Andrea Costa

Intervista a Carlo De Maria sulla figura di Andrea Costa, pubblicata sul n. 175 di Una città (giugno 2010)

L’ASSOCIAZIONE

Carlo De Maria ha curato il volume “Andrea Costa e il governo della città. L’esperienza amministrativa di Imola e il municipalismo popolare. 1881-1914” (catalogo della mostra organizzata per il centenario della morte di Andrea Costa), Diabasis, 2010. 

Andrea Costa è stato fondamentale nella storia del socialismo italiano, e nella stessa storia d’Italia, ma è oggi un personaggio praticamente dimenticato, quasi considerato di secondo piano…
E’ vero che oggi di Andrea Costa si parla poco e, più in generale, sono le tradizioni del socialismo (intendendo questo termine nel senso più ampio, dall’anarchismo al socialismo riformista) che sembrano non trovare più spazio nel dibattito pubblico, nella vita culturale del paese. La figura di Costa richiama vicende politiche e biografiche che oggi appaiono lontanissime, ma che in realtà non sono slegate dal nostro tempo e sono ancora in grado di parlarci. Sono convinto che, per certi aspetti, Costa si riveli essere nostro contemporaneo.
Puoi parlarci della sua biografia?
Costa nasce nel 1851 e appartiene alla generazione dei giovani nati troppo tardi per partecipare alle lotte risorgimentali. Le prime reclute, come lui, del socialismo anarchico erano, in qualche modo, dei garibaldini mancati. In molti casi era assai stretto il loro rapporto ideale con Garibaldi. Ad esempio, il legame tra Costa e Garibaldi è un legame intenso: si conserva una lettera del 1872 di Garibaldi a Costa, il quale poi, nel 1907, partecipò al pellegrinaggio a Caprera, in occasione del centenario della nascita dell’“eroe dei due mondi”. Il rapporto e lo scambio tra il primo socialismo italiano e Garibaldi sono da ricondurre a varie ragioni, in particolare al fatto che il patriottismo di Garibaldi non si era mai chiuso in una prospettiva nazionalista, ma si era invece coniugato con una battaglia di libertà e giustizia sociale più ampia: propriamente internazionalista. Questo è solo un esempio di come, attraverso il percorso del giovane Costa, sia possibile cogliere il socialismo al suo stato nascente e seguire la formazione del movimento socialista nel nostro Paese. Proprio in ragione della sua storia personale, Costa ebbe la capacità di rappresentare il socialismo nel senso più ampio del termine (in senso morale, appunto), al di sopra delle correnti e delle parti. A emergere è la vicenda profonda della sinistra italiana ed europea, i tanti filoni di pensiero e di azione sociale che l’animavano nell’800 e nei decenni a cavallo del 1900, rendendola un universo plurale. La vitalità di quel primo socialismo e la sua ricchezza consistevano nella diversità delle scuole (come tante volte ha rilevato Pino Ferraris). A partire dagli ultimi decenni dell’800, Costa rappresenta un punto di riferimento per le associazioni popolari di tutta Italia: dalla Sicilia alle regioni settentrionali. Anche per questa via passa il consolidamento della recente unità nazionale. Si è spesso insistito su una estraneità del mondo socialista rispetto alle istituzioni dello Stato liberale, ma di fatto il prezioso patrimonio di solidarietà e di educazione civile sedimentatosi grazie all’opera di sindacati, cooperative e comuni rossi contribuì al consolidamento della giovane comunità nazionale. Mi riferisco ai molti aspetti del personalismo associativo, all’incontro tra spirito d’associazione e iniziativa economica, alle tante forme della così detta “economia sociale” o “economia popolare”: dal mutuo soccorso, alla cooperazione, alle casse rurali (fenomeni che interessavano non solo il versante laico e socialista, ma anche quello cattolico). Ci viene restituita una immagine della società civile come luogo della solidarietà: era centrale il rapporto tra autonomia e solidarietà. Come ha scritto Nadia Urbinati (proprio su “Una città”), associarsi per uno scopo condiviso e scelto autonomamente è l’essenza della democrazia. Il problema è che, nel corso del 900, in società sempre più rigidamente strutturate, si è spesso smarrito il nesso tra il momento dell’associazione e quello dell’organizzazione: il secondo ha finito per prevalere, soffocando irrimediabilmente il primo. Dal partito-associazione si è passati al partito-organizzazione. Attingere alle origini del socialismo (e mi riferisco, in particolare, al socialismo anarchico) significa anche ridimensionare la polarizzazione tra collettivismo e individualismo. Una antinomia tra due astrazioni -come mi spiegava Pino Ferraris- che è stata fortemente alimentata nel XX secolo dalla sfida tra comunismo e capitalismo e che ha finito, però, per far dimenticare come nell’esperienza vitale non possa esistere società senza individui, così come non esistono individui senza società.
