Intervista al figlio di Todhunter

SENZA DUBBIO, GLI ANNI DELLA GUERRA!

(Intervista tratta da “Una città” n. 217, novembre 2014)

Ricordiamo quella che fu una vera epopea, per quanto poco conosciuta: la fuga verso sud, attraverso i monti dell’Appennino, di migliaia di militari inglesi evasi dai campi di prigionia; ad aiutarli tantissime famiglie contadine e la trafila degli antifascisti democratici, guidata da Tonino Spazzoli, medaglia d’oro al valor militare, e Torquato Nanni, sindaco socialista di Santa Sofia. A parlare è Michael B. Todhunter, figlio di uno dei generali inglesi che organizzarono il grande esodo.

Il 10 settembre 1943, due giorni dopo l’annuncio dell’armistizio fra Italia ed alleati, fuggirono dal Castello di Vincigliata -presso Fiesole- gli inglesi prigionieri di guerra ivi detenuti: 11 generali e 14 fra ufficiali e soldati. Fra essi i “generalissimi” sir Philip Neame, già ufficiale più alto in grado nel Mediterraneo; sir Richard O’Connor, già a capo dell’VIII Armata ; il maresciallo dell’aria Owen Tudor Boyd, già comandante dell’aviazione nel Mediterraneo. La loro fuga verso le linee anglo-americane li condusse al monastero di Camaldoli, ove furono soccorsi da quei monaci. Braccati dai tedeschi, nel frattempo calati in Italia, furono condotti da padre Leone Checcacci all’impervio borgo di Seghettina, nell’alto Bidente, ove incontrarono i patrioti della “trafila democratica” che li avrebbero assistiti sino al 30 ottobre con l’aiuto dei montanari, per poi condurli alle loro linee il 20 dicembre, dopo un’odissea di 50 giorni. Per coordinare la fuga di migliaia di militari alleati e l’accoglienza delle popolazioni ed organizzare la Resistenza su quei monti, furono comandati i generali John Combe e Joseph Todhunter che restarono sull’Appennino sino al 13 marzo 1944. Al rientro ai loro comandi, i generali rilasciarono allo Stato maggiore ed al Governo un rapporto che trattò minuziosamente della Brigata romagnola, comandata da Libero Riccardi, configurando le future missioni inglesi nell’Italia occupata dai tedeschi. Qui di seguito la lettera che il figlio di Joseph Todhunter ha mandato a Nicola Fedel perché la leggesse al convegno che si è tenuto al monastero di Camaldoli su “Camaldoli e la guerra in Appennino”, organizzato dallo stesso Monastero, dall’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, dalla Società di Studi Romagnoli, dalla Fondazione Alfred Lewin. Del convegno saranno presto disponibili gli atti.

Signore e signori, buon pomeriggio. Devo dirvi che quando ho ricevuto l’invito a intervenire a questo convegno mi sono sentito davvero molto lusingato, e subito ho pensato che avrei potuto utilizzare qualche pagina del libretto che avevo scritto sulle avventure belliche di mio padre, il brigadiergenerale Todhunter. Poi ho realizzato che la cosa sarebbe stata assolutamente pretenziosa da parte mia, visto che avevo steso quelle pagine solo per la mia famiglia e non potevo assolutamente garantirne l’accuratezza per un pubblico più ampio e qualificato. Non vi nascondo che stavo quindi per tirarmi indietro, ma poi gli organizzatori mi hanno rassicurato sul fatto che non ci si aspettava da me un intervento da storico, ma la testimonianza di un familiare che potesse rievocare un legame umano creatosi in quegli anni e che ancora oggi resiste, attraverso le generazioni, a settant’anni dai fatti. Ho pensato quindi di iniziare col raccontarvi di quando, per la prima volta, sono riuscito a vedere i luoghi nei quali mio padre si rifugiò, grazie all’aiuto dei frati camaldolesi, dei contadini del luogo e del movimento partigiano romagnolo. Era l’inizio del 2004. Senza la benché minima speranza di ottenere una risposta, mi venne in mente di scrivere al “Signor Nanni” all’indirizzo dove Torquato (Torquatino) aveva vissuto quando avevamo corrisposto negli anni Ottanta, nella remota possibilità che qualche suo discendente potesse ancora vivere in quella casa. Con mio stupore fu lo stesso Torquato -che all’epoca aveva 87 anni- a rispondermi e in men che non si dica si mise a elaborare piani per aiutarmi a raggiungere il mio scopo: vedere la mitica Seghettina. Come saprete, la Seghettina si trova nel bel mezzo del Parco nazionale delle foreste casentinesi, in un luogo a tal punto protetto che l’ingresso è vietato senza il permesso esplicito del capo delle guardie forestali, Renzo Di Julio. Fortunatamente, Torquato conosceva Renzo tramite un amico comune. E così, la mattina dell’11 luglio 2004, piuttosto presto, partimmo per la nostra avventura.

