Piazza Belgioioso

La “guardia d’onore” di Mussolini in piazza Belgioioso*

In occasione delle elezioni politiche del 16 novembre 1919, il Comitato Centrale dei Fasci decise, dopo il fallimento delle trattative con la sinistra interventista, di presentare una lista propria nella circoscrizione di Milano. «Come a Fiume, così a Milano. Blocco fascista anticagoiesco delle “Teste di ferro”»: nel nome di D’Annunzio e dei suo legionari, dunque, i Fasci si mobilitarono per la loro prima performance elettorale, pianificata per il 10 novembre.

Mussolini in persona impose – in contrasto con pareri più prudenti che suggerivano, per motivi di sicurezza, di tenere il comizio d’apertura al Teatro Dal Verme – una manifestazione all’aperto: il luogo prescelto fu piazza Belgioioso, uno dei luoghi più eleganti della Milano neoclassica.

Quella manifestazione en plen air aveva, per tutte le forze dell’interventismo, un forte valore dimostrativo: «Col comizio di Piazza Belgioioso – sintetizza Elio Santarelli – si tentò di rompere il cerchio che il partito socialista aveva messo a tutte le forze legate ai motivi interventistici». Per questo motivo, uno dei primi nodi organizzativi che i fascisti dovettero risolvere fu quello della costituzione di “squadre di difesa” da impiegare nelle loro manifestazioni elettorali. Della loro costituzione venne incaricato il ravennate Ferruccio Vecchi, leader carismatico dell’arditismo milanese che, il 15 aprile dello stesso anno, aveva guidato i suoi uomini in un raid culminato nella devastazione della sede milanese dell’Avanti!. Nonostante l’impegno dello “sfasciatore dell’Avanti”, i risultati furono in un primo tempo deludenti, perché quasi tutti gli arditi, i futuristi o gli ex volontari di guerra militarmente validi erano partiti per Fiume: la situazione sembrava volgere al peggio, finché, sollecitato da Mussolini in persona, il “Comandante” D’Annunzio inviò da Fiume, a titolo di “prestito”, una sessantina di arditi, che andranno a costituire l’ossatura del servizio d’ordine del blocco fascista.

Anche la Romagna venne coinvolta nell’opera di reclutamento, che Mussolini affida all’amico Carlo Bazzi, animatore della fugace stagione “diciannovista” e filodannunziana del Pri. L’uomo politico e sindacalista repubblicano ha pochissimo tempo a disposizione e convoca, di notte come in una scena di congiura di un’opera verdiana, un pugno di uomini fidati. «Nel novembre 1919 – rievocherà Bazzi qualche anno più tardi – c’era una situazione che per molti di noi aveva un significato: quello della lotta elettorale di Milano in cui era vincolato Mussolini… Una notte io convocai a Bologna Eugenio Pasini e Flavio Pilla da Ravenna e Tonino Spazzoli e Mario Santarelli da Forlì: all’indomani partivano dalla Romagna manipoli di giovani repubblicani armati, perché era inteso che l’impresa poteva essere disperata».

Sembra che Mussolini contasse molto sui suoi giovani conterranei, fino al punto, stando ad una testimonianza di Pilla, di arrivare a prendere in considerazione di impiegare i suoi “manipoli” per scopi più vasti rispetto al semplice servizio d’ordine; addirittura, un piano insurrezionale con tanto di colpo di mano alla Prefettura di Milano.

Anche il fascista Francesco Giunta, in seguito a un suo viaggio in Romagna, conferma che «due fidati compagni mi hanno mostrato una lettera di Carlo Bazzi in cui si chiede a tutte le città e i paesi della Romagna di inviare a Milano, per il giorno 8 una squadra di dieci uomini armati, perché potrebbero avvenire in questi giorni cose tali da dover tenere la città per 24 o 48 ore per dare tempo a D’Annunzio di intervenire col grosso».

Tuttavia, né Mussolini, né D’Annunzio dimostrarono di voler dare concretamente seguito a queste nebulose trame insurrezionali: nondimeno, al termine delle operazioni di reclutamento, attorno al palco di Piazza Belgioioso si raccolse una forza armata ragguardevole, valutabile fra i cento e i centocinquanta uomini.

