Forlì e l’Italia unita

(di Mario Proli)

La repressione papalina e imposta con la forza dalle truppe austriache dopo l’esperienza della Repubblica Romana mantenne la presa sul territorio per quasi l’intero decennio. Le cose cominciarono a cambiare nel giugno del 1859. A determinare il mutamento istituzionale erano state le vicende collegate alla Seconda guerra d’Indipendenza che aveva visto l’alleanza fra Regno di Sardegna e Francia sconfiggere l’Austria e aprire uno scenario di fluidità sul piano militare e diplomatico. Il conflitto iniziò a fine aprile con l’attacco dell’Austria al Regno di Sardegna e terminò con l’armistizio di Villafranca dell’11 luglio. In mezzo c’erano state battaglie alcune delle quali avrebbero assunto un’aura epica nella mitologia nazionale, come quella di Solferino e San Martino. Forlì diede volontari, feriti e pianse i suoi caduti. Una targa nell’atrio di ingresso del Municipio li commemora. Fra i cardini dell’armistizio figuravano la cessione della Lombardia (ad eccezione di Mantova e Peschiera) dall’Austria alla Francia che l’avrebbe poi passata al Regno di Sardegna, l’impegno a costituire una Confederazione italiana presieduta dal papa e il ritorno sul trono dei rispettivi stati del Granduca di Toscana e del Duca di Modena. In realtà non andò così perché, nel vuoto di potere determinato dalla ritirata delle truppe austriache, la rete degli uomini di Cavour radicò e determinò le vicende. A Forlì lo scenario era mutato. Per i rappresentanti del potere papalino la rivoluzione non fu traumatica, tant’è che il delegato pontificio abbandonò la residenza il 17 giugno 1859 senza incontrare problemi. Il testimone passò a una giunta provvisoria e la reggenza della municipalità finì nelle mani di una terna di reggenti composta dal conte Cesare Albicini, Pietro Fiondi e Eugenio Romagnoli. Il giorno seguente vennero abbattute le insegne pontificie e il 19 giugno una grande manifestazione, con esibizione della banda cittadina, accompagnò l’innalzamento della bandiera nazionale in Comune. I tre reggenti accolsero gli emissari provenienti da Torino, il primo dei quali fu, nel mese di luglio, Massimo D’Azeglio. Quindi all’inizio del mese di agosto del 1859 venne nominato un “Governatore delle Romagne”. Si trattava di Leonetto Cipriani, uomo di fiducia dell’Imperatore francese Napoleone III, stimato da Vittorio Emanuele II e dichiarato avversario di Mazzini. Egli prese sede a Bologna e fra i primi atti fece eleggere un’Assemblea che proclamò la decadenza del potere temporale della Chiesa e legittimò la volontà dei territori romagnoli di guardare alla corona dei Savoia. Il rapporto fra Cipriani e i romagnoli risultò freddo e venato di reciproca diffidenza. I mesi estivi videro movimenti di truppe e il consolidamento sul piano politico locale degli ambienti liberali e conservatori, impegnati a preparare l’annessione al Regno di Sardegna. Il 26 settembre 1859 si svolsero elezioni amministrative a suffragio ristretto con una partecipazione di 590 notabili. Fra i più votati il conte Cesare Gnocchi, il celebre medico di origine cesenate Maurizio Bufalini, il commerciante Gaetano Ghinassi e il dottor Giovanni Romagnoli. A quest’ultimo affidarono il mandato di Gonfaloniere. In quelle stesse settimane altre campagne di reclutamento stavano animando le piazze di Romagna. A suscitare entusiasmo intervenne nuovamente il passaggio di Giuseppe Garibaldi che fu a Forlì il 17 settembre e il 7 ottobre del 1859, in direzione e poi di ritorno dal confine marchigiano. Proprio sulla possibilità di un intervento armato nelle Marche, così come propugnava l’eroe dei due mondi, si consumò uno scontro con Cipriani che riuscì nell’obiettivo di bloccare la spedizione ma che pagò di persona dovendo rassegnare le dimissioni. Al suo posto, nel mese di novembre, si insediò in qualità di Governatore delle Romagna Luigi Carlo Farini. Originario di Russi, dove era nato nel 1812, Farini apparteneva alla borghesia patriottica, aveva partecipato alle vicende risorgimentali con un ruolo di primo piano fin dalle fasi riformatrici di Pio IX e portava in dote una marcata distanza dall’esperienza rivoluzionaria. All’inizio degli anni 50 aveva svolto compiti di responsabilità per Casa Savoia (nel governo, in Parlamento e in ambito giornalistico) in collaborazione con D’Azeglio e Cavour.