Con un mini bus percorremmo la strada da Santa Sofia a Poppi e, dopo circa dieci chilometri, ci trasferimmo su alcune Land Rover per seguire un sentiero molto impervio, che infine si interruppe, e da lì in poi dovemmo proseguire a piedi. Ed è questo il punto! Seghettina è ed è sempre stata inaccessibile, da qualsiasi tipo di mezzo, e quindi era l’ideale per nascondere prigionieri di guerra in fuga. Il nostro brigadiere e il Generale John Combe furono mandati lì da don Leone Checcacci -uno dei fratelli dell’Eremo- descritto nell’album di fotografie di mio padre come “la nostra guida, filosofo e amico”. Egli era particolarmente amico di Lorenzo Rossi, che era stato all’Eremo con lui, ma che venne sospeso a divinis a causa della sua passione per le donne, o almeno così mi è stato raccontato. Lorenzo, che aveva alcune proprietà, si era trasferito a Seghettina in una fattoria, circondato da innumerevoli bambini, quindi a padre Leone venne naturale mandarli da lui. A 700 metri sul livello del mare, Seghettina è un insediamento di quattro case ora circondate dalla foresta, ma all’epoca, probabilmente, in una campagna molto più aperta. La casa più grande, l’unica rimasta in piedi, viene utilizzata come luogo di villeggiatura da un’incantevole famiglia e una curiosa schiera di altri appassionati naturalisti. Queste persone ci fecero sentire i benvenuti e ci lasciarono usare la loro sala da pranzo per un vero e proprio banchetto, con impareggiabili piatti italiani e bottiglie del delizioso vino rosso di Torquato, seguite da un budino al vino moscato e da due differenti varietà di grappa. Feci un breve discorso per esprimere la mia profonda gratitudine per la realizzazione di un’ambizione a lungo ostacolata e molti altri risposero riferendosi con emozione alla comune causa della libertà conquistata sessant’anni anni prima. Due delle case erano più o meno a cento metri più in su sulla collina e sul muro di una di esse negli anni Ottanta venne posta una targa che recita: «Queste case di Seghettina accolsero nell’autunno del 1943 un gruppo numeroso di alti ufficiali dell’esercito britannico sfuggiti alle prigioni. […] Le popolazioni dell’Appennino e della pianura romagnola, anche a rischio della vita, furono con coraggio e con amore al loro fianco per restituirli alla libertà». Anche a rischio della vita! Ebbene, voglio qui esprimere nuovamente, anche a nome della mia famiglia, l’immensa gratitudine per il fatto che la famiglia Rossi alla Seghettina e molte altre persone prima e dopo di loro (da padre Checcacci ai fratelli Spazzoli, dal comandante Libero alla famiglia Nanni, da Bruno Vailati a Sandrino di Strabatenza) abbiano messo in pericolo la loro stessa vita per dare rifugio a mio padre e agli altri ufficiali. Quel giorno a Seghettina, mia moglie Caroline e io fummo molto colpiti nello scoprire che i nostri compagni di viaggio provavano lo stesso livello di gratitudine nei confronti di quegli ufficiali e anzi verso tutto il popolo britannico perché, a differenza dei loro genitori, che in fondo difendevano le loro case, avevano preso le armi nel 1939 in difesa della libertà di paesi lontani migliaia di chilometri dalla loro patria. Mio padre poté rientrare in Inghilterra nel maggio del 1944. Domenica 14 maggio si incontrò a Londra con mia madre e mia sorella che l’avevano raggiunto dallo Shropshire (nell’Inghilterra occidentale, Ndt), dove vivevamo all’epoca. Io ero rimasto lì, alla Hetherdown (prestigiosa