Non vorrei far passare l’idea troppo semplificata di un XX secolo come periodo di chiusura, rispetto a idee fertili elaborate nel secolo precedente. Non corrisponderebbe al vero; ma certo se ci interroghiamo sul modello decentrato del socialismo di fine ’800 e di inizio ’900, su un riformismo municipale dai tanti centri diffusi nella società, non possiamo non ricordare che, storicamente, la sua crisi è segnata, a livello europeo, dall’avvento dei fascismi, dalla crescita degli apparati statali, dall’affermarsi anche a sinistra di una idea tecnocratica e centralistica (spesso autoritaria) nella gestione della politica e dell’economia. Naturalmente, in tutto questo, giocò un ruolo fondamentale anche la crisi economica del 1929-31, per fronteggiare la quale si pensò necessario aumentare l’intervento dello Stato nella società. È il processo che ha portato, per rifarsi alle categorie filosofiche di Aldo Capitini, “all’assoluto dello Stato” (che si afferma proprio negli anni ’20 e ’30 del ’900), al quale si è poi aggiunto, nel secondo dopoguerra, “l’assoluto del benessere”: il consumismo e la frenesia dei consumi (come ricorda spesso Goffredo Fofi). Sono questi assoluti che hanno cancellato l’esperienza del primo socialismo italiano ed europeo, del socialismo decentrato e libertario che attraversa praticamente tutta la vita e l’azione di Costa.
Tuttavia, dicevi che Costa ha ancora un interesse per l’oggi…
Bisogna ricominciare a pensare in termini di un nuovo inizio, credo proprio di sì, ma senza radici e senza tradizioni politiche che costituiscano una ispirazione e un punto di riferimento ideale ho l’impressione che non si vada da nessuna parte. Con riferimento all’attualità: è cosa vana ripetere di essere «riformisti», se poi il termine si rivela svuotato, incapace di agganciarsi a una tradizione di cultura politica, a una storia, o forse sarebbe meglio dire a più storie. Per parlare di Andrea Costa, comunque, conviene partire da alcuni riferimenti cronologici. Dunque, andiamo con ordine. Nel 1864, a Londra, nasce l’Associazione internazionale dei lavoratori, la Prima Internazionale, e fra i fondatori, accanto a Marx ed Engels, ci sono i mazziniani, ci sono gli anarchici mutualisti di Proudhon e altre correnti della sinistra europea. In virtù di questa pluralità lo statuto dell’Internazionale ha un carattere abbastanza vago e l’unico punto chiaramente fissato riguarda il mutuo appoggio e la comunicazione tra le società operaie europee, il tutto in vista dell’emancipazione dei lavoratori e della riforma generale della società, a sua volta posta nella generica prospettiva di una “nuova umanità”. Nello stesso 1864, Michail Bakunin -nobile russo passato all’attività antizarista e democratica- arriva in Italia seguendo l’eco delle imprese garibaldine, una eco arrivata perfino in Siberia, da dove Bakunin era fuggito dopo alcuni anni di prigionia. Dapprima Bakunin si stabilisce a Firenze, poi va a Napoli ed è lì che cominciano a nascere le “Fratellanze”, cioè le sezioni della “Alleanza internazionale della democrazia socialista”, l’organizzazione che Bakunin sta costituendo e che presto confluirà nella Prima Internazionale. Il rivoluzionario russo trova seguito soprattutto fra gli elementi della sinistra repubblicana, da cui infatti vengono Alberto Mario, a Firenze, e Saverio Friscia, Carlo Gambuzzi, Giuseppe Fanelli (che sarà poi l’iniziatore del movimento anarchico in Spagna) a Napoli. Le “Fratellanze” bakuniniste sono, di fatto, le prime cellule del socialismo in Italia, ma solo all’inizio degli anni ’70 si afferma la prima, vera e propria, generazione di anarchici italiani. Una generazione memorabile, nata intorno al 1850: tra di loro, Carlo Cafiero, nato nel 1846 in Puglia ma da una famiglia originaria di Meta di Sorrento, il campano Errico Malatesta (1853) e il romagnolo Andrea Costa (1851). Nel giugno 1872, a Rimini, si tiene il congresso della Federazione italiana dell’Internazionale, ed è proprio qui che viene fissato l’indirizzo libertario