Le trasformazioni della città nel Ventennio

(di Mario Proli)

Le vicende che caratterizzarono le trasformazioni urbane di Forlì durante il periodo fascista rappresentano un caso di studio molto particolare. Gli elementi di esclusività risiedono nel fatto che oltre alle dinamiche di modernizzazione in atto fin dal periodo pre-bellico e agli effetti caratteristici della politica fascista (che affiancò le logiche del “piccone risanatore” a quelle del marchio d’identità imposto attraverso le architetture), la città risultò contrassegnata pure dalla messa in atto di un grande progetto di comunicazione politica. Un progetto innovativo, allo stesso tempo fisico e mediatico, che fu realizzato mediante l’interconnessione fra invenzione di spazi urbani, costruzione di edifici, attività di propaganda e organizzazione di liturgie collettive. L’iniziativa puntò alla celebrazione del culto del duce attraverso la mitizzazione dei luoghi legati alla sua infanzia e l’esaltazione dell’Italia fascista. Ideatore e committente, come si vedrà, fu lo stesso Benito Mussolini.

Il progetto di costruzione della cosiddetta “Terra del Duce” venne realizzato seguendo l’indicazione di massima additata dal capo ma senza un programma preordinato. Il fulcro gravitava attorno all’asse Forlì – Predappio.

Tappa basilare fu, il 30 agosto dello stesso anno, la manifestazione di “fondazione” di Predappio Nuova. Nell’immaginario nazionale Forlì divenne la “Città del Duce” mentre la neonata cittadina letteralmente inventata attorno al borgo rurale di Dovìa, dove era nato, si trasformò nel “Paese del Duce”. La cerimonia consumò un rito di devozione del partito e delle istituzioni nei confronti del capo del fascismo. L’evento ebbe come protagonista l’assenza di Mussolini e fu raccontato dai giornali, immortalato da obiettivi fotografici e perfino ripreso dalle telecamere del neonato Istituto Luce che confezionò uno dei primi documentari muto e in bianco e nero dal titolo “Omaggio nazionale alla casa del Duce”. La manifestazione animò un intero pomeriggio ed ebbe come padrini il segretario nazionale del Partito fascista Roberto Farinacci, Dino Grandi e Italo Balbo mentre la famiglia Mussolini contava sulla presenza dal fratello Arnaldo, dalla sorella Edvige e dalla moglie Rachele Guidi. La mancanza di Mussolini alla cerimonia di inaugurazione non passò inosservata, tanto da diventare oggetto di commento da parte degli stessi fascisti. “Fino a che Forlì seguiterà a essere fascisticamente la 74a provincia d’Italia non venite tra noi, Presidente” commentava l’editoriale pubblicato su Il Popolo di Romagna.

Nonostante le prime mosse annunciassero scenari di sviluppo, il territorio forlivese si dimostrò tiepido nell’adesione al fascismo. Malgrado questo, il programma edificatorio proseguì alacremente e vide l’avvio di una serie di opere pubbliche in quello che prese la forma di un “Quartiere di fondazione”. L’area interessata gravitava fra il Piazzale del Nord, lo spazio fuori Porta Cotogni dal quale si accedeva al Giardino Pubblico e al viale del Ronco e il nuovo scalo ferroviario realizzato poco distante dalla chiesa dei Cappuccinini. Il 30 ottobre 1927, il ministro Luigi Federzoni, uomo vicino alla corona, sbarcò in Romagna con un doppio mandato. A lui spettò il compito di accendere il faro tricolore della restaurata Rocca delle Caminate, antico castello completamente ristrutturato e donato dalla Federazione provinciale fascista al Duce mediante una pubblica sottoscrizione. Il momento pubblico con ampia partecipazione fu invece l’inaugurazione della nuova stazione ferroviaria di Forlì. Lo scalo, eccessivamente dimensionato rispetto al traffico ferroviario, era stato costruito in modo da permetterne un futuro sviluppo quale snodo della penisola in appoggio a Bologna e rappresentava il fulcro attorno al quale sorse un complesso di grandi industrie che arrivò a contare alcune migliaia di dipendenti.

