e mezzo circa— trascor­so come dirò nella bassa valle del fiume Tenna in attesa di imbarcarci — da un conta­dino partigiano apprendemmo che a quanto pareva Don Ezio (forse a cagione del­l’aiuto dato a noi) era stato arrestato; anzi, lasciavano intendere le voci, deportato e quindi fucilato.
Dopo la fine della guerra ho cercato di informarmi sulla sua sorte effettiva, ma i miei elementi identificativi erano molto scarsi: in un elenco di religiosi caduti per la Resistenza un nome c’è, che potrebbe essere Don Ezio: se è così, non posso che immaginarlo fermo e sereno all’atto del sacrificio della vita, e consapevole di essere stato fedele a tutte le sue motivazioni ideali e spirituali.
Ho già confessato, e non una volta solo, che la mia memoria riguardo a circostan­ze così incisivamente vissute è stranamente labile e discontinua; forse tanto più in­certa, quanto più determinate furono le linee portanti degli avvenimenti.
Mi trovo così in singolare contraddizione con me stesso, per esempio, proprio a riguardo dei fatti avvenuti a noi in quelle giornate.
A me pare di non aver dubbi sulla tappa Cupramontana — Sambucheto percorsa a bordo dell’autocarro, come del resto la successiva Sambucheto-Foce del Tenna, con l’esperta guida di partigiani locali: invece da una relazione da me stesso resa a breve distanza — circa un anno, ma la data attribuita non mi pare del tutto convincente — dai fatti stessi e poi ripresa da un settimanale politico in aprile 1971, risulterebbe che il primo dei due tratti di percorso venne coperto a piedi.
Considerato che la data della relazione comunque è di gran lunga più vicina agli avvenimenti di quella attuale, nella quale scrivo e ricordo, devo accettare che le cose siano andate in quel modo; eppure la mia memoria …
Varrebbe la pena riflettere bene su cosiffatti sfasamenti: soprattutto, mi pare, in­dagando sul momento in cui — ovviamente a posteriori — mi rendo conto, in libera riflessione e a causa o meno di una perplessità indotta dall’esterno (come, in que­st’ultimo caso concreto, la rilettura di un documento da ritenere attendibile quale appunto la mia relazione qui sopra citata e che costituisce queste pagine), che nella mia memoria si è cristallizzata una visione dell’andamento delle cose sulla cui cer­tezza non posso più sentirmi tranquillo; indirizzata poi, tale indagine, ad approfondi­re se la elezione di quella immagine cristallizzata dei fatti, in ipotesi diversa dal loro reale svolgimento, non sia stata inconsapevolmente dettata da un movente psicologi­co più o meno contorto e celato, quale il bisogno di autoassolvermi o la speranza di autoesaltanni, più in generale la implicita volontà di autodefinirmi in una personali­tà diversa da quella da me stesso reputata reale ma non soddisfacente.
Non voglio fare dello psicologismo banale: soltanto esporre un dubbio che mi intriga da non poco tempo e con non trascurabile tenacia, riguardo la assunzione di “testimonianze in prima persona” come basi della indagine storica.
Mi sembra anche di poter identificare, al fondo di tutto il discorso, una tendenza a coordinare la propria folta e confusa e, in ogni caso, sempre variabile ricchezza di ricordi, secondo le tonalità e i ritmi di uno schema in qualche modo riposante, che non esito a definire come una propria personale mitologia: conclusione questa senza dubbio del tutto priva di ogni pretesa di originalità, ma che dà la opinabile soddisfa­zione di essere emersa anche dalla modesta ma onesta verifica “in vitro” ed “in cor­pore vili”, vale a dire su me medesimo.
Sta di fatto comunque che col trasporto dell’intero gruppo, incrementato intanto con l’arrivo dell’agente Leo della “A” Force — peraltro un italiano come noi, schiera­tosi nelle convulse fasi di sviluppo messe in movimento dal drammatico andamento delle operazioni belliche dell’Italia, culminato nella rivolta di palazzo del 25 luglio, a fianco degli eserciti alleati —, nella zona precollinare che scende quasi a lambire il mare alla foce del fiume Tenna, cambiò notevolmente il nostro modo di agire; cam­biarono gli stessi ritmi di vita.
