L’arditismo di Tonino Spazzoli


(di Paolo Cavassini)

Come noto, il “ragazzo del ‘99” Tonino Spazzoli combatté nel corpo degli Arditi, guadagnandosi – a seguito dei combattimenti che videro il IX° reparto d’assalto conquistare il monte Asolone – una medaglia di bronzo di cui, peraltro, non amava far mostra. «Solo al Nastro Azzurro – scrisse nel 1936 nella missiva con cui si dimetteva da tutte le associazioni d’arma di cui era membro – non ho voluto mai appartenere, benché decorato di medaglia di bronzo al V., considerando l’appartenenza una semplice esibizione». Alla luce anche di queste prese di posizione, per analizzare il rapporto di Spazzoli con il mondo dell’arditismo, più che soffermarsi sui requisiti della sua militanza combattentistica, può essere più proficuo isolare i moventi ideali di un impegno vissuto in prima persona nei tortuosi, e spesso velleitari, percorsi ideologici delle “fiamme nere” e nelle loro ricadute politiche. Non senza operare un distinguo preliminare: Tonino, eccezion fatta per episodi isolati (come la sua presenza nel gruppo degli ex combattenti romagnoli che formarono la “guardia d’onore” al comizio di Mussolini in piazza Belgioioso a Milano, il 10 aprile del 1919) coltivò la propria appartenenza al mondo dell’arditismo non tanto nel periodo “diciannovista”, quanto in una fase successiva, decisamente lontana dai fragori futuristeggianti e dal binomio fascismo-arditismo che caratterizzarono quegli esordi.D’altro canto, le motivazioni intime dell’impegno bellico di Spazzoli nelle “Fiamme nere”, coerentemente al carattere e alla formazione politica del forlivese, non sembrano influenzati dalle suggestioni avanguardiste e belliciste del “futurismo di guerra” teorizzato da Marinetti e Carli («Siete diventati arditi – proclama il fondatore del futurismo in un’arringa agli ufficiali degli Arditi nel 1918 – per amore della violenza, spirito novatore, spirito rivoluzionario, spirito futurista…Siete diventati arditi per amore della violenza, della guerra e del bel gesto eroico… Voi non siete soltanto i migliori fanti d’Italia. Non siete i nuovi garibaldini…Voi siete gli instancabili, i miracoli viventi di muscoli e coraggio. I divini futuristi della nuova Italia»). Semmai, per definire in assenza di fonti autobiografiche il perimetro ideale della scelta “ardita” di Spazzoli, può essere utile attingere – piuttosto che ai roboanti manifesti dell’ardito-futurismo – a quelle fonti, in primis lettere e memoriali, che ci aiutano a individuare una spinta motivazionale “di gruppo”, quello dei volontari repubblicani romagnoli che scelsero di combattere nelle truppe d’assalto.
A emergere da questa ricognizione è un’autorappresentazione giocata in una chiave esclusivamente patriottica e post-risorgimentale: la scelta di entrare nel corpo (volontario) degli arditi è considerata, a un tempo, “moltiplicatrice” di patriottismo (in linea con l‘esigenza interiore, condivisa da quei giovani, di un riscatto dalla disfatta di Caporetto) e aggiornamento della tradizione garibaldina, sullo sfondo di una guerra vista come non già come «sola igiene del mondo» ma come male necessario, secondo le istanze etiche, prima ancora che politiche, dell’interventismo e dell’irredentismo di matrice democratica. «Quando la Patria invasa chiedeva uomini tenaci per la necessaria riscossa – spiega l’ex ardito Mario Miserocchi in un memoriale redatto nel 1919 – volli buttarmi in petto le Fiamme Nere, a maggior titolo d’Italianità e per la gioia di dare sempre più e volontaristicamente correre agli assalti arditi per l’Italia sognata libera nei suoi naturali confini». Sempre Miserocchi aveva sottolineato sul «Pensiero Romagnolo» (23/6/18) che «anche italiani…fanno opera disgregatrice facendo credere che i volontari d’Assalto siano degli assetati di sangue. Non è invece che il garibaldinismo che rivive, e lo sanno tutti i buoni cittadini». Oppure il sergente superdecorato Mario Fantinelli, che in una sua requisitoria anticolonialista dal fronte libico preciserà che «questa non è la guerra che l’ardito fa con coscienza, perché le Fiamme Nere, hanno bisogno di combattere un nemico ben agguerrito, prepotente e che non è degno di appartenere al mondo civile, non un povero popolo che difende la sua casa» («Pensiero Romagnolo», 28/3/19).