Sotto la guida di Farini, l’11 e il 12 marzo 1860, si svolsero i plebisciti di annessione al Regno di Sardegna della ex Legazione di Romagna e della Toscana. Nel frattempo, a Forlì si erano tenute nuove elezioni per la municipalità che confermarono Giovanni Romagnoli alla carica di sindaco. A lui spettò l’onore di dare il benvenuto in città, il 1° ottobre 1860, al Re Vittorio Emanuele II di passaggio mentre stava raggiungendo il territorio marchigiano. Il monarca scendeva verso sud per assumere il comando di una situazione molto interessante per i destini di Casa Savoia. Infatti a maggio era salpata, dalla Liguria, la “Spedizione dei Mille”, il contingente di camicie rosse guidate da Giuseppe Garibaldi che, dopo la sbarco in Sicilia, fu protagonista di una scia di vittorie tanto da conquistare l’isola e proseguire la marcia risalendo la penisola nel Regno delle Due Sicilie. Vittorio Emanuele II partì da Ancona in testa alle sue truppe e attraversò il confine meridionale per andare incontro alle truppe garibaldine. Il 26 ottobre 1860, in quello che è noto come “incontro di Teano”, raggiunse Garibaldi che lo salutò come Re d’Italia.

Le tappe verso l’unità nazionale culminarono con la proclamazione ufficiale avvenuta a Torino il 17 marzo 1861. Evento salutato con entusiasmo a Forlì. Nella cronaca di Giuseppe Calletti emergevano la gioia e la speranza, mentre il continuo passaggio di truppe dava la misura della contingenza dei fatti. Per solennizzare l’evento venne deciso che la celebrazione ufficiale sarebbe avvenuta in occasione la Festa dello Statuto che si svolgeva ogni anno in occasione della prima domenica di giugno. Così fu. L’edizione forlivese vide una affollatissima parata militare al Giardino pubblico, con tanto di batterie d’artiglieria e soldati schierati. Il programma proponeva corse equestri con calessi e l’esibizione di due bande, una cittadina e una militare. La cornice di musica e intrattenimenti popolari si spostò di seguito in Piazza Maggiore dove proseguì per alcune ore fino a quando l’arrivo della triste notizia della morte di Cavour pose prematuramente fine all’evento.

La prima vera grande festa forlivese dopo l’Unità d’Italia avvenne così il 1° settembre di quell’anno quando in un tripudio di bandiere e di marce bandistiche spuntò all’orizzonte, proveniente da Faenza, una sbuffante locomotiva a vapore. Il progresso spalancava le porte a mondi nuovi e marciava sulla strada ferrata, lungo nastro della modernità che stava costruendo, traversina dopo traversina, la rete nazionale. Musica, bandiere, folla assiepata accanto agli edifici della stazione costruita fuori Porta San Pietro, nei pressi della Ravegnana (oggi conosciuta come “Vecchia Stazione”). 

Sul versante della politica, il potere restò nelle mani della élite conservatrice composta da uomini della nobiltà, della proprietà terriera e dell’alta borghesia. A determinare questa gerarchia era la legge elettorale (che concedeva il voto solo agli uomini con livelli di censo elevato e istruzione alta restringendo drasticamente il corpo elettorale) e il permanere fuori città di esponenti del fronte democratico. Primo fra tutti Aurelio Saffi che, benché rientrato in Italia insieme alla moglie Giorgina nel 1860, era rimasto a Napoli. Quindi, in seguito all’elezione in Parlamento avvenuta l’anno seguente nel collegio di Acerenza, si spostò nella capitale Torino. Dopo le precoci dimissioni dal Parlamento, avvenute in polemica con il regime sabaudo, Saffi si spostò fra Italia e Inghilterra, rientrando definitivamente a Forlì, nella casa di campagna di San Varano, nel 1867.