In precedenza infatti le ore di luce erano spese nel movimento e segnate dalla necessaria mai allentata tensione di fronte al persistente rischio di repentini possibili mutamenti di situazione; tensione che col calare delle ombre normalmente si scio­glieva nella appagante sensazione del ritorno, sia pur precario e per così dire simbo­lico, alla normalità — quanto meno la rassicurazione che la normalità era possibile, come dimostrato dalla quasi normalità vissuta dai contadini che ci ospitavano, che costituiva in qualche modo la garanzia che anche la nostra, quella in particolare degli ex-prigionieri, continuava ad esistere e sarebbe stata presto raggiungibile e raggiunta.
Ora invece i condizionamenti temporali nettamente si invertivano: nella campa­gna aperta e quasi di pianura, trapunta di strade tutte facilmente percorribili e più densamente popolata, durante le ore di visibilità era necessario tenersi al coperto da sguardi, che potevano essere più o meno conniventi ma anche più o meno indiscreti, e ripararci in case complici ed ospitali — per quanto esposte a sospetti o a semplici e malsane curiosità; anzi proprio negli angoli di esse più riposti come stalle o fienili o granai.
Era la notte invece a consentirci la pur cauta e accorta libertà di movimento: un movimento inteso dapprima a portarci sulla spiaggia in corrispondenza della foce del fiume, nelle notti o almeno nelle ore illuni, dove avremmo dovuto essere raccolti da un mezzo navale delle Forze Alleate agile e appositamente inviato, secondo gli accordi definiti da Leo.
Il tentativo, più volte ripetuto e abbastanza rischioso — occorre tener presente che nella zona la costa ha pendenza notevole e la spiaggia brevissima, non più di pochi metri, ha immediatamente alle spalle il rilevato ferroviario (linea Bologna- Pescara), sottopassato da alcuni cunicoli a intervalli pressoché regolari per dare sfogo ad even­tuali acque di superficie, e doppiato, subito a monte, dalla strada nazionale Adriatica, allora pattugliata con notevole continuità e frequenza — andò sempre a vuoto; ed in una occasione — per fortuna senza seguito per evidente convinzione dei sorveglianti di essere incorsi in un abbaglio — fummo fatti segno a numerosi colpi di armi auto­matiche.
Un altro analogo appuntamento ci fu promesso attraverso l’interessamento di Tonino, che si avvaleva di una radio trasmittente sbarcata nel frattempo in Romagna per opera di un “team” diretto da un “Roberti”, in realtà un giovane efficiente parti­giano di Coccolia presso Ravenna, di nome Tonino Fameti: quella radio (Radio Zella) e quel team stavano svolgendo e avrebbero svolto ancora per qualche tempo, un ottimo lavoro di informazione e di collegamento, seguito purtroppo — e non certo per colpa di Roberti — da un gravissimo, dolorosissimo episodio estremamente negativo per la Resistenza in Romagna, che avrebbe coinvolto fra gli altri proprio i fratelli Spazzoli60.
Neanche il tentativo Zella ebbe comunque esito alcuno, con delusione non sol­tanto nostra ma altresì dei nostri buoni amici partigiani, invano presenti al mancato appuntamento col loro prezioso autocarro per un carico di armi previsto nel piano concordato.
Durante tutto il periodo intanto il gruppo gradatamente non cessò di impinguarsi.
I nuovi membri avevano diverse provenienze. Il contingente più consistente era costituito da altri ex-prigionieri Alleati, soccorsi ed ospitati in Romagna dalla orga­nizzazione di cui il fratello di Arturo era parte influente e poi aiutati a raggiungerci — a questo erano destinate talune “puntate” di Arturo verso casa — e a sistemarsi nella zona presso famiglie contadine ospitali e sicure: ne facevano parte altri due generali Stierling ed Armstrong e sei altri militari di vario gradom.
A questi si aggiunsero, non ricordo per quali tramiti, altri tre ufficiali delle Forze Alleate sfuggiti alla prigionia e reduci da un tentativo dolorosamente fallito — vi avevano perso qualche collega e compagno di evasione — di attraversare le linee per via di terra.
All’ultimo momento si aggregarono anche tre giovani uomini di mare locali, che erano stati in diretto contatto con Leo e si mostravano singolarmente ansiosi di in­contrare la nuova realtà che avanzava con le armi degli Alleati62.
Appunto Leo in verità acquistò ben presto un ruolo ed un prestigio determinanti, pur lasciando anche a noi — ad Arturo e me, ovviamente supportati dalla autorità di Tonino anche assente — uno spazio adeguato. Aveva con sé, Leo, come amico ed aiutante, un inglese di indefinibile condizione e situazione, tal Pit63, cui era peraltro molto legato; così come ad un altro personaggio che introdusse nel gruppo, e questo invero di evidente altissimo spessore culturale. Mi riferisco al professor Guido Calo-gero”, filosofo di fama e antifascista del fronte interno di grande rilievo, come ispi­ratore di uno dei rami portanti del Partito d’Azione, e peraltro molto gradevole con­versatore.