del primo socialismo italiano, influenzato da Bakunin e dai suoi seguaci: Costa, Cafiero e Malatesta. Nello stesso 1872, però, si arriva anche a una serie di scontri interni all’Associazione internazionale dei lavoratori che porterà alla sua spaccatura. Dapprima, il Consiglio generale dell’Internazionale, guidato da Marx, espelle Bakunin con l’accusa di manovre scissionistiche, per tutta risposta a Saint-Imier, in Svizzera, nasce il movimento anarchico internazionale, al quale aderiscono le federazioni italiana, francese, belga, spagnola, russa. Il movimento socialista italiano, alla sua nascita, ha quindi un indirizzo libertario, anarchico, e fortemente insurrezionalista ed è anche in virtù di questa impostazione che, già nel 1874, comincia la stagione dei tentativi insurrezionali, cioè della “propaganda col fatto”. Il primo di questi tentativi è a Bologna -Costa è tra gli organizzatori e anche Bakunin partecipa, nonostante sia ormai anziano- ma abortisce perché le forze dell’ordine smantellano l’organizzazione prima dell’inizio dei moti. Bakunin riesce a fuggire, mentre Costa viene incarcerato e si farà due anni di prigione, prima di essere assolto nel processo del ’76. Viene assolto anche perché quell’anno cambia decisamente il quadro politico italiano che, col primo governo Depretis, vede la sinistra liberale subentrare alla destra storica, che aveva governato fino ad allora. È da ricordare che a quel processo testimoniò, in difesa di Costa, anche Carducci, di cui Costa seguiva le lezioni e del quale si era guadagnato la stima. Costa frequentò l’Università a Bologna, dove conobbe bene anche Giovanni Pascoli, ma, non avendo i soldi per un’iscrizione effettiva, seguì l’Università da uditore, per cui non prese mai la laurea. Aveva comunque un’ottima cultura, era un poliglotta e un oratore di talento straordinario. Era di corporatura esile (invecchiando poi ingrassò), non era molto alto e portava degli occhiali tondi, da miope. Sembrava un chierichetto, però aveva un’eloquenza straordinaria e sono molte le testimonianze che sottolineano come i suoi discorsi fossero in grado, oltreché di svolgere concetti importanti, di emozionare moltissimo chi lo ascoltava.
Tornando ai tentativi insurrezionali degli anarchici…
Il secondo tentativo insurrezionale è nel 1877, quando un gruppo guidato da Cafiero, Malatesta e Pietro Ceccarelli, un romagnolo, prova a far insorgere i paesi dei monti del Matese, vicino a Benevento. Dopo pochi giorni, però, questo piccolo gruppo viene accerchiato dalle truppe regie, costretto alla resa e incarcerato (ed è proprio durante la detenzione che Cafiero scriverà il famoso Compendio del Capitale di Marx). Il nuovo fallimento segna la crisi definitiva del metodo insurrezionale, già palesatasi nel ’74. Nel frattempo, a Milano, aveva cominciato a uscire la seconda serie de “La plebe”, una rivista importantissima diretta da Osvaldo Gnocchi Viani e Enrico Bignami. “La plebe” è un crocevia di tutte le scuole socialistiche italiane ed europee ed è il luogo da cui arrivano in Italia tanti influssi dall’Europa, dai movimenti francese, belga, tedesco. Non è quindi un caso che Costa, nel luglio del 1879, mentre è in carcere in Francia, pubblichi proprio in essa la famosa Lettera ai miei amici di Romagna, che preannuncia la svolta, politica e teorica, che lo porta, dal socialismo anarchico e insurrezionalista, a un socialismo riformatore e gradualista. Questa svolta di Costa è stata a lungo vista solo nei termini relativi alla diatriba ideologica, ma io credo che, per capirla veramente, occorra allargare lo sguardo ai mutamenti politici e istituzionali che avvengono in quel periodo in Italia e in Europa. La strategia insurrezionale dell’anarchismo, infatti, poteva essere comprensibile e collocarsi con coerenza in una situazione in cui, ad esempio, votava l’1% della popolazione e l’élite di governo era completamente chiusa a prospettive di un allargamento democratico. La situazione, però, comincia a cambiare nel 1876, quando