scuola elementare, considerata l’anticamera del College di Eton, Ndt), all’epoca evacuata da Ascot a Ludlow, nella tenuta di Downtown Hall. Avevo nove anni. Più tardi, quella settimana, il preside sig. Warner dopo colazione disse che ci sarebbe stato un cambiamento della routine quel giorno: Todhunter (io) avrebbe riposato prima di pranzo, invece che dopo. E dopo pranzo Todhunter (sempre io) sarebbe dovuto andare con lui nel suo studio dove c’era un uomo basso e tarchiato, coi baffi, in uniforme con targhette rosse. “Todhunter -disse il sig. Warner rivolto a me, sospetto assaporando il momento- voglio presentarle suo padre”. Suppongo di averlo riconosciuto dalla fotografia sopra il mio letto, ma fu certamente un momento commovente e memorabile. L’ultima volta che l’avevo visto avevo quattro anni e c’era una foto di lui che mi stringeva le mani e mi salutava. A quanto pare mi aveva detto: “Ti nomino responsabile della famiglia, Benji”, frase che pesò così tanto nella mia mente che per anni fui perseguitato dallo stesso incubo: sono sdraiato sulla schiena in un grande bosco, quando un elefante si avvicina e la sua zampa è sul punto di schiacciarmi la faccia… Comunque quel giorno ci riunimmo. E mancando un po’ di tempo prima che il taxi tornasse per portarci a casa per la notte, il sig. Warner ci suggerì di fare una passeggiata sul retro della scuola. Non appena fummo fuori, mio padre si tuffò in un cespuglio di rododendro per pisciare. Ovviamente durante la guerra non c’erano uomini in famiglia, così mi scandalizzai per questo comportamento inaspettato e ricordo distintamente che pensai: “Ho appena trovato un padre, ma sembra mi abbiano mandato quello sbagliato!”. Mio padre poi volle tornare a combattere, sempre in Italia. Suo malgrado, fu assegnato a un lavoro d’ufficio, nell’Italia liberata. Ma non dimenticò i suoi soccorritori. Vorrei leggervi alcuni passi di una lettera che scrisse a mia madre il 17 dicembre 1944: «Mia cara, mi spiace non averti scritto per alcuni giorni, ma non è stato né per pigrizia né perché ho smesso di amarti, ma perché sono stato su in montagna a vedere i miei amici. Ho iniziato il viaggio mercoledì con giocattoli per ventidue bambini e circa mille sigarette e un po’ di sapone e lamette da barba. […]. A S. Sofia […] ho deciso di iniziare a camminare poiché proseguire in auto avrebbe significato un altro viaggio in tondo di duecento miglia. Quindi ho trascorso la notte presso il monastero dell’Eremo, dove ho trovato Don Leone che tanto ha fatto per noi nel settembre 1943 e lui per fortuna si è offerto di venire a camminare con me. Faceva molto freddo, nevicava ed era abbastanza difficile procedere durante la notte, perciò abbiamo iniziato la mattina dopo le otto. Abbiamo provato tutti i tipi di imprese alpinistiche con la jeep, ma ponti abbattuti, strade spazzate dal vento, neve e fango, alla fine ci hanno sconfitti e alle undici abbiamo dovuto convincerci che dovevamo o rinunciare o camminare. […]. La prima ora è stata tutta in salita e in cima c’erano circa otto pollici [20 cm] di neve, neve sottile, per fortuna non molta, caduta per tutto il tempo. Siamo poi andati in discesa per un’altra ora e mezzo a trovare due famiglie: la famiglia Rossi, con la quale Pipol e il Maresciallo dell’Aria e Rudolf hanno vissuto in settembre e ottobre del ’43, e Ubaldo, con il quale John e il generale Dick hanno vissuto nello stesso periodo. Le loro case e quasi tutto ciò che possedevano