Il sacrificio

18 e 19 agosto 1944: i giorni del massimo sacrificio

(di Mario Proli)

Fu partendo dall’idea di liberare Tonino che si intrecciarono due percorsi che, in questo frangente, culminarono con il medesimo epilogo della morte. Da un lato Arturo Spazzoli, agente dell’Organizzazione Resistenza Italiana e dell’OSS statunitense; dall’altro i vertici del Gruppo guidato da Silvio Corbari e Adriano Casadei, la formazione partigiana più autonoma e strutturalmente collegata con la rete dell’intelligence alleato. Gli Spazzoli e il gruppo Corbari-Casadei avevano operato insieme in varie circostanze, in particolare nella operazione denominata “Radio Zella” che aveva strutturato una serie di base ricetrasmittenti in territorio romagnolo, cioè in una zona strategica fondamentale per l’avanzata anglo-americana essendo nella prima fascia di difesa tedesca alle spalle della “Linea Gotica”.

La resa dei conti avvenne il 18 agosto del 1944, complice l’azione di delazione che condusse sul luogo di rifugio una squadra fascista.
Erano le settimane in cui anche in Romagna i nazisti e i loro alleati attuarono una strategia del terrore. A innescare la recrudescenza in termini di violenza e spietatezza avevano contribuito due eventi che avevano cambiato lo scenario militare in Italia e Europa: la Liberazione di Roma avvenuta il 4 giugno precedente e, due giorni dopo, l’inizio della grande offensiva Alleata scatenata in Normandia.
Dovendo spostare divisioni sul fronte francese e avendo attestato il principale fronte di difesa lungo la Linea Gotica (sistema di fortificazioni fra Adriatico e Tirreno che attraversava anche i crinali appenninici del Forlivese), con meno truppe e più odio, nazisti e fascisti attuarono una strategia del terrore contro le formazioni partigiane e la popolazione civile con arresti, rastrellamenti, arruolamenti coercitivi nelle squadre di lavoro, sequestri di beni, uccisioni sommarie, rappresaglie, eccidi, esecuzioni pubbliche. In questa vicenda si inseriscono le terribili esecuzioni dell’estate 1944 in via Seganti, Pievequinta, Branzolino, San Tome, Aeroporto. Una scia di sangue che ancora oggi, a oltre settant’anni di distanza, scuote le coscienze.
Anche i fatti del 18 e 19 agosto 1944 rappresentano un capitolo di questa terribile storia. Vittime della crudeltà nazifascista furono patrioti che militavano nelle fila della Resistenza in formazioni differenti.
Adriano Casadei, Silvio Corbari e Iris Versari appartenevano allo stesso gruppo. Altri protagonisti della vicenda furono i fratelli Spazzoli: Tonino, classe 1899, e il più giovane Arturo, di 21 anni. La loro attività partigiana si muoveva nella rete dell’intelligence alleata con risultati eccezionali fra i quali l’aiuto e il salvataggio di una ventina di ufficiali e sottufficiali britannici fuggiti, dopo l’armistizio, da un campo di prigionia nei pressi di Firenze e ospitati nelle montagne dell’alta valle del Bidente. Merita una riflessione la figura di Tonino Spazzoli, ardito e pluridecorato nella Grande guerra, mazziniano, condannato dal fascismo al confino, sempre pronto all’azione. Fu un fulcro della trafila patriottica clandestina che, attiva già durante il regime all’indomani dell’occupazione tedesca, divenne riferimento per gli Alleati, guadagnando piena fiducia salvando ufficiali britannici e americani. Nella rete inserì il fratello Arturo che divenne agente dell’OSS americano.
Il destino dei cinque patrioti si incrociò in quel fatidico 18 agosto 1944. All’alba di quel giorno una spedizione di militi partì da Castrocaro Terme, cittadina dove aveva sede un comando delle SS e nella quale era giunta una formazione specializzato in attività antipartigiana denominato “Battaglione M – IX Settembre” che qualche giorno prima era stata “omaggiata” in loco dal saluto di Benito Mussolini. Obiettivo era il podere di Ca’ Cornio, nelle colline fra Modigliana e Tredozio. A dare il via all’azione fu un sottufficiale tedesco che irruppe in una stanza dove si trovava Iris Versari: la giovane era già ferita a una gamba, e nell’impossibilità di scappare uccise l’assalitore e si suicidò.
Arturo Spazzoli, partigiano dell’Organizzazione Resistenza Italiana (gruppo impegnato nell’attività di intelligence agli ordini del servizio segreto statunitense OSS) fu invece falciato da una raffica di mitra, mentre Silvio Corbari cadde ferito, senza potersi più muovere. Adriano Casadei, invece, era riuscito a mettersi in salvo ma vedendo il compagno in difficoltà tornò indietro nel tentativo di soccorrerlo e portarlo in salvo a spalla, ma resosi conto dell’impossibilità dell’azione, scelse di restargli vicino. Catturati, furono portati ancora vivi a Castrocaro terme, con Corbari moribondo causa le ferite riportate. Nel loggiato di via Garibaldi, di fronte all’ingresso del Grand Hotel, i due vennero strangolati. Per Casadei, l’impiccagione fu portata a compimento con un doppio tentativo perché la prima volta si ruppe la corda. I corpi rimasero esposti fino al pomeriggio. Poi i due cadaveri, insieme a quelli di Iris Versari e Arturo Spazzoli, furono trasportati a Forlì e appesi ai lampioni di piazza Saffi, di fronte a Palazzo Albertini all’epoca sede del Partito fascista, fino al mattino seguente. Un macabro trofeo che doveva seminare terrore. Qui i tedeschi trascinarono Tonino Spazzoli, che non riusciva più a camminare per le torture subite, e lo costrinsero a guardare il fratello prima di uccidere anche lui, l’indomani, a Coccolia, lungo la via Ravegnana.

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