Per la serata del 10 novembre, Vecchi affida le squadre al suo braccio destro, il forlivese Edmondo Mazzucato, candidato nelle liste fasciste (in cui apparivano anche personalità del calibro di Marinetti o del celebre direttore d’orchestra Arturo Toscanini). Pochi minuti prima dell’inizio della manifestazione a Mazzucato, che ricordò questo episodio nelle sue memorie «Da anarchico a sansepolcrista», giungono voci ed accenti famigliari: «un gruppo rumoroso di Arditi si apre il varco attraverso il cordone di Via San Paolo: sono Eugenio Pasini di Ravenna e gli arditi di Forlì Colonnelli Antenore, Tonino Spazzoli, Santarelli Mario, Lolli Aurelio, Papi Aurelio, Miserocchi Mario, Giacometti Bruno e Babini Aurelio, capitati improvvisamente dalla Romagna a prestar man forte. Quando c’è odor di polvere i romagnoli non mancan mai».

Al giungere dei “ritardatari” romagnoli, la piazza è già piena di cordoni di arditi in uniforme, molti dei quali, addirittura, con moschetti a tracolla e tascapani pieni di bombe a mano. L’ex “fiamma nera” Mario Miserocchi, in un una memoria scritta quasi cinquant’anni dopo quegli eventi, rammenta il suo disagio di fronte a quelle schiere in assetto di guerra: «Pur avendo appartenuto (per volontaria e responsabile scelta) a quei reparti arditi addestrati particolarmente alle operazioni d’assalto, non mi colpì favorevolmente la presenza in Piazza Belgioioso di formazioni di Arditi perfettamente armati (che D’Annunzio aveva inviato da Fiume): convinto che questi Reparti Fiamme Nere che pur avendo dato in mille rischiosissimi assalti (che la guerra, pur troppo, esigeva) validissimo contributo alla Vittoria, non dovessero sussistere in pace, né tanto meno essere presenti come forza determinante e di parte nelle competizioni civili».

Sul lato della piazza su cui si affaccia la “casa rossa” di Alessandro Manzoni viene parcheggiato il palco elettorale, uno di quegli autocarri scoperti che nel ‘18 avevano trasportato gli arditi sul Piave e che, di lì a qualche anno, diverranno i protagonisti delle spedizioni squadriste nella pianura padana. «La folla cresce. Torce. Sul camion bandiera di Fiume bandiera futurista e bandiera nera» annota Marinetti, uno degli oratori della serata.

Su invito di Mussolini, i romagnoli prenderanno posto attorno al camion degli oratori. Li guidava Mario Santarelli che, in un articolo scritto quattro anni più tardi su «Il nuovo paese» di Carlo Bazzi, pur avendo ormai maturato nettamente la sua opposizione al fascismo, rievocherà quella kermesse con grande partecipazione emotiva: «Mussolini romagnolo serba per i figli della terra il posto di prima linea. “Voglio i miei romagnoli intorno a me come guardia d’onore e come pattuglia della morte” dice Mussolini guardando coi suoi occhi di fuoco negli occhi del…capo banda.

Piazza Belgioioso è nell’oscurità della notte, qualcosa di fantastico e si sentono canti di guerra e di vittoria. Razzi luminosi illuminano di luce viva la piazza buia. Vedette sono appostate nei luoghi prestabiliti. C’è in tutti una volontà ferrea. Ma ecco che arriva Mussolini. I romagnoli lo attorniano.

Sale su di un camion. Improvvisamente si ode uno squillo di tromba. Silenzio assoluto. Parla Ferruccio Vecchi a scatti, Baseggio scandendo le parole, Marinetti, e poi Mussolini tagliente e poderoso. Poi il contraddittorio. Sicuro, proprio il contraddittorio. Ora che il fascismo è diventato poderoso non è più possibile contraddirlo. E’ un modesto operaio socialista che parla. Ha del coraggio e certamente della fede. Qualche interruzione, ma l’energico intervento di Mussolini rimette la calma nei più vivaci. Infine Mussolini chiude il primo comizio fascista inneggiando ad un’ Italia migliore, ad un regime di popolo. Da per tutto alalà poderosi a Mazzini a D’Annunzio a Mussolini a Fiume italiana. Si forma un corteo; in testa Mussolini stretto fra i suoi romagnoli. Si corre per le vie di Milano gridando: “Viva l’Italia” “Viva Mazzini”. Nessun socialista osa farsi vedere».