sono state bruciate dai tedeschi per rappresaglia dopo una battaglia con i Partigiani, ma per fortuna loro sono stati avvertiti in tempo e hanno sgomberato. In conseguenza di ciò, vivono in una miseria ancora peggiore di prima a un’ora e mezza a piedi dalle loro fattorie. Anche se gli uomini e le ragazze Rossi erano via e solo la nonna e i bambini erano rimasti a casa, abbiamo avuto una gran bella accoglienza […] e abbiamo pranzato con pane e formaggio e vino. I giocattoli sono stati un grande successo, così come le sigarette e il sapone e ho visto il mio figlioccio, chiamato Giuseppe come me […] di otto mesi […]. Ho scattato alcune fotografie e abbiamo ripreso il viaggio attorno all’una e mezza. […]. Dopo una salita molto faticosa, un’ora di discesa ci ha portato al mulino di Maurizio (a Strabatenza, Ndt) dove GP e Guy hanno vissuto per lungo tempo. Ho lasciato Leone lì e sono andato a casa di Sandrino, a circa venti minuti di distanza, dove avevo vissuto lo scorso dicembre, gennaio e febbraio: avevano appena finito di cenare e quando sono entrato c’è stato un sussulto di sorpresa e poi tutta la famiglia mi è saltata addosso […]. Mi hanno quasi strappato entrambe le braccia e tutti dovevano essere baciati: non avrei mai immaginato una simile accoglienza. Tutti hanno detto: “Sapevamo che saresti tornato: l’avevi detto e hai sempre mantenuto le promesse”. Dopo una cena molto “chiacchierosa”, ho tirato fuori i giocattoli: fucili per i ragazzi, bamboline per le ragazze, tranne che per la mia dolce Maria alla quale avevo riservato una bambola più grande. Le ho chiesto se si ricordava che le avevo promesso di portarle qualcosa e lei ha detto: “Sì, una bambola”, così le ho detto di guardare nel mio zaino. Lei ha tirato fuori e spacchettato tutto con gli occhi sempre più grandi e quando finalmente l’ha trovata l’ha guardata in silenzio assoluto per circa un minuto e mezzo, dicendo poi molto solennemente: “Non è vero che è per me”, e appena io le ho detto di sì, lei mi è arrivata come un ciclone sul petto, mi ha dato un enorme bacio ed è scoppiata in un fiume di lacrime. […]. Il giorno dopo ho fatto una sorta di marcia trionfale per […] Rio Salso, dove John e io abbiamo vissuto nel novembre del 1943. Da questo momento la notizia del mio ritorno aveva fatto il giro e in ogni casa dove siamo passati ci sono stati applausi e inviti pressanti a mangiare e bere. Alle sei siamo tornati a casa di Sandrino, dove un’abbondante cena era stata preparata in onore di Leone e mio. Abbiamo mangiato tortelli, che sono fatti di pasta e patate, coniglio, salsicce, formaggio, mele e noci, una “festa” davvero eccezionale, poi una folla di persone è venuta in visita e a parlare. Ho contato sessanta persone in cucina in una sola volta e si erano fatti chilometri per esserci. […]. Mi ha davvero sorpreso il calore dell’accoglienza e le distanze veramente grandi che la gente percorreva solo per stringermi la mano e per fare una chiacchierata. Un partigiano ha fatto due ore e mezza di strada per arrivare al villaggio e una volta arrivato ha scoperto di avermi mancato ha camminato allegramente altre due ore solo per dirmi quanto fosse felice che fossi passato. Le fotografie di te e dei bambini hanno avuto un successo strepitoso: il tuo ritratto è stato particolarmente ammirato e si è convenuto che sei una “bellissima donna” e che hai un aspetto meraviglioso per la tua età e quattro figli! Nel caso ti stessi montando la testa, ti devo