appunto la sinistra storica va al potere e si comincia a parlare di educazione elementare obbligatoria, di allargamento del suffragio, di riduzione delle misure di polizia contro i sovversivi. Anche in Europa le cose si muovono. Il movimento socialista belga, che era una delle componenti più forti dell’Internazionale anarchica, sul finire degli anni ’70, pur rimanendo di impostazione libertaria, passa nel campo del socialismo gradualista, mentre il Partito operaio francese, all’inizio degli anni ’80, si dichiara favorevole alla partecipazione alle elezioni e si dà un programma amministrativo. In quegli anni Costa gira l’Europa e comprende l’importanza della conquista di alcune libertà fondamentali. La svolta di Costa, però, non è propriamente una svolta dall’anarchismo alla socialdemocrazia, ma è un passaggio dalla prospettiva dell’anarchismo insurrezionalista a un socialismo ancora molto vicino all’idea della rivoluzione libertaria, ma che si apre via via alle esigenze del gradualismo e della lotta parlamentare. Nel 1880, Costa è di nuovo in Italia (sono gli anni del sodalizio politico e sentimentale con Anna Kuliscioff) e fonda a Rimini -guarda caso- il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, che secondo me è il partito più straordinario che sia mai esistito in Italia. Questo non solo perché rappresenta un tornante nella storia del primo movimento socialista italiano, ma soprattutto perché era un partito aperto, libertario, semi-anarchico, con una grande vocazione all’internazionalismo e, nello stesso tempo, con un forte insediamento regionale in Romagna, in Emilia, nel nord delle Marche. Le caratteristiche programmatiche del partito hanno il loro fulcro nell’idea di associazione, cioè nell’idea di applicare il personalismo associativo a tutte le esigenze della vita. Da questa idea deriva un’impostazione politica federalista incentrata sui comuni, che ci si propone di conquistare anche grazie al terzo elemento di rilievo del suo programma, cioè l’alleanza con i democratici e con i radicali. Da tutto questo deriva la visione federale ed eclettica che Costa ha del partito politico, una visione che verrà confermata anche dalle perplessità con le quali egli accolse la nascita del Partito socialista italiano, nel 1892. Sotto l’impulso di Filippo Turati, il PSI nasceva, infatti, con una sua dottrina, che era il marxismo, e con una sua apparente omogeneità, rompendo da una parte con gli anarchici e dall’altra con la democrazia radicale. Al contrario, Costa avrebbe voluto evitare lacerazioni che potessero indebolire il movimento di emancipazione popolare. La famiglia socialista, pur rissosa, doveva rimanere unita, perché l’unità -secondo le parole del leader socialista imolese- «non sta solo nell’uniformità». Costa pensava a una visione federale della sinistra, a un grande partito capace di tener conto delle diversità regionali e di ogni gradazione del socialismo. La componente parlamentare avrebbe potuto operare all’interno delle istituzioni, mentre quella libertaria e di base avrebbe garantito un contatto costante con la «questione sociale». In definitiva, era proprio nella diversità e nel pluralismo che Costa vedeva una garanzia di coerenza ed efficacia per il socialismo italiano. Senza voler azzardare paragoni impropri con l’attualità, mi sembra comunque da rilevare come sia all’ordine del giorno il tema della forma partito-federale. I temi all’attenzione del dibattito pubblico sono il radicamento sul territorio, la volontà di combattere la verticalizzazione e la concentrazione del potere politico, le tendenze populiste, anche se non vanno sottovalutati i rischi legati al potere personale dei leader locali (capi e capetti). Ma quello che mi sta più a cuore sottolineare, di fronte alle miserie culturali che vive oggi l’Italia, è la lezione di laicità che Costa riesce ancora a impartire. L’essere laico significa coltivare l’apertura al dialogo. La strada difficile del dialogo rappresenta, insomma, la cifra del vero laico.
