Il radicalismo in Romagna

Socialismo, Repubblica, Anarchia

Il radicalismo in Romagna fra rivoluzione e riformismo nella seconda metà dell’800

(di Carlo De Maria)

Parlare di radicalismo politico in Romagna significa concentrarsi soprattutto sui primi decenni post-unitari, perché è in quel periodo, come ha osservato Roberto Balzani, che si delinea compiutamente l’immagine della Romagna quale “regione all’opposizione”1.

Questa identità per contrasto si delinea appieno nel momento in cui il volto dell’Italia unita prende le sembianze della coscrizione obbligatoria e delle tasse. A partire dalla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, si susseguono alla guida del paese governi di forte impronta conservatrice, se non reazionaria, con pesanti conseguenze sulla politica fiscale. Tra i provvedimenti finanziari più duri e iniqui, la tassa del 1868 sul grano macinato (cioè sulla farina), che ebbe l’effetto di far aumentare ulteriormente il prezzo del pane. L’onda lunga dei moti popolari iniziati allora sarà capace di spingersi fino ai tumulti, alle proteste e ai tentativi insurrezionali del 18742.

Se a ciò si somma la caduta delle residue illusioni risorgimentali, materializzatasi a Mentana nel novembre 1867, quando fallì l’ultimo tentativo di prendere Roma con il “popolo” (e dalla sola Forlì erano partiti circa 150 giovani), si può avere un’idea del propellente rivoluzionario, del potenziale sovversivo, presente in quegli anni. Era diffusa tra democratici e repubblicani la delusione per l’esito del Risorgimento. Non si era realizzata la profonda trasformazione politica e istituzionale auspicata dalle correnti politiche più avanzate, ma qualcosa di simile a una dilatazione del Regno di Sardegna e della dinastia dei Savoia: la cosiddetta piemontizzazione. Una situazione che non riguardava solo la Romagna, naturalmente, ma qui alcuni fenomeni peculiari alimentarono l’opposizione alla monarchia sabauda.

Le condizioni che resero possibile ciò, in Romagna, vanno ricercate nella struttura socio-culturale: l’orizzontalità della società romagnola, la sua intrinseca democraticità, con la scarsa presenza di un’aristocrazia strutturata e davvero influente sul piano politico, e con una borghesia proprietaria, delle professioni e degli affari alquanto modesta sotto il profilo patrimoniale, e nello stesso tempo assai inserita nei contesti misti dei sodalizi popolari, delle osterie e delle compagnie3.

Inoltre, si era creato in Romagna, tra anni Sessanta e Settanta, un ambiente di contestatori radicali; ambiente nel quale emergeva una spiccata caratterizzazione generazionale. Gli “arrabbiati”, infatti, erano particolarmente numerosi nella generazione dei “nati troppo tardi”, i fratelli minori degli “eroi” dei Mille che non erano riusciti a emulare l’epopea del 1860. Troppo giovani per partecipare alle lotte risorgimentali, essi stavano vivendo però in pieno le fratture politiche e sociali del nuovo Stato unitario. Infine, vanno considerati il malcontento e la protesta a sfondo economico, accentuatisi di pari passo con il fiscalismo del governo centrale e con la crescente marginalità – nel quadro del Regno d’Italia – del mercato territoriale. Da qui, la contrazione delle attività commerciali e artigianali e la disoccupazione endemica.

Tutto questo creò un combustibile sociale altamente infiammabile che portò a un cortocircuito tra estremismo politico e scorciatoie violente.

Come ha scritto Roberto Balzani, se non ci si rende conto di questo passaggio fondamentale la formazione di una base sociale disponibile alla politica “estrema” fra il 1867 e il 1869 (fra Mentana e i moti del macinato) e l’offerta politica associativa messa in campo per intercettarla prima da parte dei repubblicani e subito dopo da parte degli internazionalisti negli anni a cavallo del 1870 –, «si perde un pezzo importante delle origini dei “partiti di massa” in Romagna. I quali non furono figli del Risorgimento, quanto piuttosto del disincanto generato dalla fase conclusiva del Risorgimento»4.

Un esempio perfetto del cortocircuito tra estremismo e violenza politica è rappresentato dal tentativo insurrezionale dell’agosto 1874 alla periferia di Bologna (ai Prati di Caprara) ad opera degli internazionalisti legati ad Andrea Costa. L’impulso partiva dalla Romagna, ma gli insorti che raggiunsero Bologna, per lo più imolesi, furono pochi e soprattutto rimasero isolati, perché Bologna non rispose, i sobborghi popolari e proletari felsinei non li appoggiarono. Il modello che i rivoluzionari avrebbero voluto seguire era quello della Comune di Parigi di tre anni prima: la volontà di instaurare un potere rivoluzionario in città, impossessandosi dei luoghi nevralgici del potere, come l’arsenale, il palazzo comunale, ecc., ma il tentativo venne facilmente sventato dalle forze di pubblica sicurezza che aveva infiltrato delle spie tra i cospiratori.