dire che la bellezza da queste parti è giudicata in gran parte in peso, e che una vecchia nonna, dopo averti guardato per un po’ ha detto: “Fa sicuramente un sacco di latte!”». Questa la sfera privata, per così dire… Come militare, mio padre è noto per aver scritto col generale Combe un rapporto considerato di una certa rilevanza strategica, tanto che per via di questo l’11 maggio 1944 i due brigadiers furono condotti direttamente al Quartier generale dell’Esercito Alleato in Italia con la massima urgenza. Arrivarono a Caserta dal generale Alexander, il quale il giorno seguente li inviò con un lasciapassare temporaneo in aereo ad Alessandria d’Egitto, dal Generale Jumbo Wilson, comandante supremo del Teatro del Mediterraneo. Sono assolutamente certo del fatto che essi vennero rimpatriati in aereo sabato 13 maggio, dove vennero portati direttamente da Winston Churchill, a Chequers, per essere intervistati/interrogati a proposito della forza della resistenza nel Nord Italia. Questa è una delle poche cose che mio padre mi raccontò e disse che Churchill era seduto a letto con addosso una vestaglia di seta con fantasia di draghi cinesi, un bicchiere di brandy e un sigaro in mano. Aveva letto il rapporto e lo padroneggiava perfettamente, tagliando corto se i brigadiers ripetevano ciò che vi era scritto e domandando infiniti dettagli. Che ciò sia o meno preciso, ho poi saputo da Christopher Woods -all’epoca responsabile a Londra per l’attività del Soe in Nord Italia- che come risultato di una successiva conferenza del War Office, egli ricevette istruzioni per avere più agenti e presumibilmente equipaggiamenti da paracadutare in Romagna per supportare i partigiani comandati da un uomo conosciuto col nome di Libero. Egli disse a Michael Sissons che, come risultato di ciò, la strategia alleata venne modificata e l’avanzata verso nord attraverso l’Italia venne intrapresa con maggiore celerità. Mi domando se mio padre venne mai a sapere di come le sue imprese influenzarono, in questa piccola maniera, la condotta della guerra. Qualche anno dopo, credo durante il trentesimo anniversario di nozze dei miei genitori, mia madre, in maniera del tutto inusuale, alzò il suo bicchiere durante la cena e disse: “Beh, mio caro, trent’anni di felicità: quale pensi siano stati gli anni migliori?”. “Senza dubbio quelli della guerra”, disse mio padre senza pensarci un momento. Mia madre pianse e fummo tutti scandalizzati. Ma, non appena finito il mio secondo bicchiere di grappa a Seghettina, non potei fare a meno di pensare se, comparata alla vita da agricoltore delle piane dell’Essex, non ci fosse qualcosa di tremendamente allettante nello stare tra queste splendide montagne, con l’adrenalina che ti scorre nelle vene, nel pieno della vita e incredibilmente in forma, i nervi tesi per l’eccitazione e il senso del pericolo. E, più importante, se non fosse più appagante stare a fianco di persone che rischiavano le loro stesse vite e quelle delle loro famiglie, non solo per salvare te, ma nel nome della Libertà -e non in qualche remoto paese d’Europa, ma a casa loro- piuttosto che accatastare una montagna di frumento che nessuno vuole. E oggi sono quindi disposto a concedere al caro vecchio brigadiere, mio padre, il beneficio del dubbio.

Michael Benjamin Todhunter

Monastero di Camaldoli, 15 novembre 2014 (traduzione a cura della Fondazione Riccardo Fedel – Comandante Libero)

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