Accanto a Leo, altre due persone, separatamente ed in tempi diversi unitesi al gruppo, manifestarono doti abbastanza singolari.
Del primo di essi ho già avuto occasione di far cenno: si trattava infatti di quel Ruggero Cagnazzo, ebreo, ingegnere, che aveva avuto un ruolo di grande rilievo nella impresa che aveva preceduto questa nostra ed aveva consentito il rientro nel campo alleato dei primi tre generali, quelli di maggiore importanza, fatti rientrare via mare ai primi di dicembre 1943 partendo da Cattolica. Uomo in genere di poche e attente parole, ma molto cordiale, Cat — questo era il suo nome di battaglia — colla­borava direttamente come Leo con la “A” Force britannica, nel cui ambito aveva attratto anche un suo fedelissimo, un marinaio di Cattolica molto pronto ed efficien­te, di cui ricordo il nome con qualche incertezza, Guerino.
Dell’altro personaggio entrato nel gruppo ricordo invece il nome (o pseudoni­mo?): si faceva chiamare Capitano Losco e ignoro come fosse entrato nel gruppo e addirittura quando fosse arrivato in zona, anzi ancora mi chiedo come la sua presen­za mi sia stata in un certo momento simultaneamente incomprensibile e familiare Poiché ritengo che facesse parte anch’egli della “A” Force, credo che sia stato intro­dotto da Leo o — più verosimilmente — da Cat. Comunque la sua partecipazione si rivelò molto utile, conosceva bene il mare ed era dotato di molto buon senso, pron­tezza e discrezione nelle decisioni. Si diceva — né ho motivo di porlo in dubbio — nato in Egitto da genitori italiani: certo era uomo di molte lingue (parlava correttamente, a quanto risultava, inglese, francese, italiano; ma anche l’arabo, anche se nessuno di noi era in grado di testimoniarlo, e altre lingue fra cui l’yiddish) e di molte risorse; comunque singolarmente e piacevolmente cordiale. Siamo stati insieme ben poco e rimpiango di non averlo conosciuto meglio.
Molto presto, prima che il gruppo divenisse così folto, prese consistenza l’idea che avremmo dovuto risolvere il nostro problema coi nostri mezzi.
Nelle spedizioni notturne avevamo potuto osservare infatti sulla spiaggia alcuni scafi di barche da pesca tirate in secca — il mare era diventato impraticabile sin dal­l’autunno perché si erano verificati casi di mitragliamenti di pescherecci da parte di aerei tedeschi od Alleati ed anche di guardia-coste tedeschi — e non fu difficile appu­rare che il relativo armamento si sarebbe potuto ritrovare in talune delle case conta­dine arrampicate sulla collina, dove abitavano parenti o soci dei pescatori di Porto Sant’Elpidio e di Porto San Giorgio.
Presi gli opportuni contatti, venne convenuto l’acquisto di due scafi da sette/otto metri e poi gradatamente degli alberi, dei pennoni, dei timoni, delle vele, dei remi e di quant’altro necessario, procedendo poi a riunire in due depositi sicuri e ben dispo­sti rispetto alla posizione di ciascuno dei due scafi il materiale necessario. Contem­poraneamente — e fu l’operazione più delicata, perché si dovette effettuare ovvia­mente sulla spiaggia, a pochi metri come ho detto dalla strada, e al buio — i due scafi vennero attentamente esaminati per individuare eventuali sconnessure dovute al pro­lungato periodo di “secca” o danni di altra origine; e, una volta accertati gli uni e le altre, si dovette cercare di tamponare le fessure con schegge di legno appositamente allestite, stoppa e pece (ma tutto a freddo ovviamente).
Nel frattempo non si mancava ovviamente di proseguire anche nei tentativi di appuntamento con mezzi promessi, mai tuttavia presentatisi. Ci chiedevamo allora, e io tuttora mi chiedo, a cosa si dovettero gli insuccessi: in base a una qualche espe­rienza che ebbi successivamente dell’ambiente, credo di poter affermare che non furono estranei anche certi aspetti di colpevole leggerezza dei reparti preposti a tali compiti.
Per lo svolgimento delle attività di cui qui sopra ho parlato, devo precisare che le nostre responsabilità — perlomeno le mie — erano di molto diminuite; e non mi di­spiaceva.