È interessante a questo punto chiedersi quali fossero state le motivazioni che avevano spinto alcune centinaia di ragazzi di vent’anni o poco più a prendere le armi? Sicuramente pesava un quadro politico che pareva bloccato e dove la classe dirigente liberale, al momento delle elezioni, si confrontava con appena il 2% della popolazione. Una situazione di chiusura, dove i non-conciliati con lo stato delle cose, i ribelli, intravedevano l’unico sbocco nell’azione diretta.

In quel complicato agosto 1874, pochi giorni prima del tentativo insurrezionale di Bologna, aveva fatto scalpore l’arresto dello stato maggiore repubblicano riunitosi a Villa Ruffi, presso Rimini, per discutere la posizione da tenere nelle imminenti elezioni politiche. Si riteneva, sbagliando, che i mazziniani avessero intenzione di allearsi con l’Internazionale.

In realtà, i repubblicani, grazie ad Aurelio Saffi, il cui metodo politico si era chiarito da alcuni anni, avevano già un loro progetto di governo e non erano interessati a spallate rivoluzionarie e a salti nel vuoto. Il progetto politico di Saffi consisteva nel testimoniare e nell’applicare l’efficienza della repubblica “in periferia”, non potendola dimostrare “al centro”. Dunque: scalata ai municipi e alle amministrazioni locali. Tale disegno culminò nella “conquista” dei Comuni nel corso delle elezioni del 1889, quando la maggior parte delle amministrazioni municipali romagnole ebbe una prima affermazione democratica. In molti casi, come Forlì, al sindaco mazzinano Ceccarelli seguirono esponenti del mondo liberale, fino all’affermazione delle forze popolari, repubblicani e socialisti insieme, nel 1901. Lo strumento per coordinare tali sforzi fu la Consociazione repubblicana delle società popolari della Romagna, fondata a Ravenna all’inizio degli anni Settanta. Fu questo il primo proto-partito politico di massa del nostro Paese: un partito a base squisitamente territoriale.

I socialisti costiani seguirono, con qualche anno di ritardo, lo stesso schema. Anche Andrea Costa, dopo la repressione dei conati insurrezionali e dopo i relativi processi, si persuase che la via violenta dovesse essere abbandonata: ne prese le distanze pubblicamente, con la famosa lettera Ai miei amici di Romagna dell’agosto 1879. Un paio d’anni più tardi, fondava il Partito socialista rivoluzionario di Romagna (1881). Tutta l’originalità e la peculiarità del suo progetto politico si espresse proprio nel decisivo periodo 1880-1890, quando in Romagna si stabilizzò il mito della “Vandea rossa”.

Vale la pena concentrarsi su alcuni frammenti della sua biografia politica in questi anni di passaggio. Dopo il moto del 1874, Costa venne incarcerato, subendo due anni di prigione preventiva, prima di essere assolto nel processo del 1876. Una assoluzione sorprendente, e tuttavia riconducibile al cambiamento del quadro politico italiano che, col primo governo Depretis, vide proprio quell’anno la Sinistra liberale subentrare alla Destra storica. Un cambiamento riassumibile nell’idea che, all’interno di una prospettiva liberal-democratica, il principio di legalità dello Stato liberale garantisce l’ordine costituito, ma anche il dissenso.

Il tema della giustizia politica e del rapporto tra processo penale e opinione pubblica emerge con forza negli ultimi decenni del secolo. Le parole pronunciate dallo stesso Costa durante il dibattimento: «Faremo dei tribunali, tribuna!», sintetizzano al meglio quel contesto e quell’atmosfera: il peso dell’opinione pubblica e la sua “pressione” sulla giustizia5. Si può anzi dire che il giovane rivoluzionario romagnolo fosse il primo, tra gli internazionalisti, a scoprire l’importanza dell’opinione pubblica6.

Scoprire l’opinione pubblica significava uscire da una logica settaria ed entrare nel circuito dell’associazionismo nelle sue varie declinazioni. Il dibattitto allora in corso sull’allargamento del suffragio elettorale (una riforma annunciata dalla Sinistra di Depretis fin dal 1876) stava aprendo nuove prospettive per il movimento democratico e socialista. Cominciava a intravedersi la possibilità di far avanzare le proprie istanze di emancipazione popolare all’interno della cornice della legalità statale.