Nonostante il potere civico fosse nelle mani della destra liberale, la città era permeata da furore risorgimentale, di impronta repubblicana, mazziniana e garibaldina. Numerosi furono i forlivesi che presero parte alla Terza guerra d’Indipendenza e alla spedizione garibaldina per il tentativo di conquista in armi di Roma tragicamente concluso con la battaglia di Mentana. Fra questi i giovani Alessandro Fortis (a sinistra) e Antonio Fratti
che sarebbero stati i due protagonisti della politica dell’ultimo quarto del XIX secolo. Da sottolineare pure la figura del maggiore Achille Cantoni che morendo sul campo, nell’autunno del 1867, a Mentana (147 furono i forlivesi accorsi a combattere contro il Papa-Re) trovò l’immortalità grazie al libro scritto da Giuseppe Garibaldi “Cantoni il volontario”. Battesimo del fuoco e icone del “martirologio” patriottico divennero in breve tempo le colonne portanti di un sentimento diffuso.

A tutto ciò dava sostanza una terza, fondamentale, colonna rappresentata dal pensiero e dall’azione riformista di Aurelio Saffi che dopo aver deciso di risiedere in modo stabile nella casa di San Varano abbinò l’insegnamento all’Università di Bologna all’apostolato mazziniano impostato su una visione di radicamento dei valori democratici dal basso, dal Comune, dall’associazionismo, dal territorio. Una combinazione di fattori che proprio grazie alla presenza del Triumviro, riconosciuto universalmente come il principale interprete del pensiero di Mazzini, destò forti preoccupazioni nelle autorità. Un attacco diretto al mondo repubblicano venne portato con gli arresti dei partecipanti all’incontro di Villa Ruffi, nel riminese, avvenuto il 2 agosto 1874, causa il sospetto di cospirazione. Nel mirino finirono fra gli altri i giovani rampanti Fortis e Fratti.

L’asse del potere si stava spostando dalle stanze dei palazzi patrizi alle case borghesi. Nonostante le forze radicali fossero ancora distanti dal potere, l’influenza diretta di Saffi interessò alcune iniziative, in particolare la realizzazione del Cimitero monumentale di via Ravegnana, da lui chiamata “necropoli”, la cui costruzione iniziò nel 1867 e che, grazie anche al pregio artistico di molte tombe sotto le arcate e opere imponenti, come il Pantheon civico, contribuì a delineare la fisionomia della comunità forlivese dell’Italia unita.