La pluralità delle impostazioni socialiste per lui aveva una funzione critica, che avrebbe permesso al movimento di correggersi dall’interno…
Costa era presente a Genova, nel 1892, quando venne fondato il Partito socialista, ma la situazione del congresso, molto caotica, lo lasciò male, soprattutto a causa degli scontri tra socialisti e anarchici: un dialogo troncato. Per questo non aderì al nuovo partito e tornò a Imola profondamente deluso, anche se poi, nel ’93, i socialisti romagnoli aderiranno al Partito socialista italiano proprio su invito di Costa. Nel partito che aveva in mente la forma federale avrebbe permesso che, all’interno di esso, trovassero cittadinanza tutte le correnti del socialismo e tutte le declinazioni regionali del movimento di emancipazione. Era ben consapevole dell’infinita varietà territoriale e culturale della penisola.
Era la fiducia in un’organizzazione politico-sociale imperniata sulle autonomie locali?
Sì. Al di là del fatto che all’inizio degli anni 90 si potesse effettivamente fare un partito federale e ragionare con gli anarchici, quel che risulta interessante è la complessità di Costa, i problemi che voleva far emergere, anche perché, tante volte, le visioni problematiche e contraddittorie sono più interessanti di quelle monolitiche. Carlo Rosselli, nel 1932, in esilio a Parigi, dedica un saggio bellissimo a Filippo Turati, morto quell’anno. Rosselli conosceva benissimo Turati, gli era molto affezionato, ma in questo saggio gli muove una critica proprio relativa alla svolta del 1892. Rosselli non cita Costa -può darsi che non fosse neanche a conoscenza delle perplessità di Costa sull’operato di Turati- e scrive che Turati aveva ragioni da vendere quando dichiarava incompatibile il socialismo con la concezione dell’anarchismo individualista, o dell’anarchismo inteso in senso volgare, ma, dall’altra parte, sempre secondo Rosselli, Turati aveva sottovalutato l’apporto di una corrente dell’anarchismo, la comunista-anarchica (quella di Malatesta), che col socialismo non era in antitesi necessaria e anzi, almeno in pratica, poteva servire a correggerne l’eccessiva e pericolosa fiducia accordata all’azione dello Stato. “La migliore riprova di quanto diciamo -continuava Rosselli- si trova nel fatto che oggi i socialisti sono assai più vicini ad anarchici come il Malatesta o il Fabbri, che non ai vecchi compagni rivoluzionari passati al comunismo dittatoriale”. Come si vede, a trent’anni di distanza ritornavano le stesse questioni, e ritornavano in un’Europa che era completamente cambiata…
La visione di partito osteggiata da Costa, quella che si specchia nello Stato, che è uno Stato nello Stato, è la visione della socialdemocrazia tedesca, ma in Belgio, ad esempio, il partito socialista era ben diverso…
Come accennavo prima, il movimento socialista belga e il suo leader, César De Paepe, furono fondamentali per la riflessione di Costa. Nel 1877, a Gand, si tenne un Congresso universale socialista, promosso dai socialisti fiamminghi di De Paepe e fu lì che le potenti organizzazioni socialiste belghe, che fino ad allora erano state nell’Internazionale libertaria, passarono in un’ottica di socialismo gradualista. A quel congresso era presente anche Costa, allora ancora su posizioni anarchiche insurrezionaliste, ma quel congresso, e le posizioni di De Paepe, lo colpirono tanto che, nella lettera “Agli amici di Romagna”, cita proprio il congresso di Gand come esempio. In quel congresso, De Paepe sviluppò l’idea di una sinistra federale, cioè di una sinistra aperta alle riforme e alla lotta gradualista all’interno delle istituzioni, ma che non rinunciava a una prospettiva di trasformazione in senso libertario.