Si colloca precisamente in questa fase la pubblicazione della famosa lettera aperta di Costa “Ai miei amici di Romagna” (non compagni, ma “amici”, ognuno nella propria singolarità e diversità di vedute), che uscì il 3 agosto 1879 sulla rivista “La Plebe” di Milano, foglio che costituiva un affascinante crocevia di tutte le scuole socialiste d’Italia e d’Europa. Quel documento preannunciava la svolta politica e teorica di Costa. Più che di un passaggio dall’anarchismo alla socialdemocrazia, come è stata talvolta presentata, si trattò di una più sfumata transizione verso un socialismo libertario improntato all’autonomia e al federalismo:

I tentativi di rivoluzione falliti avendoci privati per anni interi della libertà, o avendoci condannati all’esilio, noi ci disavvezzammo disgraziatamente dalle lotte quotidiane e dalla pratica della vita reale: noi ci racchiudemmo troppo in noi stessi e ci preoccupammo assai più della logica delle nostre idee e della composizione di un programma rivoluzionario che ci sforzammo di attuare senza indugio, anziché dello studio delle condizioni economiche e morali del popolo e de’ suoi bisogni sentiti ed immediati. Noi trascurammo così fatalmente molte manifestazioni della vita, noi non ci mescolammo abbastanza al popolo: e quando, spinti da un impulso generoso, noi abbiamo tentato di innalzare la bandiera della rivolta, il popolo non ci ha capiti, e ci ha lasciati soli. […]. La rivoluzione è inevitabile; ma l’esperienza ci ha, credo, dimostrato che non è affare né di un giorno né di un anno. […]. Per noi si tratta di sceglierci un programma immediatamente attuabile, e questo crediamo di trovarlo nel collettivismo considerato come fondamento economico della società e nella federazione dei comuni autonomi considerata come organamento politico. […]. Or mi resterebbe a dirvi quali mezzi pratici io penso che si debbano mettere in opera per farci sempre più largo tra il popolo, quale condotta dobbiamo tenere, sia verso il governo, sia verso gli altri partiti politici e qual importanza daremo alle riforme politiche, nella speranza delle quali si culla oggi gran parte del popolo italiano; ma la mia lettera è già troppo lunga; ed io spero che tali questioni le risolveremo insieme in un Congresso che si terrà quando che sia7.

Nel giro di pochi anni maturò in Costa una consapevolezza nuova e nel 1881 egli fissò tra i punti programmatici del suo Partito socialista rivoluzionario di Romagna, accanto alla conquista dei comuni, la volontà di applicare l’associazione «a tutti i bisogni della vita»8. In questo percorso di avvicinamento all’associazionismo popolare non fu di poca importanza la sua partecipazione al secondo congresso nazionale delle società di mutuo soccorso, che si svolse a Bologna, dal 31 ottobre al 2 novembre 1880. La circolare di convocazione era firmata da Aurelio Saffi, Giuseppe Ceneri e Giosuè Carducci.

La formazione politica fondata da Costa, a Rimini, nel 1881 è probabilmente il partito più originale che sia mai esistito in Italia. Si trattava di un partito libertario e semi-anarchico – come confermavano le bandiere rosse e nere che facevano abitualmente da cornice alle sue manifestazioni pubbliche9 – e si caratterizzava inoltre per un peculiare intreccio tra la spiccata vocazione all’internazionalismo e il forte insediamento regionale emiliano-romagnolo. Come si accennava in precedenza, il programma coniugava associazionismo e comunalismo. Ne derivava una impostazione istituzionale federalista, che attingeva a piene mani dalla tradizione anarchica, insistendo sulla “autonomia del Comune, affinché ogni città, ogni villaggio, ogni borgata si regga a suo modo – liberamente – per voto di tutti – e non dipenda da alcun potere centrale; affinché ogni comune si federi cogli altri, e la federazione dei comuni liberi si sostituisca allo Stato borghese, accentratore ed oppressore10”.