Un cambiamento cominciò a manifestarsi negli anni 80 in seguito alla politica “trasformista” di Alessandro Fortis che era divenuto parlamentare nelle elezioni del 1880. Da questo momento la presa del potere da parte delle forze borghesi e radicali si esplicò lungo un doppio asse rappresentato dagli uomini di Fortis, protagonisti come il loro leader di un trasformismo consociativo, e da quelli intransigenti che facevano capo a Fratti, fedeli ai principi del repubblicanesimo e dell’interventismo democratico. Un avvenimento che segnò questa fase fu l’inaugurazione del busto di Giuseppe Garibaldi nello scalone d’ingresso al Municipio. Il 2 giugno 1884, nel secondo anniversario della morte del generale, una imponente manifestazione caratterizzò lo scoprimento dell’opera dello scultore Ettore Ferrari. La calca di militanti repubblicani e internazionalisti divenne tale che il rigido protocollo istituzionale imposto dalle autorità monarchiche non riuscì a evitare che l’esuberanza politica si trasformasse in protesta. L’euforia sfociò in dimostrazione da parte di alcune frange che inneggiarono alla rivoluzione e alla libertà per Amilcare Cipriani, suscitando l’intervento, sciabole in pugno, delle forze dell’ordine. Gli animi furono placati a suon di “botte a dritta e a sinistra”. Il corteo si ricompose e partecipò alla cerimonia terminata la quale una massa di persone uscì dal centro murato per rendere omaggio alla Casa Zattini, luogo dove Garibaldi trovò rifugio il ferragosto del 1849 durante la fuga. Oggi la casa non esiste più e l’area in cui sorgeva è riconoscibile grazie alla presenza di una targa nel condominio di viale Matteotti n.75. Dopodiché il corteo rivoluzionario rientrò in città e si fermò proprio davanti alla caserma dei Carabinieri per inneggiare alla Repubblica. Ovviamente scoppiarono scontri. Il Prefetto di Forlì decise di adottare il pugno di ferro e sciolse il Consiglio comunale. Erano gli anni in cui il Parlamento affrontò in più occasioni le questioni di ordine pubblico in Romagna e questi fatti davano dimostrazione dell’emergenza. Dal lato prettamente politico la decisione d’imperio del Prefetto non fece altro che rafforzare le forze progressiste e la borghesia che ebbe la meglio della seguente tornata elettorale. Da un punto di vista relazionale, invece, questa rottura innescò l’azione consociativa di Fortis che, complici le forze moderate nazionali guidate da Depretis, portò a una ricomposizione delle tensioni. Luogo di mediazione, a Forlì, fu un istituto di credito nato qualche anno prima e denominato “Banca popolare”. A suggello di questo assetto pacificato giunse nel 1888 la visita del re Umberto I in Romagna, terra repubblicana e socialista che nonostante i timori tenne a freno il suo animo più intransigente e riottoso. Il monarca rimase diversi giorni nel territorio dove visitò luoghi e seguì le grandi manovre militari che, con un gigantesco dispiego di forze, simulavano la difesa rispetto a un ipotetico attacco dal fronte Adriatico. Si trattenne particolarmente a Forlì ma passò in rassegna anche Rimini, Santarcangelo, Cesena, Ravenna, Faenza e Imola, concedendo colloqui con persone del popolo e sopralluoghi ai luoghi di vita e di lavoro, dalle abitazioni popolari alla filanda Brasini di via Maroncelli dove una epigrafe ancora oggi ricorda l’evento.

Prendeva ulteriore vigore in tal modo l’azione trasformistica di Alessandro Fortis, passato dall’azione garibaldina degli anni giovanili al consociativismo affaristico che lo avvicinò prima alla sinistra costituzionale di Crispi, poi al fronte moderato e quindi ne determinò l’approdo alle sponde liberali e monarchiche. Il cambiamento divenne evidente nel dicembre 1888 quando Crispi lo nominò sottosegretario all’Interno nel suo governo. Della compagine governativa fece parte nuovamente nel primo ministero Pelloux (giugno 1898-maggio 1899) come Ministro dell’agricoltura e si dimise a causa della svolta reazionaria del presidente del Consiglio passando al gruppo liberale e riformista di Giolitti. Come componente di quest’area divenne capo Governo nel marzo 1905 restando presidente del consiglio per circa un anno durante il quale, fra i provvedimenti adottati, ci fu la nazionalizzazione delle ferrovie. A far da contrappunto al prestigio nazionale ottenuto in virtù della particolare duttilità intervenne la macchia d’infamia assegnatagli dal mondo repubblicano che non perdonò a Fortis il tradimento, neppure dopo la morte.