Si trattava delle fabbriche di proprietà della famiglia Orsi Mangelli, Saom e Sidac, impegnate nella produzione di rayon e nella lavorazione di cellophane, del Cantiere Benini, grande impresa edile, e a una decina di anni di distanza dell’industria di rimorchi Bartoletti. Dal lato opposto della stazione, vicino all’ingresso merci e al limitare dal grande spazio per l’ampliamento del parco binari, sorse il Foro Boario, moderna struttura con palazzina, tettoie, alberi e servizi utilizzata soprattutto per il mercato dei bovini ma anche per altre tipologie zootecniche, in particolare i suini. Oltre ad essere attorniata da centri produttivi e commerciali, la stazione diventava la nuova porta di accesso alla città per i “pellegrini” in visita ai luoghi mussoliniani. Il viale sfociava nel nuovo piazzale della Vittoria al centro della quale fu costruito un primo monumento ai caduti sostituito poi, nel 1932, dall’imponente complesso con obelisco alto 22 metri che fu inaugurato il 30 ottobre 1932 nell’ambito di una cerimonia nazionale con la quale il regime inaugurava l’inizio del secondo decennale della cosiddetta “era fascista”.

Nel corso degli anni seguenti Forlì continuò a essere soggetta a una notevole attività edificatoria. Un discorso specifico merita l’aeroporto Luigi Ridolfi. L’inaugurazione dello scalo avvenne il 19 settembre 1936 alla presenza di Mussolini e del duca d’Aosta. Grazie a una imponente dotazione di impianti (hangar, officine, caserme, mensa, centrale elettrica, uffici, viali di collegamento e, in seguito, anche una palazzina di comando) e alla presenza del 30° stormo dell’Aeronautica, lo scalo appariva come cittadella dell’aviazione, con connotazione squisitamente militare.

L’idea era maturata sotto la spinta e l’intuizione di Mario Fabbri, appassionato di volo e membro di quel nucleo di pionieri riuniti prima nel “Gruppo Aviatori Forlivese”, poi nell’ “Aereo Club” e quindi, dal 1935, nella Reale Unione Nazionale Aeronautica. Mario Fabbri fu podestà di Forlì dal 1932 al 1935 e in quella veste si adoperò per sostenere l’idea che ricevette il placet di Mussolini. Anzi il Duce rilanciò declinando il progetto lungo le direttrici di strutturare una specie di distretto del volo con epicentro a Forlì. A comporre i tasselli contribuirono la decisione di adibire a Collegio Aeronautico il monumentale edificio di piazzale della Vittoria (che nelle primissime intenzioni sarebbe dovuto servire per ospitare un collegio femminile) e la persuasione esercitata nei confronti dell’industriale Gianni Caproni che aprì a Predappio uno stabilimento per la costruzione di aerei per conto del Ministero (negli anni di passaggio del decennio lo stabilimento impegnava circa 1.200 dipendenti). A Meldola, inoltre, l’impresa bolognese Scipione Innocenti avviò un opificio per la revisione dei motori d’aereo mentre alla periferia del capoluogo vide la luce l’Officina per la manutenzione dei mezzi dell’Aeronautica.

Un anno prima dell’apertura dell’aeroporto, nei primi mesi del 1935, in preparazione della guerra in Africa Orientale, l’82° Battaglione Camicie Nere “Benito Mussolini” di presidio a Forlì si attivò per i preparativi con manovre e partenza per la Colonia Eritrea. L’inizio del conflitto contro l’Etiopia avvenne nel mese di ottobre e in novembre la Società delle Nazioni impose le sensazioni economiche all’Italia. Come reazione, Mussolini lanciò l’autarchia e una operazione straordinaria con la donazione di “oro alla patria”. Anche a Forlì furono raccolte fedi nuziali e oggetti preziosi. Con la vittoria del conflitto, il 12 maggio 1936 avvenne la proclamazione dell’Impero acclamata in tutta Italia e, a Forlì, con una manifestazione in piazza Saffi.