La rievocazione di Santarelli illumina diversi degli elementi motivazionali del gruppo degli “arditi” romagnoli. Fra i quali spiccano senz’altro i riferimenti alla “grande illusione” della tendenzialità repubblicana del primo Mussolini, tendenzialità che però, più che costituire il movente unico del sostegno dei romagnoli alla lotta elettorale dei Fasci, ne rappresenta una sorta di pre-requisito. E’ chiaro che nessuno di quegli uomini cresciuti politicamente nell’area dell’interventismo “sovversivo” avrebbe mai appoggiato un candidato o una lista destrorsa o, addirittura, monarchica. Tuttavia, limitare alla sola questione istituzionale la spinta della partecipazione dei romagnoli al primo comizio di Mussolini, rischia di creare un limite alla comprensione dell’episodio. C’è, certo, anche una certa retorica localista, nella sua declinazione più guascona e rumorosa; ma c’è soprattutto un legame, ben più forte di qualsiasi regionalismo, con lo stesso Mussolini. Qualcuno di quei giovani è legato al direttore del «Popolo d’Italia» da un vissuto condiviso (come il veterano del gruppo Aurelio Lolli, che era stato incarcerato nel 1911 insieme a Mussolini per le manifestazioni socialiste e repubblicane contro la guerra di Libia): ma tutti, indipendentemente dalla consuetudine con il conterraneo, vedono in lui l’uomo che più di ogni altro ha “sentito” e vissuto i loro umori. Mussolini non è solo il politico che ha appena fondato un movimento con un programma patriottico, antisocialista, antiborghese, anticlericale e di tendenza mazziniana: è soprattutto «il grande artefice della vittoria delle armi», per citare lo stesso Mario Santarelli. Una percezione profonda che affonda le sue radici, oltre che nell’esperienza fondativa di “interventisti intervenuti”, nello status generazionale di quei ventenni repubblicani. Certo, quei giovani condividono ancora con padri e fratelli maggiori il culto della Repubblica sociale mazziniana e del volontarismo garibaldino: ma, dopo aver superato il terribile rito di passaggio delle «Tempeste d’acciaio», hanno anche coltivato inediti e tenacissimi vincoli comunitari, cristallizzati nelle “idee senza parole” di quell’uomo che più di ogni altro aveva saputo suscitare i sentimenti delle giovani generazioni che avevano fatto la guerra.

Poi, non meno importante, c’è D’Annunzio e la sua impresa fiumana. Mussolini (che nel giro di un anno, all’aumentare dell’isolamento politico del “Comandante”, lo scaricherà senza grandi rimpianti) in quei mesi del 1919 si stava accreditando come il più energico paladino della causa di Fiume. In questo senso, può essere interessante notare come i romagnoli convocati da Bazzi abbiano tutti un curriculum filo-fiumano di tutto rispetto: l’ex capitano degli arditi Pasini è membro del Comitato Pro-Fiume di Ravenna, Pilla dirige La Libertà, il settimanale repubblicano ravennate che sta conducendo un’accesissima campagna antirinunciataria e Santarelli si è già messo in luce come collettore di fondi “a disposizione del Comandante”: quanto a Spazzoli, da focoso uomo d’azione qual è, di lì a poco non rinuncerà ad accompagnare a Fiume alcuni suoi concittadini. Per loro e per molti dei loro compagni, il vento della “riscossa nazionale”, più ancora che dalla Romagna o da Milano, spira dal Carnaro: è a Fiume che si rinnova la “gesta garibaldina” e che si prepara l’unica, autentica rivoluzione italiana. Una rivoluzione destinata a travolgere, insieme col governo “antinazionale” di Cagoia-Nitti, la detestata monarchia.

* Il presente lavoro costituisce l’adattamento dell’articolo I volontari romagnoli a piazza Belgioioso, in «La piê», n. 5, settembre-ottobre 2006, pp. 212-215.

(di Paolo Cavassini)

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