Forlì dopo la Prima guerra mondiale

Il rosso e il nero

(di Mario Proli)

La prima guerra mondiale terminò l’11 novembre con la firma dei rappresentanti della Germania, a sancire la resa definitiva e ad accettare le condizioni di armistizio. Per chi seguiva il mito risorgimentale dell’Italia unita dall’Alpi alla Sicilia il sogno s’era avverato e così pure appagati potevano ritenersi coloro che avevano creduto nel conflitto per abbattere i dispotici Imperi Centrali. Anche chi desiderava la fine della guerra poteva tirare un sospiro di sollievo. Eppure la situazione non migliorò.

La gioia della vittoria venne tradita ancor prima della Conferenza di Pace di Versailles dalla delusione di molti soldati che, tornati a casa, trovarono miseria e disoccupazione. In più covavano paura e rabbia. Passati i momenti dell’entusiasmo, con la febbre spagnola a mietere vittime, Forlì sprofondò in un clima cupo. A peggiorare le cose ci si mise il persistere della crisi economica. Nel 1919 l’inflazione e la scarsa produzione provocarono aumento dei prezzi, determinarono scioperi e spronarono un crescendo nello scontro politico che, oltre ai partiti di massa consolidati, Pri e Psi, vide comparire sulla scena una organizzazione cattolica fondata da don Luigi Sturzo: il Partito popolare italiano (Ppi). A Forlì i “popolari” ebbero voce nel dibattito pubblico grazie alla nascita del giornale “Il Momento”, fondato da Don Pippo. Ma non fu questa la sola novità. Nel panorama politico comparve la formazione creata da Benito Mussolini e chiamata, proprio sulla scia della denominazione interventista, “Fasci di combattimento”.

Stremata dalla guerra, povera, ammalata, umiliata, divisa da barriere politiche, Forlì assisté a scontri e divisioni, con l’aggravante rappresentata dalla familiarità che gli ex soldati avevano raggiunto rispetto alla violenza come strumento per regolare non solo i conflitti, ma anche le divergenze di opinione. I conti con la crisi resuscitarono punti di convergenza fra le forze popolari che assunsero concretezza in occasione della manifestazione di protesta che si sviluppò il 30 giugno, l’1 e il 2 luglio 1919 e che unì i due partiti della sinistra. Tre giornate di sommosse, con chiusura di negozi, astensione dal lavoro, sciopero generale proclamato dalle due Camere del Lavoro ma anche di arresti, ferimenti e scontri. Non furono sufficienti questi punti di unione per risanare ferite profonde, come lo erano lo scontro sulle trebbiatrici del 1910 e la battaglia fra interventismo e neutralità. Sempre più spesso fu muro contro muro. Il grido “viva i disertori” lanciato da un militante al XVI Congresso nazionale del Psi di Bologna, ai primi di ottobre, sembrava confermare la diceria “dla biguleda” che si era sparsa a Forlì dopo la disfatta di Caporetto. Secondo il passaparola, i socialisti avrebbero organizzato una grande mangiata di “bigoli”, pasta fatta in casa simile a lunghi strozzapreti, per celebrare la sconfitta. A questa onta gli interventisti giurarono vendetta. Le imminenti elezioni politiche corroborarono la lotta. Il momento della conta si avvicinava e fra gli argomenti in ballo non poteva mancare il tema dell’annessione di Fiume all’Italia. Quando il 12 settembre la città del Carnaro fu occupata da Gabriele D’Annunzio e dai suoi legionari, diversi repubblicani romagnoli si trovavano al suo fianco e dell’impresa si parlò molto nelle case e nei circoli.

Le elezioni politiche, le prime a effettivo suffragio universale maschile, ebbero luogo il 16 novembre 1919 e decretarono un netto successo del Partito socialista, seguito da una buona affermazione del Partito popolare. I socialisti risultarono il partito di maggioranza relativo alla Camera con un balzo rispetto alle elezioni del 1913. Nella realtà forlivese i repubblicani mantennero il primato dimostrando forza organizzativa e politica. Questo il verdetto alle urne nel Comune di Forlì: Pri voti 3.718 (maggioranza assoluta, pur calando di suffragi rispetto alle precedenti elezioni); Psi voti 2.338; Ppi voti 806; Liberal-monarchici voti 463.