Svolgevo naturalmente, cercando che fossero al meglio, tutti gli incarichi che mi venivano affidati; poiché un così gran numero di persone “invisibili” (ormai una trentina di individui) non poteva certo essere concentrato in un solo caseggiato, c’era ad esempio necessità di numerosi collegamenti, oltre alle spedizioni notturne verso le case di collina e a quelle più delicate verso la spiaggia.
Gradivo avere compiti subalterni da svolgere, specialmente se potevo andare da solo: mi affascinava il brusio quasi segreto della notte, il quasi — sonno della campa­gna, mentre i miei sensi un poco si eccitavano nella necessità di essere sempre all’erta.
Portavo con me quella pistola Beretta, una calibro 9, che era stata di mio padre. Una sera mi accadde di appiattirmi in un’ombra più folta, togliendo la sicura pronto a premere il grilletto, poiché avevo udito inequivocabilmente dei passi cauti sul sentiero; naturalmente attesi prima di agire, conscio di non essere stato avvertito, e ne fui ben lieto poiché vidi avanzare una figura nota, quel Guerino marinaio di Cattoli­ca. Con precauzione mi feci riconoscere e scherzammo un poco, allegramente, os­servando che avevo avuto la sua vita nelle mie mani: ero molto compiaciuto di aver mostrato cautela e attenzione superiori alle sue; solo più tardi mi resi conto, con raccapriccio, che avrei sparato a freddo, se fosse stato un nemico.
Ho riportato questo esilissimo episodio, per certo ben poco significativo, perché l’ho sempre ricordato con nettezza di particolari. E non saprei dirne la ragione: ma c’è attorno ad esso il profumo delicatissimo dell’incipiente primavera, c’e una notte che misteriosamente intiepidisce, c’è forse il dilatarsi del respiro di un giovane, che si sente vivo tanto nella tensione dei giorni divorati dalla guerra e dalle asprezze e gravità dei pensieri degli uomini con i quali divide le speranze di uscire dalle diffi­coltà attuali, quanto nella distensione della marina e della collina che si abbracciano ammettendolo, non sa lui stesso per quali vie misteriose, alla loro festa di pace e di serenità.
Non c’è dubbio comunque che quel mese e mezzo all’incirca alla foce del Tenna venne vissuto da me come una parentesi sommessa, un’oasi di calma.
Non tutta di dolcezza peraltro: anzi il relativo riposo, il tempo disponibile ben più di prima, lo stesso sgravio di responsabilità mi consentivano, anzi mi imponevano di avvertire più tagliente la nostalgia. Pensavo come non mai alla mia ragazza, pensavo alla mia famiglia, ai miei amici anche, quelli di Forlì e quelli di Milano, e mi chiede­vo con ansia che sorte avessero avuto, qualcuno forse era in montagna e combatteva o in città ad organizzare colpi di mano ai danni dello stesso nemico; qualche altro invece era lui stesso il nemico, convinto forse di essere nel giusto. Per gli uni e gli altri, mi bruciava a volte il possibile dolore, se non fossero più stati ormai né compa­gni né nemici, ma soltanto dei nomi esistiti … e poi a volte un simile dolore, l’ombra appena di un simile dolore, assumeva contorni che sembravano alludere al mio bab­bo, alla mia famiglia, alla mia ragazza … oppure il dolore avrebbe marcato indele­bilmente il loro viso perché sarei stato io ad essere scomparso in tal modo…
No, non sono stati, per certo, neppure quei quarantacinque e passa giorni, un periodo di felicità. Eppure ci sono stati momenti, molti momenti, forse molti giorni in cui ho sentito con soddisfazione, quasi con gioia, di essere diverso da prima, da sempre: come se avessi scalato un gradino, un livello di maturazione.
E ogni momento libero, ogni momento di solitudine mi era gradito; fosse anche per rimpiangere, per assaporare tutta la mia nostalgia; ma anche per sentirmi … come posso dire, chiamato dalla luce, dall’aria, dalla natura intorno, dalle cose a tendere l’orecchio e ascoltare le loro confidenze.
Ma non sono qui per confessarmi: mi preme soltanto far capire … no, mi preme ricordare a me stesso che per partecipare, sia pur molto modestamente, a una lotta comune non è necessario — almeno credo — rinunciare alle pur piccole facoltà gelosa­mente personali che contribuiscono a definire appunto la nostra natura di uomini.
E mi piace anche ricordare una amicizia, che direi minima, tuttavia stabilita sin­golarmente con una persona, la cui fisionomia psicologica è rimasta indelebilmente nel mio patrimonio di ricordi.