La campagna politica “Impadroniamoci dei Comuni” promossa da Costa nel 1883 a partire dalle sue “roccaforti” di Imola e Ravenna si inseriva brillantemente in una evidente contraddizione della storia istituzionale italiana, sulla quale peraltro la storiografia non sembra aver indagato a sufficienza. Il riferimento è alla vera e propria contorsione di principio insita nell’allargamento del suffragio elettorale per la Camera (1882) senza che intervenisse rapidamente il corrispondente allargamento per il consiglio comunale. Evidentemente nella classe politica liberale, sia di Destra che di Sinistra, era forte il timore che non pochi comuni potessero passare sotto il controllo delle coalizioni formate da socialisti, repubblicani e radicali. Per questa ragione, all’equiparazione dell’elettorato locale si pervenne con ben sette anni di ritardo, attraverso la riforma del 1888, applicata per la prima volta per le elezioni comunali e provinciali del 1889.

Nella campagna politica del 1883 partita proprio da Imola, la città di Costa la propaganda del programma amministrativo socialista si congiunse con la richiesta del suffragio universale amministrativo e con la riforma in senso autonomistico della legge comunale e provinciale. L’ordine del giorno approvato al termine del grande comizio tenuto da Andrea Costa a Imola l’8 luglio 1883, dopo aver contestato «l’assurdità dell’attuale legge comunale e provinciale» (quella del 1865), ne reclamò una «riforma radicale sulle basi: del diritto di voto esteso a tutti i cittadini maschi e femmine, dell’abolizione della tutela governativa imposta ai comuni, dell’autonomia dei comuni stessi, e della partecipazione diretta dei cittadini agl’interessi generali del comune»11. Pochi mesi dopo, nel comizio più imponente dell’agitazione, che si svolse a Ravenna l’11 novembre 1883, Costa aggiunse l’esplicita richiesta di abolizione delle prefetture e delle sottoprefetture12.

A quel punto la proposta costiana non rappresentava più solo un programma di diversa amministrazione locale ma richiamava esplicitamente una sovversione autonomistica dell’ordinamento vigente. Un vero e proprio salto di qualità: da un semplice programma amministrativo a un programma di riforma dello Stato.

I comizi popolari non si limitarono alla Romagna o all’Emilia, ma ebbero estensione nazionale. Quella stessa domenica, l’11 novembre 1883, si svolsero manifestazioni unitarie di socialisti, repubblicani e democratici radicali in molte città della penisola: Torino e Biella, Milano e Pavia, Genova, San Remo, La Spezia e Livorno, Reggio Emilia, Forlì e Ancona, Roma, Capua «e in moltissime altre città e borgate che troppo sarebbe numerarle»13.

Qualcosa però si ruppe negli anni successivi, riportando a un clima di netta chiusura del potere pubblico nei confronti delle istanze di riforma sociale e istituzionale espresse dai partiti popolari. Lo rivelano senza possibilità di dubbio le repressioni armate condotte prima nelle campagne emiliane e lombarde, poi nei confronti dei fasci siciliani, culminando nel 1898.

Elementi contradditori emergevano con evidenza già nella riforma del 1888, che se da un lato equiparava l’elettorato amministrativo a quello politico e rendeva elettivi in consiglio comunale i sindaci dei comuni maggiori (prima nominati dal re fra i consiglieri), dall’altro sottoponeva le deliberazioni comunali all’arbitrio della Giunta provinciale amministrativa, guidata dal prefetto e dunque in grado di respingere nel merito qualsiasi provvedimento comunale. Non a caso, Andrea Costa segnalò immediatamente il perdurante centralismo insito nella riforma, con un articolo pubblicato sul “Messaggero” l’8 luglio 1888. Cercò inoltre di passare al contrattacco inserendo nel programma, cosiddetto “minimo”, del Partito socialista rivoluzionario italiano14, approvato a Castelbolognese il 22 agosto 1889, la soppressione del nuovo organo prefettizio15. In realtà, i controlli di merito sulle deliberazioni comunali da parte degli organi prefettizi sarebbero rimasti in vigore fino ad anni relativamente recenti della nostra storia repubblicana.

Dal 1882 Costa sedeva in parlamento, primo deputato socialista italiano. L’accettazione della partecipazione all’attività parlamentare, dentro una istituzione dello Stato borghese, era avvenuta in maniera tormentata e sofferta da parte di un ex anarchico come lui, ma percepita ormai come indispensabile per l’avanzamento della lotta politica16. Con l’ingresso in parlamento e con la campagna politica del 1883 iniziava a tutti gli effetti una nuova stagione politica nella sinistra italiana, che porterà nel 1889 alla prima vittoria socialista nelle elezioni comunali (a Imola, la città natale di Costa). Si stava ormai aprendo l’epoca della Seconda Internazionale e, nei decenni a cavallo del 1900, in Italia come in Francia17, si assisterà all’affermarsi di amministrazioni socialiste in centinaia di comuni, senza che però, in realtà, le questioni sollevate da Costa e dai socialisti romagnoli, nel corso degli anni Ottanta, trovassero risposte esaustive.