Nonostante ciò la delusione dei repubblicani fu cocente. In più, in quel medesimo tempo, parte del fronte interventista, lo stesso che aveva iniziato ad applaudire la Marcia reale nelle parate e nelle feste, avrebbe preferito al “dovere” mazziniano la chiamata all’ordine incarnata dall’ormai ex socialista Benito Mussolini, ferito di guerra, il cui giornale, “Il popolo d’Italia”, aveva parlato ai soldati nelle trincee e a molti di loro aveva assegnato identità condividendone i sacrifici. Al suo fianco c’era un servizio d’ordine composto da diversi repubblicani forlivesi quando il 10 novembre 1919 sull’autocarro in piazzale Belgioioso, a Milano, trasformò i “Fasci di combattimento” in partito vero e proprio. Mussolini riuscì a traghettare parte di quel mondo antimonarchico fino ad accettare il compromesso con la corona facendo leva sui sentimenti nazionalisti dei reduci e sulla necessità di bloccare l’avanzata del “pericolo rosso”. Un pericolo che, per chi lo considerava tale, veniva sentito minaccioso dopo la Rivoluzione russa del 1917 e, in Italia, in seguito al successo socialista proprio nelle elezioni dell’autunno 1919. Su quelle posizioni il mondo repubblicano si spaccò in blocchi: chi rimase sulle posizioni democratiche, seguendo l’esempio di Gaudenzi; chi aderì con convinzione al fascismo e su quella posizione si assestò; chi dopo una infatuazione iniziale, e fra questi il gruppo che lo aveva affiancato nel comizio milanese, mutò atteggiamento in seguito all’avvicinamento di Mussolini alla monarchia, alla proprietà industriale e agraria e al Vaticano.

Clamorosa fu l’espulsione dal Pri dell’avvocato Giuseppe Bellini, più volte sindaco e pure Presidente della Deputazione provinciale, che venne accusato di tradimento per aver accettato nell’ottobre del 1919 la nomina a senatore del Regno. Per la seconda volta dopo l’incauto omaggio al feretro di Alessandro Fortis dieci anni prima, Bellini venne destituito dalla carica di sindaco e al suo posto la guida della città tornò nelle mani di Gaudenzi.

Ponte fra il mondo repubblicano e quello socialista, baluardo democratico delle istituzioni, Gaudenzi giocò tutte le sue carte in chiave antifascista. Fu lui l’artefice di un tentativo che, benché apparentemente riuscito, non ebbe effetti di continuità. Il 1° maggio 1920, la Festa dei lavoratori vide un abbraccio fra i cortei della Camera del Lavoro (socialista) e della Nuova Camera del Lavoro (repubblicana). I repubblicani si erano radunati in Piazza delle Erbe, i socialisti al Giardino pubblico. Dai rispettivi luoghi partirono le sfilate che, giunte in piazza, si unirono in un unico corpo di popolo. Gaudenzi godeva di enorme credito e in occasione delle elezioni amministrative che si tennero in ottobre riuscì a guidare il suo partito alla vittoria rimanendo alla guida della municipalità. Per festeggiare il risultato espose dal balcone del Comune la bandiera rossa simbolo della Repubblica e il vessillo Tricolore, provocatoriamente, senza lo stemma reale. Per marchiare la comunità con i galloni democratici stava sorgendo al centro della piazza (che come si ricorderà era vuota dal 1909) un monumento dedicato ad Aurelio Saffi. 