Facciamo un passo indietro: la Lettera ai miei amici di Romagna provocò un feroce dibattito, in particolare con gli anarchici, ma mise anche in luce che non erano pochi quelli che, come il gruppo che faceva capo al giornale “La rivendicazione” di Forlì, erano disponibili a sperimentazioni politiche pur restando chiaramente anarchici…
Di questo dibattito è indicativo l’atteggiamento di Cafiero, che nel ’79, al momento della svolta, attacca durissimamente Costa, ma poi, in una famosa lettera del 1882, gli darà ragione. Questo vuol dire che, dei tre principali esponenti del primo anarchismo italiano, Costa, Cafiero e Malatesta, all’inizio degli anni ’80 due sono d’accordo nell’accettare una forma di lotta all’interno delle istituzioni ed è solo Malatesta a rimanere contrario. Questa divergenza è indice del fatto che l’ambiente politico, che negli anni 70 aveva portato a scegliere l’insurrezionalismo, negli anni ’80 stava profondamente mutando, a cominciare da fatto che, nel 1882 c’è la riforma del suffragio politico, che non solo porta l’elettorato al 6,9%, ma soprattutto cambia il metodo con cui si seleziona l’elettorato stesso. La riforma dell’82, infatti, sancisce che, nel binomio censo-capacità (il binomio che nell’800 decideva chi votava e chi no), l’elemento della capacità diventa sempre più importante a scapito del censo, tant’è che si stabilisce che possono votare tutti quelli che hanno fatto la seconda elementare, indipendentemente dai soldi che guadagnano. L’impegno dei socialisti nell’educazione popolare -quindi le scuole serali, le biblioteche e le università popolari- va visto anche in questo senso, perché educare il popolo significa anche guadagnare potenzialmente dei nuovi elettori. Nel 1882, Costa entra in Parlamento, vincendo le elezioni nel collegio di Ravenna e divenendo il primo deputato socialista italiano. Nel movimento socialista dell’epoca, e non solo fra gli anarchici, la diffidenza verso il parlamento era molto diffusa e quando Costa si era presentato alle elezioni aveva lasciato intendere che non avrebbe mai prestato giuramento alla monarchia e che quindi, se avesse vinto, per forza di cose avrebbe dovuto rinunciare alla carica. Quando però vinse, nacque un grosso dibattito, nel quale intervenne anche Cafiero che, nella famosa lettera cui ho già accennato, sostenne che Costa doveva entrare in Parlamento per portare lì la voce dei lavoratori. Costa quindi divenne deputato, prestò giuramento di fedeltà alla monarchia (nel 1909 divenne anche presidente della Camera) e fu questo che, alla fin fine, gli anarchici non accettarono. Va comunque tenuto presente che, all’epoca, i deputati non avevano un’indennità, quindi la scelta di Costa di entrare in Parlamento fu assolutamente una scelta propriamente politica, non certo per il desiderio di benefici personali. In effetti, poi, gli interventi di Costa alla Camera dei deputati furono veramente gli interventi del portavoce del movimento di emancipazione, non si staccò mai dalla questione sociale, gli rimasero sempre ben presenti i problemi delle classi popolari. Tra il 1888 e il 1889 l’allargamento del suffragio viene portato anche nel voto amministrativo ed è proprio questo cambiamento a fare sì che, nelle amministrative dell’89, i socialisti di Costa, alleati ai repubblicani e ai democratici, riescano a vincere le elezioni amministrative a Imola, che così diventa il primo comune italiano a guida socialista. Fu un fatto epocale, anche perché, oggi, Imola può apparire un centro periferico, ma all’epoca non lo era per niente, aveva oltre 30.000 abitanti ed era uno dei fulcri, come Reggio Emilia, del movimento di emancipazione popolare in Italia, tant’è che vi si tenne il Congresso nazionale del Partito socialista italiano del 1902, così come se ne doveva tenere uno nel 1894, che venne proibito da Crispi.
Puoi parlarci dell’esperienza amministrativa di Costa?