Forlì, Predappio e Rocca delle Caminate ebbero anche un ruolo di carattere diplomatico, ospitando capi di stato, ministri, ambasciatori, consoli e ufficiali. Sulla passerella degli ospiti illustri salì nel gennaio 1933, l’alto diplomatico giapponese Yosuke Matsouka che proprio in quell’anno balzò alla ribalta mondiale per aver guidato l’uscita della delegazione nipponica dalla riunione della Società delle Nazioni in seguito alle critiche ricevute per le operazioni militari in Manciuria (tale scelta sancì l’abbandono dell’organismo internazionale da parte del Giappone). Sempre al 1933 risalgono gli arrivi di una delegazione proveniente da Alessandria d’Egitto e la visita da parte di ufficiali della Marina britannica. Altre presenze autorevoli, da quella del cancelliere austriaco Schuschnigg (1936) all’inviato del governo giapponese Okura (1937), onorarono i luoghi mussoliniani nella seconda metà del decennio. Non solo simbolica fu poi la presenza dei “Giovani hitleriani”, che nell’agosto 1937 marciarono a piedi provenendo da Rimini. Respiro di portata sovrannazionale ebbe la visita di una rappresentanza di fascisti della Dalmazia mentre nell’estate del 1939 l’arrivo di una delegazione albanese, con esponenti del neo insediato governo filo-fascista, famiglie di sposi e una missione della Chiesa ortodossa, assunse il sapore di un inchino al capo colonizzatore.

La consacrazione del progetto giunse con il riconoscimento da parte della famiglia reale. Con una doppia discesa in Romagna, di Vittorio Emanuele III e del principe ereditario Umberto, i Savoia resero omaggio ai luoghi cari dell’uomo che aveva consegnato loro i sigilli dell’Impero.

L’8 giugno 1938 il Re arrivò in visita ufficiale a Forlì e Predappio. La manifestazione, accompagnata da straordinarie misure organizzative e di sicurezza, con fermi preventivi, ispezioni e avvertimenti , ebbe inizio con l’arrivo in treno alla stazione ferroviaria del capoluogo e proseguì con la parata per le vie della città, una tappa alla mostra artistica dedicata al pittore rinascimentale Melozzo degli Ambrogi allestita a Palazzo del Merenda e il bagno di folla in piazza Saffi con una folla stimata in oltre cinquantamila persone in rappresentanza dell’intera provincia. Il saluto avvenne dal balcone del Municipio di Forlì. Quindi un corteo di auto risalì la valle del Rabbi raggiungendo Predappio. Al seguito del Re figuravano Giuseppe Bottai, Achille Starace, Costanzo Ciano, il direttore d’orchestra Pietro Mascagni e l’architetto Cesare Bazzani.

In quell’occasione Mussolini attese il sovrano nella residenza privata di Rocca delle Caminate, preoccupandosi però a tal punto della manifestazione da disporre finanziamenti straordinari per procurare vestiti alle persone indigenti.

L’auto imperiale riprese infine la via di Forlì dove attendeva il convoglio ferroviario con la carrozza reale. Il clamore fu enorme e venne amplificato, oltre che da radio e giornali dalla confezione, ad uso delle sale cinematografiche, di ben due Cinegiornali Luce. Un bagno di folla caratterizzò la visita del Principe di Piemonte, nell’ottobre del 1938 che fu accompagnato nel “pellegrinaggio” da circa settemila cooperatori.

Le visite a Forlì e Predappio rappresentarono una forma di riconoscimento dell’amicizia fra i Savoia e Mussolini, con l’omaggio reverente alle terre degli affetti intimi e familiari. In quelle stesse settimane, fra l’estate e l’autunno del 1938, la sintonia fra fascismo e monarchia riverberò nell’attività di governo con la condivisione dei provvedimenti contro gli ebrei e la promulgazione delle “leggi razziali”.

Dalla propaganda politica all’applicazione dei provvedimenti di discriminazione, fino agli arresti, alle partenze per i campi di sterminio e il compimento della “soluzione finale”: il territorio forlivese ha vissuto l’intera evoluzione della Shoah. Le prime espressioni antiebraiche manifestate da ambienti fascisti comparvero già nel 1934. A dare voce a queste precoci manifestazioni fu “Il Popolo di Romagna” che si poneva sulla scia di una politica filonazista avviata da alcuni giornali fascisti come “Il Tevere” di Roma, diretto da Telesio Interlandi e “Il Regime fascista” di Roberto Farinacci. Ad accendere le polveri fu la notizia dell’arresto, a Torino, di alcuni antifascisti aderenti alla formazione “Giustizia e libertà” fra i quali diversi ebrei. La polemica fu smorzata dai fatti di politica internazionale, cioè dalla forte tensione che si creò fra Italia e Germania in seguito all’assassinio del cancelliere austriaco Dollfuss, nell’estate di quello stesso anno a opera di un gruppo armato di nazisti nel tentativo, non riuscito, di attuare un colpo di Stato. Agli occhi del mondo l’uccisione del premier apparve come una esecuzione commissionata dal Fuhrer che puntava ad unificare gli stati tedeschi. Come reazione si aprì una crisi fra Italia e Germania con Mussolini che ordinò a quattro divisioni dell’esercito italiano di prendere posizione al confine del Brennero e del Tarvisio, mentre in tutta Italia partì una violenta campagna di informazione della stampa fascista contro il nazismo. Lo stesso giornale della federazione fascista della provincia forlivese “Il Popolo di Romagna”, il 31 luglio 1934, apriva con un titolo a tutta pagina “Il fascismo è contro tutte le follie di un mondo avverso alle leggi divine ed umane”.