Per mettere a fuoco ciò che stava accadendo è opportuno tornare al 30 luglio 1911, giorno in cui Giorgina Saffi morì. Dopo un anno dalla sua scomparsa, il celeberrimo e ricchissimo tenore forlivese Angelo Masini ripropose il tema della statua di Saffi spronando il Comune a riconsiderare il progetto con la promessa del finanziamento. Pose alcune condizioni: la scelta dell’artista, un’altezza imponente, l’omaggio alla memoria dei patrioti Achille Cantoni e Antonio Fratti, la decisione che, con la statua eretta, avvenisse un cambio di nome dell’ospedale con l’intitolazione all’insigne medico forlivese Giambattista Morgagni. L’amministrazione accettò ma lo scoppio della Prima guerra mondiale e altre questioni determinarono ritardi. La costruzione avvenne nei turbolenti anni che seguirono il conflitto e l’inaugurazione fu celebrata il 4 settembre 1921 davanti a una folla imponente. Oratore ufficiale Arcangelo Ghisleri, scrittore, geografo, giornalista, mazziniano. L’opera eseguita dallo scultore napoletano Filippo Cifariello risultò orientata verso il tracciato della via Emilia e arricchita da simboli dell’iconografica risorgimentale. Come conseguenza della realizzazione del monumento e dell’intitolazione della piazza, l’ospedale mutò la propria denominazione con l’omaggio al grande uomo di medicina del XVIII secolo Giambattista Morgagni.

Nonostante l’impegno di Gaudenzi per unire il fronte democratico, progressista e antifascista, proprio in quel 1921 avvennero fatti destinati ad ampliare le distanze. Il primo fu, nel mese di gennaio, la spaccatura nel Partito socialista con la scissione al congresso di Livorno che portò alla nascita del Partito comunista d’Italia. Il Pci affondò subito radici a Forlì dove il primo congresso ebbe luogo il 24 aprile 1921 a Bussecchio, alla presenza di Umberto Terracini. In mezzo alle due date ci fu il secondo fatto e cioè, nel mese di marzo, la costituzione del Fascio locale.

Terzo evento fu uno scontro avvenuto nelle colline sopra Civitella di Romagna, in località Arpineto, dove da un diverbio fra socialisti e repubblicani locali, scaturì la morte di un militante repubblicano e, come reazione, una dura vendetta operata da militanti del Pri insieme a un gruppo di squadristi fascisti che si unì a loro. Il fatto di Civitella innescò una spirale di violenza che pochi giorni dopo vide un comunista ucciso e un repubblicano ferito a Vecchiazzano e culminò ai primi di settembre con una scena di guerra civile a Forlimpopoli che lasciò a terra due morti, un comunista e un repubblicano, oltre diversi feriti e la casa del popolo in fiamme. I mesi seguenti trascorsero tra polemiche, scontri e aggressioni soprattutto fra comunisti e una frangia di giovani repubblicani, in buona parte reduci della Grande guerra, che si organizzarono in forma paramilitare nelle “Avanguardie repubblicane”. Motivate a tutelare l’indipendenza repubblicana, le Avanguardie si trovarono presto ad affrontare con la forza i fascisti. Giorno dopo giorno, la situazione andò deteriorandosi e la violenza divenne quotidiana, con scontri, spari, bastonature in una sorta di grande arena dove socialisti e comunisti trovarono momenti in comune, allargando il collegamento con i repubblicani in alcuni casi, come nelle manifestazioni di protesta del gennaio 1922 contro la detenzione negli Stati Uniti d’America degli anarchici Sacco e Vanzetti, contro le azioni violente delle squadre fasciste in Romagna che nel mese di luglio videro, a Ravenna, l’uccisione di dieci lavoratori in maggior parte repubblicani e la calata delle camicie nere guidate da Italo Balbo. Fuoco e manganellate fasciste cominciarono a colpire circoli in luoghi differenti fino alla sera del 6 ottobre 1922 quando una colonna di squadristi seminò distruzione e fiamme tra le case del popolo della Romagna fra il forlivese e il cesenate.