All’indomani della vittoria dell’89, Costa assume due posti chiave: assessore alla Pubblica istruzione e vice-presidente della Congregazione di Carità. Riguardo all’assessorato alla Pubblica istruzione, Costa si dà concretamente da fare per incrementare le borse di studio e l’educazione popolare (scuole elementari, serali, domenicali). Come vice-presidente, e poi presidente, della Congregazione di Carità, invece, Costa opera per cambiare la tradizionale logica della carità verso i vinti, muovendo verso un sistema di previdenza più moderno. La Congregazione di Carità era un’istituzione del Comune che riuniva le Opere pie del circondario e aveva una importanza fondamentale per le classi popolari, perché non esisteva un welfare state e lo Stato liberale, fino agli inizi del ’900, si disinteressò della questione sociale, demandando tutto alla beneficenza. L’innovazione portata in questo campo dall’amministrazione popolare di Imola -una innovazione che poi l’ha resa un esempio per tante altre amministrazioni dell’epoca- consiste in una gestione legata al riconoscimento dei problemi sociali. Ad esempio, il Comune di Imola interveniva direttamente per alleviare la condizione dei lavoratori costretti a emigrare in cerca di lavoro; finanziava le “cucine economiche” (cioè mense pubbliche, a basso prezzo, o addirittura gratuite, per i meno abbienti) e i dormitori pubblici. Cominciava ad articolarsi un welfare locale, che comprendeva anche la costruzione di abitazioni popolari, le “case operaie”. Un’altra questione particolarmente interessante è poi quella delle municipalizzazioni. A partire dagli ultimi anni dell’800, non solo a Imola ma in tutta Italia (soprattutto, però, nella parte centro-settentrionale del Paese), le amministrazioni locali cominciarono a orientarsi verso la municipalizzazione dei servizi di fornitura di acqua, gas ed energia elettrica. Inizialmente si trattò di un fenomeno locale spontaneo, che vide all’avanguardia le amministrazioni socialiste, poi venne regolato dalla Legge Giolitti del 1903. Alla base di questo movimento c’era la consapevolezza che i crescenti bisogni dei centri urbani e delle classi popolari non potevano più essere fronteggiati da una gestione privata dei servizi, i quali invece potevano essere presi in carico dalle amministrazioni locali consentendo così sia dei prezzi migliori per gli utenti, sia una garanzia del servizio. Proprio la legge del 1903 prevedeva dei referendum comunali nei quali i cittadini potevano esprimere il proprio favore, o la propria contrarietà, ai provvedimenti di municipalizzazione. L’istituto del referendum locale venne abolito dal fascismo e non è stato più ripreso nell’Italia repubblicana, ma questa è stata una perdita secca, perché era veramente l’espressione di una sana democrazia dal basso. Il referendum comunale più significativo che si svolse a Imola è quello del 1908, che riguardava l’aumento delle tasse comunali. Il Comune di Imola si rivolse agli elettori e disse, grosso modo: “Nel 1906 abbiamo municipalizzato l’energia elettrica, in precedenza l’officina del gas. Questi e altri servizi comportano dei costi, quindi siamo costretti ad aumentare le tasse locali di tot: siete favorevoli o contrari?” Il risultato fu una vittoria schiacciante: 1235 elettori per il “sì”, 154 per il “no” e 37 voti nulli. Il 90% dei cittadini, quindi, si dichiararono favorevoli all’aumento delle tasse per garantire migliori servizi. E’ chiaro che referendum di questo tipo, per un’amministrazione, sono una legittimazione democratica straordinaria ed infatti questa politica proseguì e nel 1912 ci fu l’ultima municipalizzazione, quella dell’acqua. A tutto questo, poi, ci sarebbe da aggiungere il peso avuto da Costa, e dalla sua visione di un socialismo decentrato, nelle cooperative, nel mutuo soccorso, nelle casse rurali, nelle case del popolo, nelle università popolari.