1 R. BalzaniLa Romagna, Bologna, Il Mulino, 2001; R. Balzani, G. Mazzuca, Amarcord Romagna. Breve storia di una regione (e della sua idea) da Giulio Cesare a oggi, Bologna, Minerva, 2016.

2 C. De Maria, Generazioni, biografie e luoghi della Prima Internazionale in Italia (1864-1883), in Id. (a cura di), Sulla storia del socialismo, oggi, in Italia. Ricerche in corso e riflessioni storiografiche, Bologna, Bradypus, 2015, pp. 15-29.

3 E. Rosetti, La Romagna: geografia e storia, ristampa anastatica dell’edizione originale, a cura di S. Pivato, Imola, University Press Bologna, 1995, con particolare riferimento al capitolo dedicato a “Dialetto, indole, costumi”.

4 Balzani, Mazzuca, Amarcord Romagna, cit., p. 168.

5 A. Costa, Annotazioni autobiografiche per servire alle “Memorie della mia vita”, in “Movimento operaio”, IV (1952), n. 2, pp. 314-356: 322.

6 Cfr. P. Pombeni, All’origine dell’organizzazione dei partiti: il caso dell’Emilia-Romagna (1876-1892), in Ravenna 1882. Il socialismo in parlamento, a cura di E. Dirani, Ravenna, Longo, 1985, pp. 73-104: 99.

7 A. Costa, Ai miei amici di Romagna, in appendice a G. Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi. Dalle origini alla formazione del Partito socialista (1853-1892), Roma, Rinascita, 1953, pp. 335-339.

8 Programma e regolamento del Partito socialista rivoluzionario di Romagna, in Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi. Dalle origini alla formazione del Partito socialista, cit., pp. 340-348.

9 Si veda, ad esempio, Una bella giornata. Breve riassunto e alcune considerazioni sui fatti di Cesena e Faenza, in “Il Sole dell’Avvenire” (Ravenna), a. II, n. 29, 16.9.1883, p. 1.

10 “Il Sole dell’Avvenire”, a. II, n. 11, 24-25.3.1883. La citazione è tratta dal manifesto pubblicato a tutta pagina dalla federazione ravennate del Partito socialista rivoluzionario di Romagna, per ricordare l’anniversario della Comune di Parigi (18 marzo 1871).

11 Il Comizio per la riforma della legge comunale e provinciale tenuto da Costa a Imola l’8 luglio 1883 è pubblicato integralmente in A. Costa, Impadroniamoci dei Comuni!, a cura di C. De Maria, in “Storia Amministrazione Costituzione”, 2012, n. 20, pp. 9-23.

12 Una sintesi del Comizio per rivendicare al popolo l’esercizio del diritto al voto universale amministrativo, tenuto da Costa a Ravenna l’11 novembre 1883, è pubblicata in Costa, Impadroniamoci dei Comuni!, cit. Nonostante approfondite ricerche non è stata rinvenuta una versione integrale o comunque più completa di questo discorso.

13 Il comizio di domani, in “Il Sole dell’Avvenire”, a. II, n. 32, 10.11.1883, p. 1.

14 Il Partito socialista rivoluzionario italiano era nato nel 1884 a partire dall’esperienza regionale del Partito socialista rivoluzionario di Romagna. Costa lo immaginava come un partito nazionale a struttura federale, animato da diverse componenti regionali e territoriali autonome. L’idea rimase però sostanzialmente incompiuta e venne superata, su basi differenti, dalla nascita del PSI nel 1892 (C. De Maria, Come Andrea Costa pervenne al federalismo comunale del 1883, in “Storia Amministrazione Costituzione”, 2012, n. 20, pp. 25-44: 38-39).

15 E. Rotelli, L’autonomia comunale nel socialismo di Andrea Costa, in A. Berselli (a cura di), Andrea Costa nella storia del socialismo italiano, Bologna, Il Mulino, 1982, pp. 109-132: 120-121.

16 L. Forlani, Andrea Costa e gli anarchici: un decennio di polemiche (1882-1892), in Ravenna 1882. Il socialismo in parlamento, cit., pp. 139-194.

17 P. Dogliani, Un laboratorio di socialismo municipale. La Francia (1870-1920), Milano, Franco Angeli, 1992; M. Ridolfi, Il Psi e la nascita del partito di massa. 1892-1922, Roma-Bari, Laterza, 1992.

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