La situazione era ormai esplosiva in tutta Italia e il 28 ottobre, con la “Marcia su Roma” e la decisione del Re di affidare a Mussolini l’incarico di formare il fascismo prese il potere. A Forlì la mobilitazione delle camicie nere cominciò nel pomeriggio del 27 ottobre con le milizie fasciste pronte all’azione. Nella serata del giorno seguente presero possesso della Prefettura la cui sede all’epoca era nel palazzo municipale, verso Borgo Mazzini. Stessa sorte interessò il Comune, le Poste, la Torre civica. Il 30 ottobre i fascisti irruppero nell’ufficio di Giuseppe Gaudenzi e lo obbligarono a rassegnare le dimissioni da primo cittadino. Quindi, attraverso un accordo con la Prefettura, si insediarono al comando dell’amministrazione comunale con la nomina a commissario prefettizio di un “camerata”, l’industriale Silvio Lombardini.

I conti con socialisti, comunisti e repubblicani vennero regolati con la violenza, a suon di percosse, uccisioni e occupazioni. Una frattura definitiva si consumò anche con quel gruppo di giovani repubblicani, in gran parte reduci di guerra, che in un primo tempo aveva dato credito alle promesse antimonarchiche e sociali di Mussolini. Il punto di non ritorno fu rappresentato delle occupazioni dei circoli e degli attacchi a militanti del Pri, in particolare dall’assassinio di due repubblicani a Forlimpopoli e del diciottenne forlivese Giovanni Arfelli. Il suo funerale venne addirittura sospeso per divieto prefettizio; ciononostante prese forma una manifestazione spontanea di donne per protestare contro la violenza fascista ma anche questa venne fermata dalla forza pubblica. Dileggio definitivo fu la presa del Circolo Mazzini che in un primo tempo venne utilizzato come Casa del fascio prima del trasferimento di questa nei locali di Palazzo Albertini in Piazza Saffi.

Pochi mesi dopo la marcia su Roma, il 15 aprile 1923, il capo del governo Benito Mussolini decise di tornare a Forlì in visita ufficiale.
Il Duce giunse in treno alla stazione ferroviaria e da qui si mosse in auto attraverso luoghi simbolici della città: il Cimitero monumentale (per rendere omaggio alla tomba del padre Alessandro e ai caduti della Grande Guerra), piazza Saffi, la Prefettura e, al rientro nel pomeriggio dopo una toccata a Predappio, la caserma dei Bersaglieri e il Comune.

La visita non riuscì a sbloccare la situazione di precarietà che travagliava il fascismo forlivese. Anzi, sul piano politico la situazione peggiorò, tanto da sfociare a settembre nel primo commissariamento straordinario della federazione. Questo non tolse nulla alla presa del potere esercitata con l’uso della forza soprattutto nella “gestione” delle tornate elettorali. Come avvenne nel caso delle elezioni amministrative che si tenevano il 21 ottobre 1923 con un’unica lista di candidati fascisti e la nomina del nuovo Consiglio comunale. Sindaco divenne l’avvocato e possidente Corrado Panciatichi. Controllo politico e persuasione violenta caratterizzarono pure la tornata elettorale dell’aprile 1924 nella quale a livello regionale trionfò la Lista Nazionale con candidati fascisti (che in Emilia ebbero oltre il 70% dei consensi). Nonostante tutto nel caso di Forlì ci fu una tenuta del Pri che nello spazio urbano conquistò addirittura più voti del “Listone” fascista. Su tutti i manuali di storia sono descritte le vicende che portarono i partiti democratici a denunciare violenze e brogli, con il discorso in Parlamento di Giacomo Matteotti che divenne il simbolo della protesta. Proprio l’assassinio del leader socialista, con le accuse dirette a Mussolini e l’assunzione della responsabilità politica da parte del Duce nel discorso del 3 gennaio 1925 rappresentarono la frontiera fra l’incardinamento del regime dittatoriale e la nascita del movimento antifascista. Nel giugno del 1924 manifestazioni di protesta e dissenso per l’assassinio di Matteotti animarono la scena forlivese con volantini e articoli. Fu in questo frangente che avvenne l’assalto fascista alla sede della Loggia Massonica di via Maroncelli che fu distrutta. L’anno seguente, nel novembre 1915, come reazione a un attentati contro Mussolini, il giornale “Il Popolo di Romagna” pubblicò elenchi con nomi di massoni forlivesi con la richiesta della loro epurazione dagli incarichi pubblici.