Parlavi all’inizio di Costa come nostro contemporaneo…
Sono molte le riflessione sui problemi e le prospettive della nostra democrazia che ci sono suggerite da Costa. Basti pensare che il suo socialismo, il suo profilo autonomistico, sono senza dubbio da collocare all’interno della storia del pensiero federalista e dell’azione autonomistica nell’Italia unita. Come rilevava Gaetano Salvemini, il sistema federale è una scuola di auto-governo e di auto-educazione e come ricordava Norberto Bobbio l’autonomia va intesa in senso etimologico come capacità di dare norme a se stessi. Un necessario richiamo, insomma, alla questione della responsabilità e dei doveri, che si pone controcorrente rispetto all’isolamento dell’ognuno pensi per sé. (In vista del 150° dell’unità d’Italia, sono stati opportunamente ristampati I Doveri dell’Uomo di Giuseppe Mazzini). Chi si impegnava, come Costa, per la trasformazione sociale e intendeva l’utopia come una aspirazione ideale e morale al miglioramento e alla completa dedizione di sé, anteponeva i doveri ai diritti (o, per lo meno, teneva ben presente accanto ai diritti anche i doveri). L’esigenza mi sembra sia, oggi, quella di ricongiungere la questione morale alla tradizione socialista, un nesso che ha caratterizzato per lungo tempo il cosiddetto “modello emiliano” e che affonda le sue radici proprio nell’eredità dei Costa, dei Prampolini e dei Massarenti. Parlo di modello emiliano con riferimento a una cultura e una educazione politica, a virtù civiche e capacità organizzative, a una attenzione ai problemi di tutti… ma magari su questo punto torniamo più tardi. Un altro aspetto mi sembra da mettere in rilievo, ora, ed è la fiducia di Andrea Costa nel valore dell’agitazione pubblica e della critica sociale. Costa scopre l’importanza dell’opinione pubblica, di una opinione pubblica che in quegli anni va allargandosi, grazie all’ampliamento del suffragio. E qui entra in gioco la sua grande capacità di emozionare chi lo ascoltava. A questo proposito, in molti hanno citato le memorie di Anselmo Marabini pubblicate nel 1949, e in effetti vale la pena rileggerne almeno un brano: «I discorsi di Andrea Costa da me ascoltati nella mia adolescenza non solo mi entusiasmavano per la loro eloquenza e per la loro passione, ma le cose che egli diceva, l’eccitamento alla lotta per la conquista di una migliore organizzazione sociale mi colpivano e mi conducevano ad esaminare le miserie intorno alle quali vivevo nelle squallide campagne di allora, e pian piano cresceva nella mia coscienza una profonda simpatia verso quella santa lotta di emancipazione umana». È appena il caso di ricordare il nesso tra emozione e partecipazione, ma anche tra emozione e cultura (l’interesse per un tema o un soggetto parte solitamente da una emozione).
Accennavi una riflessione sulla storia del socialismo dalle radici ottocentesche (quelle di Costa e di altri) fino ad arrivare al modello emiliano…
Recentemente, Luciano Cafagna ha ricordato come uno degli elementi di originalità del Partito comunista italiano, guidato da Palmiro Togliatti, sia stata l’abilità di assumere e far propria, nel secondo dopoguerra, la tradizione del socialismo emiliano. Uno “scippo” (come lo definisce argutamente Cafagna) che il PSI non riuscì mai a recuperare, né con Nenni, né con Craxi. Questo passaggio nella storia della cultura politica della sinistra, che si consuma tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, mi sembra un passaggio chiave. Un altro passaggio cruciale arriva 30-40 anni più tardi con la crisi dei partiti della sinistra e delle loro ideologie (manifestatasi fin dagli anni ’80) e con la fine delle stesse formazioni politiche della “Prima repubblica”. Oggi, in genere, delle tradizioni del socialismo non si parla più. E il riformismo della sinistra appare una parola svuotata di senso, proprio per l’assenza di una connessione convincente con una storia politica. Nel campo ex socialista (ex PSI), mi sembra rimanga il nodo di Craxi: ho visto il tentativo di costruire una genealogia politica che va da Turati a Craxi senza soluzione di continuità, passando per Pertini e per Nenni, ma è evidente come la cosa non stia in piedi, per lo meno per quanto riguarda la questione morale. Nel campo ex-comunista, si preferiscono i riferimenti alla democrazia americana, nella persona di Obama (si pensi a Veltroni, ad esempio), oppure a una socialdemocrazia europea che appare però quasi un’entità indistinta, senza articolazione, senza prospettiva storica (si pensi a D’Alema e alla sua Fondazione). Nel modello socialdemocratico, così come si è delineato in Europa a partire dagli anni tra le due guerre mondiali, è ingombrante la presenza dello Stato, del centralismo e del dirigismo, e sono convinto abbia ragione Michele Salvati quando afferma che è un modello che ha esaurito la sua vitalità. Ecco allora che credo si imponga un nuovo inizio e penso che molti spunti di interesse possa fornire il primo socialismo italiano ed europeo: mi riferisco alla molteplicità delle scuole che lo caratterizzavano, al suo profilo autonomista e federalista, alla fantasia istituzionale che esprimeva.

(a cura di Franco Melandri e Gianni Saporetti)

Questa voce è stata pubblicata in approfondimenti. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.