La Forlì di questo periodo prestava attenzione a connotare simbolicamente gli spazi pubblici. Fra questi comparve, ai primi di aprile del 1890, il busto di Giuseppe Mazzini nello scalone del Municipio, proprio di fronte a quello di Garibaldi. Questa volta le manifestazioni inaugurali furono improntate a una partecipazione solenne. Intervenne anche il vecchio Aurelio Saffi e fu quella la sua ultima uscita in pubblico. Il Triumviro si spense il 10 aprile 1890 e la notizia della sua scomparsa destò cordoglio in Italia e all’estero. Al funerale laico presero parte migliaia di persone. “La città ha un aspetto particolare – annotava Luigi Musini in “Da Garibaldi al socialismo” – da tutte le finestre pendono bandiere abbrunate. Alle due e mezzo comincia a formarsi il corteo e le rappresentanze si riuniscono in Municipio. Lo scalone, le sale, dappertutto incredibile profusione di corone, alcune delle quali immense e stupende [ … ] Il corteo comincia a sfilare e vi impiega due ore. Innumerevoli e di ogni colore le bandiere, moltissime fanfare, popolo immenso. [ … ] Durante il tragitto Fortis vien fischiato e gli si grida abbasso da un gruppo di giovani: egli mestamente sorride e passa. Se lo meritava proprio; ma certo non era quello il momento di tale dimostrazione. All’entrata del cimitero, essendo insufficienti le porte e tutti, come al solito, volendo entrare insieme nasce una gran confusione e siccome i carabinieri a cavallo vogliono inopportunamente intromettersi, spaventasi un cavallo e succede un fuggi fuggi, subito però calmato. La bara viene provvisoriamente calata nel sotterraneo della cappella alla quale si sale per una gradinata ove stan guardie comunali per impedire l’invasione della folla”.

Fra le iniziative per onorare la memoria di Aurelio Saffi ci furono le decisioni del Consiglio comunale fra le quali l’intitolazione della piazza principale al suo nome e la scelta di erigervi un monumento a lui dedicato. Ma le vicende che seguirono, come si vedrà nei prossimi paragrafi, si sarebbero sviluppate in modo diverso dalle previsioni.

Dal momento della scomparsa di Saffi, le critiche e le istanze dell’Estrema repubblicana a Fortis e al notabilato moderato (nelle cui mani tornò la guida della città dopo la parentesi del sindaco mazziniano Ercole Adriano Ceccarelli) divennero sempre più accese. Le polemiche s’erano accese dopo la nomina a sottosegretario nel governo Crispi ed erano state confermate dai fischi al funerale. Troppo spregiudicato nell’accettare i compromessi, troppo vicino al politico che stava avviando repressioni contro le voci di protesta. Neppure l’aver fatto giungere in città i finanziamenti per grandi opere, come la costruzione del carcere vicino alla Rocca di Ravaldino, riuscì ad alleviare la durezza del distacco.

A peggiorare il clima contribuiva il peso della crisi agraria che stava attanagliando da anni l’intero territorio italiano e in modo particolare le aree a vocazione rurale, come la Romagna, determinando mancanza di modernizzazione dell’apparato produttivo. A scandire un dato di eccezionalità fu la nascita di una grande industria, la
Bonavita, che sempre nel fatidico 1888 trasferì le proprie lavorazioni da un laboratorio artigianale ad un opificio appositamente costruito di fronte all’ex complesso religioso dei domenicani divenuto caserma dell’esercito. L’attività gestita dai tre fratelli Leonida, Ettore e Giovanni Bonavita, produceva pezze di feltro dette “borre” impiegate nella costruzione delle cartucce per i fucili a retrocarica. Con il passare degli anni le lavorazioni si erano estese anche ad altri manufatti in feltro, in buona parte commesse dall’esercito.

La situazione economica divenne drastica verso la metà dell’ultimo decennio del secolo in conseguenza del fallimento della Banca popolare. Il crack avvenne nell’aprile del 1894 e seguì l’ondata innescata dallo scandalo della Banca Romana, consumatosi l’anno precedente con la liquidazione dell’istituto. A Forlì si parlò di ammanchi, di operazioni spregiudicate, di insoluti (celebre la frase di Antonio Fratti “le cambiali venivano a galla come le canocchie…”). La caccia ai responsabili suscitò veleni, depistaggi e misteri, come la morte di Livio Quartaroli il quale, travolto dalla crisi economica e dal disonore, si suicidò buttandosi in un pozzo. Il fallimento determinò effetti a catena trascinando nel baratro attività commerciali e artigianali, oltre a bruciare i risparmi di tantissime famiglie.

Sul piano politico tutto ciò ebbe come conseguenza la conclusione definitiva del potere locale di Fortis che trovò compimento con la sconfitta elettorale del 1897 e avvenuta grazie a un accordo stretto fra i repubblicani e i socialisti guidati da Alessandro Balducci sul nome di Antonio Fratti.