Riottoso, violento e diviso in fazioni: così continuava a presentarsi il movimento fascista forlivese che, per questa ragione, vide avvicendarsi di commissari esterni con il compito di normalizzare la situazione organizzativa e politica. Ci provarono Evaristo Armani, Leandro Arpinati e Italo Balbo ma tutti senza riuscire pienamente nell’obiettivo. Come reazione alla serie di attentati a Mussolini videro la luce le cosiddette “leggi fascistissime”, misure eccezionali emanate tra il 1925 e il 1926 che trasformarono l’ordinamento giuridico del Regno d’Italia in dittatura. I provvedimenti decretarono lo scioglimento dei partiti, delle associazioni e delle organizzazioni contrarie al regime e sulla scena restò solo il Partito nazionale fascista; vennero aboliti i sindacati e proibiti gli scioperi; il capo del governo non doveva più rapportarsi con il Parlamento ma solo il Re e con il Gran Consiglio del fascismo, presieduto dal Duce stesso, quale organo supremo del partito fascista e dello Stato. Sotto stretto controllo venivano poste stampa e associazioni di cittadini. Infine le leggi istituirono il confino di polizia per gli antifascisti e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato con competenza sui reati contro la sicurezza dello Stato.

Un discorso specifico merita il rapporto con gli ambienti cattolici. A tale riguardo esiste un ampio repertorio che approfondisce il cambiamento dell’atteggiamento di Mussolini, passato da un approccio anticlericale e ateo (ancora presente nel periodo iniziale dei “Fasci di combattimento”) all’accordo fra Stato e Chiesa stabilito con i Patti Lateranensi del 1929. Le aperture conciliatrici avvennero già prima della “marcia su Roma”. Le motivazioni vanno ricercate nella volontà di favorire un processo di normalizzazione del quadro italiano, nel tentativo di indebolire il ruolo del Ppi e dello zoccolo duro ostile al fascismo, nell’affermare come propri i valori dell’ordine, del patriottismo e della tradizione. Le vicende familiari di Mussolini diventarono una cartina di tornasole del cambiamento. Al ritorno a Forlì dopo l’esperienza trentina conobbe Rachele Guidi, di quattro anni più giovane di lui. La loro unione, dalla quale il 1° settembre 1910 nacque a Forlì la figlia primogenita Edda, fu formalizzata in matrimonio civile nel dicembre del 1915, nell’ospedale di Treviglio, e venne consacrata dal rito religioso nel 1925 a Milano. In una nota riportata accanto al nome Mussolini Benito nel Libro dei Battezzati della parrocchia di San Cassiano in Pennino di Predappio (data 30 luglio 1883, n. 385), si legge che il matrimonio avvenne a Santa Maria Segreta in Milano. Altro avvenimento simbolico del cambiamento mussoliniano riguarda una vicenda forlivese. Come si ricorderà, lo spostamento della Colonna della Beata Vergine del Fuoco, opera di Clemente Molli ed eretta nel 1636 in piazza Maggiore, avvenne nel 1909 in conseguenza di un attacco anticlericale. Dopo lo smantellamento la statua trovò rifugio nella chiesa di San Filippo e la piazza rimase vuota fino allo scoprimento, nel settembre 1921, del monumento di Aurelio Saffi. Fra le tappe del percorso di preparazione del Concordato ci furono anche le celebrazioni per il cinquecentesimo anniversario del miracolo della Madonna del Fuoco. Le feste iniziarono il 4 febbraio con la presenza dell’arcivescovo di Bologna Giovan Battista Nasalli Rocca mentre il 6 maggio 1928 la colonna con la statua mariana venne riconsegnata alla città con una funzione celebrata dal vescovo Jaffei, lo stesso che era presente 19 anni prima al momento dell’assalto. Fra i membri del Comitato ufficiale comparivano anche Benito Mussolini e il senatore Giuseppe Bellini, cioè colui che aveva guidato l’assalto e il sindaco che aveva assunto la decisione di smontare l’opera per motivi di sicurezza. La conciliazione fra Stato e Chiesa avvenne l’11 febbraio 1929 con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi.

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