Però, dopo alcuni anni di silenzio, il 29 gennaio 1938 un nuovo articolo su “Il Popolo di Romagna” ritornò su posizioni antiebraiche ancor prima delle leggi razziali avvenuta il 17 novembre di quell’anno. Seguendo la linea dettata a livello nazionale dalla rafforzata amicizia fra Italia e Germanica il quadro era mutato. L’articolo si intitolava “Noi e gli ebrei” e diede il via a una campagna antisemita. Le logiche razziali non erano più solo argomento di alcuni estremisti ma stavano interessando i quadri del partito fascista. Anche Forlì vide calare sulla sua pur esigua comunità ebraica provvedimenti di privazione della libertà, attraverso crescenti restrizione, l’allontanamento dal lavoro e il sequestro dei beni, fino ai momenti terribili della soluzione finale.

Il 19 novembre 1938 venne pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Regio Decreto Legge n.1728 (approvato il 17 novembre 1938) che specificava chi fosse da ritenere di “razza ebraica”, proibiva i matrimoni fra italiani ariani ed ebrei, stabiliva che gli ebrei non potevano prestare servizio militare, essere proprietari o gestori di aziende considerate di interezze per la difesa nazionale, essere proprietari di immobili di imponibile superiore alle 20 mila lire, avere alle proprie dipendenze domestici italiani di “razza ariana”. Prevedeva anche che il genitore ebreo poteva essere privato della patria potestà sui figli appartenenti a una religione diversa e imponeva il licenziamento di tutti gli ebrei dagli uffici pubblici. In base a quanto previsto dalla legge, l’appartenenza alla “razza ebraica” doveva essere denunciata e riportata negli uffici anagrafici del Comune. A Forlì, la discriminazione razziale iniziò con un censimento che permise di avviare le misure restrittive. Tredici risultavano i nuclei familiari interessati dalle restrizioni imposte dalla legge, per un totale di circa 40 persone. Fra queste famiglie una sola dedita all’esercizio commerciale era interamente composta da persone ebree, mentre le altre realtà erano miste. Pagine drammatiche avvennero negli anni seguenti, con l’inasprimento della persecuzione, i fermi, gli arresti e le deportazioni. Per un periodo di tempo l’albergo Commercio di Corso Diaz venne adibito a sede di reclusione di ebrei provenienti da altri territori e concentrati in città in attesa del trasferimento nei campi di prigionia e di sterminio del centro e nord Europa. Un’altra terribile pagina tremenda della storia cittadina è legata agli eccidi avvenuti nei pressi dell’aeroporto. Nel settembre 1944 un distaccamento nazista del Sicherheitsdienst SD uccise oltre quaranta persone, fra le quali uomini e donne di religione e cultura ebraica, antifascisti, perseguitati politici, civili e militari, per poi seppellirli in buche prodotte da bombe di aereo. Non fu una rappresaglia, né un’azione militare: fu un’eliminazione vera e propria che rientrava nel progetto di soluzione finale che Hitler aveva teorizzato e stava concretizzando. Le linee ferroviarie inagibili, la mancanza di carburante, le strade danneggiate e ponti distrutti rendevano impraticabile il trasferimento nei campi di prigionia e di sterminio dei prigionieri, per cui venne attuato su territorio italiano un pezzo della “soluzione finale” voluta da Hitler per ebrei e oppositori politici. L’eccidio si consumò in diverse giornate: il 5, il 17 e il 25 settembre 1944. A memoria di questi terribili eventi ci sono in città il cippo in via Seganti e le più recenti epigrafi al Cimitero Monumentale di Forlì nelle quali sono riportati i nominativi di tutte le vittime, così come emerso dalle ultime ricerche.

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