Per Fortis non restava che accusare il colpo, subire la sconfitta e ritirarsi nella circoscrizione laziale di Poggio Mirteto, da dove con maggiore libertà di manovra avrebbe gestito l’ennesima conversione. Intanto il destino del rivale 

Antonio Fratti venne segnato proprio dall’intransigenza con la quale intraprendeva la battaglia politica. Fratti era nato a Forlì il 15 maggio 1845 da Luigi, patriota e ingegnere ferroviario, e Domenica Ravaioli, in una famiglia agiata che condivideva con due sorelle, Eugenia e Beatrice. Nel 1866 partecipò come volontario alla terza guerra d’indipendenza, l’anno dopo partì coi garibaldini nel tentativo di conquista di Roma stroncato a Mentana, nel 1870 fu volontario nelle fila garibaldine a Digione dove partecipò alla difesa del governo provvisorio repubblicano francese contro i prussiani. Tornò in Italia, prima a Forlì, dove rivestì ruoli pubblici fra i quali la carica di consigliere comunale. Fra le sue battaglie politiche spiccarono quella per il suffragio universale, la lotta contro la Triplice alleanza, l’avversione alla monarchia, il contrasto ai privilegi, la denuncia dello sfruttamento e della prostituzione. Intenso fu l’impegno sul versante dell’associazionismo partitico (nelle varie forme che ebbe in questi anni) e in ambito giornalistico. Uomo di studio e brillante oratore, sapeva parlare sia agli intellettuali, sia al popolo, collocando il pensiero mazziniano nel quadro democratico internazionale che spaziava da Washington a Victor Hugo. All’indomani dell’elezione in Parlamento nel 1897 partì volontario per daresostegno all’insurrezione greca contro l’oppressione turca. Faceva parte di un corpo di spedizione garibaldino guidato da Ricciotti Garibaldi (uno dei figli del generale) al quale si erano affiancate altre formazioni come quella del socialista Amilcare Cipriani. Nell’ambito di questa missione il suo nome divenne uno dei punti di riferimento in quel mondo che considerava l’aiuto ai popoli oppressi come un “dovere”. Il 17 maggio 1897, a Domokos, Fratti perse la vita colpito da un proiettile. Una fine tragica che consacrò il suo nome fra quelli dei grandi eroi. I suoi resti furono sepolti in Grecia dove rimasero fino al 1902 quando vennero riesumati e trasportati a Forlì.

Superati gli anni durissimi che seguirono il fallimento dalla banca popolare e con l’affermazione sul piano politico dell’Estrema, in un panorama che aveva visto la nascita dei nuovi partiti di massa socialista e repubblicano, con il finire del secolo la città registrò segnali di modernizzazione economica.

In ciò aveva indubbiamente continuato ad avere rilievo la presenza di Fortis che piazzò altri concittadini ai massimi livelli della burocrazia ministeriale. Fra questi Tito Pasqui che, oltre ad una elezione alla Camera dei deputati, venne nominato Direttore generale dell’Agricoltura, presso il Ministero dell’agricoltura, industria e commercio.

Importanti cambiamenti stavano maturando in campo agricolo grazie all’attività di promozione tecnica portata avanti dal Comizio agrario e dalla Stazione agraria che diffondevano cognizioni su macchinari, allevamento, concimazioni, nuove colture più remunerative e apportatrici di migliorie ai terreni, tecniche antiparassitarie. 

In questi anni si radicavano due importanti novità che avranno rilievo per la nascita, all’inizio 900, delle industrie di trasformazione: l’adozione del portainnesto di vite americana, immune alla fillossera, che consentiva di debellare la terribile crittogama devastatrice della produzione vinicola italiana e l’introduzione della coltivazione della barbabietola da zucchero nella rotazione quadriennale. Proprio all’agricoltura si collegavano le attività industriali nate nel periodo a passaggio del secolo: lo zuccherificio Eridania (1900), la Filanda di Porta Schiavonia di proprietà Bonocossa e poi Majani (1900) e la Cantina sociale di Forlì (1908).

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