Ci trovammo casualmente, io e quest’uomo ancor giovane, un contadino, a con­dividere per alcune ore una situazione che pareva delicata, rischiosa: pareva che potessimo essere scoperti — lui guida, io portatore di alcune informazioni — in una situazione da cui non era facile liberarci e che ci avrebbe trovato in difficoltà; poi la cosa si risolse pianamente. Poiché avevamo realizzato che l’atteggiamento più van­taggioso sarebbe stato attendere senza intervenire sugli eventi, ci mettemmo pian piano a parlare.
Si chiamava Alessandro e aveva un viso bonario, un po’ largo, uno sguardo non molto espressivo, sempre ridente. Non so come il discorso, che poteva sembrare destinato ad essere alquanto stentato, cadde su argomenti… come si può dire, politi­co — programmatici, con forti venature ideologiche: non di schieramenti, ma di aspi­razioni, ingenui disegni di future istituzioni, di sperate modalità del vivere. Mi inter­rogava — io non andavo al di là di qualche istintivo giacobinismo, mi ascoltava con una curiosità attenta, perspicace; mi chiedeva spiegazioni necessarie, sollevava obie­zioni corrette, centrate; con la più grande modestia, ma senza timori.
Alla fine potemmo rimetterci in strada e raggiungemmo la meta, che era poi casa sua: mangiammo, con alcuni compagni e qualche familiare, conversando tutti con grande serenità, in una atmosfera di simpatia che per me, e sono certo anche per lui, sottintendeva un rapporto privilegiato.
Ci vedemmo qualche altra volta, ma sempre o quasi in presenza di altri e con la distrazione di qualche impegno urgente; tuttavia sempre con grande, particolare cor­dialità.
Quando me ne andai dalla valle del Tenna, mi portavo dietro anche l’intenzione di andare a cercarlo, a guerra finita. Ma come, ma dove? E poi, cosa gli avrei detto davvero?
Un’altra persona avrei voluto rivedere dopo la guerra, di quelle conosciute sul Tenna: potrei identificarlo come il delegato del raggruppamento partigiano di Cin­goli presso il nostro gruppo.
Era conosciuto come Quinto, ma certo non era questo il suo nome di battesimo: un ometto piuttosto basso, rotondetto, calvo, un viso intelligente, arguto. Parlava quietamente, ispirava una grande tranquillità, sotto la quale si intuiva una volontà ferma altrettanto spiccata; ogni sua indicazione confermava il senso di fiducia che promanava da lui. Non mi pare che l’abbia mai dichiarato, ma sono certo che era comunista: lo si immaginava nel dopoguerra come pubblico rappresentante di una comunità. Anche per lui non avrei saputo, anche volendo, come ritrovarlo: mi piace immaginare che, se avessi saputo il suo vero nome, esso mi sarebbe venuto incontro dalle pagine di un giornale perlomeno locale.
Prima di abbandonare la zona del Tenna — non manca ormai che l’imbarco — voglio anche ricordare che una mattina Arturo ed io salimmo a Fermo per ottenere una fotografia per tessera —, le avremmo usate per applicarle su moduli in bianco con regolare bollo, sottratti da non so quali uffici comunali e riempiti a regola (quasi) d’arte con le nostre nuove identità: io divenni un Giorgio Bitossi (presi, accanto al mio nome di battesimo per evitare sorprese ove qualcuno mi avesse interpellato re­pentinamente, un cognome che mi fosse ben noto, per non incorrere in una deplore­vole amnesia in caso di necessità), residente a Castelguelfo, perché così imponeva il modulo disponibile; Arturo fu invece più immaginifico, si fece cosentino con uno strano cognome (Trifilò), ignoro come costituito.
La sua carta d’identità falsa non è servita a risparmiare a lui il suo tremendo destino; della mia mi sono servito una volta, ma credo che se anche avessi usato la mia giusta, in quell’occasione, il risultato sarebbe stato lo stesso ed anzi non avrei forse corso il terribile rischio in cui stavo per trovarmi. Ne parlerò a suo tempo.
Ora le due carte d’identità false sono rimaste a me: anche quella di Arturo, non so come dopo la sua morte. Le conservo come un segno significativo della mia vita. In quella di Arturo, lapsus significativo ma gravissimo errore ove fosse stata usata, manca — nella data — l’indicazione, scritta tassativamente in numerazione romana, dell’anno (sarebbe stato il ventesimo) della cosiddetta Era Fascista.

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *