L’impresa dei generali inglesi

Aggiornamento: il rapporto Spini

un documento classificato “segreto” redatto per Intelligence Service britannico dal S.Ten. Giorgio Spini, dopo la guerra illustre storico, aggregato alla 2a Brigata corazzata dell’8a Armata britannica che ha liberato Forlì sfondando la Linea gotica.  E’ inviato da Forlì e datato 13 novembre 1944, quattro giorni dopo la liberazione, e illustra chiaramente la situazione del movimento di resistenza nel forlivese. In diversi punti parla diffusamente di Tonino come uno dei più influenti personaggi.

Testo tratto da Popolazioni, prigionieri alleati in fuga, movimento partigiano in Romagna (settembre 1943-aprile 1944) di Ennio Bonali, Oscar Bandini, Renato Lombardi,  in Studi Romagnoli, LXIII (2012), Stilgraf, Cesena.

A metà settembre 1943, per la vallata di Santa Sofia (Forlì), era un continuo passaggio di ufficiali e soldati inglesi, ex prigionieri liberati o evasi dopo l’armistizio dai campi di concentramento del Settentrione, in viaggio verso il sud. Costoro venivano accompagnati dalle nostre guide fino al confine della Toscana, e affidati ad altri che li inoltrassero, oppure venivano invitati a stabilirsi in montagna, sotto la protezione dei nostri reparti partigiani in formazione. Furono alcuni ufficiali inglesi i primi a parlarci dei loro generali che ritenevano fossero al riparo dalle nostre parti. Un’informazione più precisa la ottenne dal Priore dell’eremo camaldolese l’avvocato Torquato Nanni, noto socialista del posto, che mi riferì il suo colloquio col religioso: alcuni ufficiali Generali inglesi, fuggiti da un campo di concentramento presso Fiesole, si trovavano nella zona di Camaldoli. Era per noi la tanto sospirata occasione per dimostrare agli alleati la nostra decisione, la nostra lealtà, la nostra buona fede”. Con queste parole, Bruno Vailati -al tempo ventiquattrenne Ufficiale rifugiatosi a Santa Sofia, a casa Nanni, dopo aver combattuto a Roma nei giorni successivi all’armistizio per contrastare l’invasione tedesca- racconta nell’immediato dopoguerra sul “Tempo” di Roma la vicenda della fuga di militari alleati lungo il nostro Appennino. Vailati diverrà nel dopoguerra importante regista cinematografico, studioso del mare e delle culture di tanta parte del mondo. All’indomani dell’8 settembre 1943 circa 85.000 militari alleati erano detenuti in una sessantina di campi di prigionia e in una ventina di ospedali. Due terzi di questi fuggirono, disubbidendo a un ordine maldestro del Generale Bernard Law Montgomery, a capo dell’esercito britannico in occidente, che aveva comandato loro di restare in attesa della liberazione che sarebbe dovuta avvenire in poche settimane. In verità, la completa liberazione d’Italia avvenne solo diciotto mesi dopo. 50.000 di questi evasero dirigendosi prevalentemente in quattro direzioni: verso la Svizzera, quelli che si trovavano a nord del Po; verso il sud e le linee alleate quelli dislocati a meridione di quel fiume. Precisamente, in direzione dei litorali Tirrenico o Adriatico, nella speranza di sbarchi alleati su cui confluire; lungo la dorsale appenninica, per la natura impervia e scarsamente dotata di grandi vie di comunicazione che avrebbe resa difficile la loro ricattura da parte di fascisti e tedeschi.

A proposito dello slancio con cui élite democratica e popolo si prodigarono per il loro salvataggio, scrive lo storico inglese Roger Absalom in un libro dall’emblematico titolo L’alleanza inattesa: “Sebbene la campagna fosse piena di profughi e vagabondi, i prigionieri fuggiti generalmente ricevettero il più caloroso benvenuto…”. Lo stesso Primo Ministro inglese, Winston Churchill, scrisse di ciò: “Non fu certo fra le minori imprese delle Resistenza italiana l’aiuto dato ai nostri prigionieri di guerra che l’armistizio aveva colto nei campi di concentramento dell’Italia settentrionale. Di quasi 85.000 uomini, con indosso uniformi palesemente riconoscibili e in complesso ignari della lingua e della geografia italiana, almeno 10.000, in gran parte soccorsi con abiti civili dalle popolazioni locali, furono condotti in salvo, grazie ai rischi corsi dai membri della Resistenza italiana e dalla semplice gente di campagna”. Oggi sappiamo che Churchill aveva appreso quelle notizie dalla testimonianza diretta dei Generali soccorsi a Camaldoli e in Romagna. Alla Conferenza di Pace di Parigi del 1946, il Presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi, evocò a sua volta quei soccorsi, a dimostrazione che il popolo italiano non era di sentimento fascista. E questo contribuì a condizioni di pace meno pesanti per l’Italia. Torniamo ai nostri patrioti. Vailati fu il protagonista principale della prima delle imprese che condusse infine a Termoli liberata i tre più blasonati fra gli undici Generali soccorsi: Philip Neame, Richard O’Connor, Owen Tudor Boyd. In un primo tempo, dopo aver portato al Quartier Generale alleato i messaggi da questi ricevuti con un viaggio che superò i limiti dell’avventura, il giovane Ufficiale ritornò nei nostri monti e condusse per terra e per mare i tre big lungo una “trafila” democratica, di garibaldina memoria, che iniziò il 30 ottobre e terminò il 20 dicembre. Ad accoglierli i Generali Dwight Eisenhower e Harold Alexander, a Bari; il Primo Ministro britannico Churchill, a Tunisi. A questi riferirono notizie di grande importanza, apprese dai patrioti italiani: la strategia di guerra di Hitler; il profondo dissenso esistente fra i Generali tedeschi Rommel e Kesserling su come condurre la campagna d’Italia (il primo per portare le difese tedesche sulle Alpi, il secondo per contrastare gli alleati palmo a palmo lungo l’Italia); la fabbricazione delle “bombe volanti” V1, in corso da parte tedesca -lanciate su Londra solo nove mesi dopo, sì da consentire l’apprestamento di adeguate difese da parte inglese; difese che non furono efficaci per i successivi ”missili” V2, in settembre. Due dei Generali, John Combe e Joseph Todhunter, accolti con l’intero gruppo nel Monastero di Camaldoli, poi condotti a Seghettina per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi, restarono in Appennino sei mesi, dal 10 settembre 1943 al 13 marzo 1944. Prima, a organizzare l’esodo dei militari inglesi; poi, a collaborare con la prima formazione partigiana di circa mille uomini, comandata da Riccardo Fedel (Libero Riccardi) e a favorire la designazione di un coordinatore fra le Brigate romagnola, marchigiana e toscana, nella persona dello stesso Libero. Quest’ultimo fu falsamente accusato dal nuovo Comando della Brigata, subentratogli in aprile, d’essere ladro e spia fascista e fucilato nel giugno 1944. I due Generali furono condotti in salvo a Ortona, dopo un’odissea di quasi due mesi, il 10 maggio 1944, da due giovani forlivesi: Arturo Spazzoli e Giorgio Bazzocchi. A conclusione della propria epopea in terra romagnola, divenuto agente dei Servizi segreti americani, Bruno Vailati fu paracadutato il primo giugno 1944 presso Spinello di Santa Sofia, divenendo prima istruttore militare e poi Capo di Stato Maggiore dell’8a Brigata Garibaldi che portò a una concreta capacità di combattimento. Vailati è stato pressoché dimenticato in Romagna. La nostra Regione è stata strategicamente molto importante dal punto di vista militare. Basta ricordare che quel Generale Combe, per sei mesi nelle nostre montagne -anche per la conoscenza acquisita del campo militare appenninico – fu posto al comando della II Brigata corazzata dell’VIII Armata Britannica che sfondò sui Mandrioli la linea fortificata tedesca, detta “gotica”, e liberò la stessa città di Forlì, dopo aver disarmato l’Ottava Brigata Garibaldi a Meldola, avendo appreso la notizia della fucilazione di Libero.

Di Roger Absalom

Tra le storie relative alle fughe, una che documenta in modo :eccezionalmente dettagliato gli elementi appena menzionati è quella che riguarda il Generals’ Party, il gruppo di ufficiali britannici di grado superiore (da generali di brigata in su) che, dopo l’armistizio, fuggirono da un castello vicino a Fiesole, sulle colline fuori Firenze, e raggiunsero un angolo remoto della provincia di Forlì, in Romagna. Sebbene non fossero i primi del loro grado a fuggire con successo, furono certamente i primi a sperimentare appieno l’im­patto della complessità sociale e politica dell’Italia.

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di Michael Benjamin Todhunter

Ricordiamo quella che fu una vera epopea, per quanto poco conosciuta: la fuga verso sud, attraverso i monti dell’Appennino, di migliaia di militari inglesi evasi dai campi di prigionia; ad aiutarli tantissime famiglie contadine e la trafila degli antifascisti democratici, guidata da Tonino Spazzoli, medaglia d’oro al valor militare, e Torquato Nanni, sindaco socialista di Santa Sofia. A parlare è Michael B. Todhunter, figlio di uno dei generali inglesi che organizzarono il grande esodo.

(continua…)

Dal libro di Giorgio Bazzocchi “Ricordi – 1943-1945”, il percorso di Arturo per portare in salvo i generali inglesi

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