In un tale contesto, non meraviglia più di tanto che l’impegno di Spazzoli nell’associazionismo degli ex arditi di guerra, abbia vissuto il proprio zenith fra la metà del 1921 e l’inizio del 1923, in un periodo in cui l’arditismo – archiviato il ruolo di pioniere della “riscossa nazionale” – stava maturando una propria consapevolezza politica e sociale al sole dell’utopia nazional-sindacalista coagulata nella Carta del Carnaro. In questi mesi, oltre a ricoprire la carica di Segretario della sezione forlivese dell’Associazione nazionale arditi d’Italia o ANAI (la sezione locale verrà ribattezzata definitivamente nel 1922 in “Associazione arditi e Legionari di Forlì”), Spazzoli risulta essere corrispondente dalla Romagna per «L’Ardito», storico organo dell’arditismo, nonché delegato regionale dell’ANAI per l’Emilia e la Romagna. Un impegno vissuto da protagonista, in cui, come già accennato, si intravvede la traccia dei percorsi ideologici e organizzativi intrapresi dall’arditismo a partire dalla sua “crisi” del 1921.
Nel luglio di quest’anno, infatti, il congresso dell’ANAI (cui partecipò anche, in qualità di rappresentante degli ex legionari fiumani, Alceste De Ambris, ex Capo di gabinetto di D’Annunzio e coautore “ombra” della Carta del Carnaro) aveva deliberato un ordine del giorno in cui si proclamava di «accettare quale programma per le proprie aspirazioni l’essenza spirituale delle tavole della Costituente del Carnaro e di non riconoscere altro capo ed altra autorità che non sia il Comandante Gabriele d’Annunzio». 

Contemporaneamente a questa mozione, si invitavano gli arditi che facevano parte dei Fasci di combattimento a dimettersi «per non danneggiare la disciplina dell’Associazione». L’affratellamento con la Federazione dei legionari fiumani, il rilancio dell’Associazione in chiave dannunziana (con cui anche gli ex arditi di guerra facevano propri i postulati di “rinnovamento nazionale” propagandati dai compagni fiumani) e la rottura coi Fasci, finirono per traghettare l’ANAI, ad onta della sua proclamata apoliticità, sulla sponda sinistra del combattentismo, in compagnia di repubblicani, sindacalisti-rivoluzionari e, appunto, ex legionari. E mentre gli arditi fascisti daranno luogo allo “scisma” dell’arditismo, raccogliendosi sotto l’egida della nuova FNAI (Federazione nazionale arditi d’Italia), la “vecchia” Associazione arditi, del cui Consiglio nazionale era membro attivo Tonino Spazzoli, ribadirà, poche settimane prima della marcia su Roma, che «è inutile affermare che gli Arditi seguono con viva simpatia l’anima rivoluzionaria del fascismo, mentre avversano apertamente quella reazionaria». Tuttavia, lo sganciamento dal partito fascista e la professione di fede dannunziana non basteranno da soli a rilanciare la credibilità della proposta politica dell’arditismo. Come preciserà lo stesso Spazzoli al convegno del Consiglio nazionale del 3 settembre 1922, «allorquando l’ANAI s’instraderà su un’attività fattiva, tutti gli Arditi romagnoli risponderanno come un sol uomo. Occorre, però, che questi abbiano la sensazione dell’esistenza di un organismo compatto, ben disciplinato e pronto a tutto». Questi richiami a un impegno concreto degli ex arditi nell’agone politico nazionale (in primis, attraverso la costituzione di “milizie ardite” che avrebbero potuto costituire un valido contrappeso alle squadre fasciste) non furono sufficienti ad arrestare la fine per consunzione dell’arditismo non fascista, divenuto ormai una replica del movimento legionario. Nel settembre del 1924, infatti, l’ANAI chiuse i battenti e si fuse con la Federazione dei legionari fiumani, di cui condivise percorsi e riassetti, fino al giro di vite del 1926, con lo scioglimento, operato dal governo, dell’Unione Spirituale Dannunziana, l’ultimo (e più antifascista) dei gruppi combattentistici ispirati a D’Annunzio.

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