La primavera dei popoli

Il Risorgimento a Forlì e la radice democratica
(di Mario Proli)

Nel 1848 la “primavera dei popoli” stava sbocciando in Europa a suon di moti e di rivolte, sull’onda dell’insurrezione di Vienna e attraversava la penisola italiana mettendo sotto pressione i sovrani di matrice straniera. Per cacciare  gli austriaci si era sollevata Venezia e i regnanti nei Ducati di Parma e Modena erano in fuga. Il 23 marzo di quell’anno giungeva la dichiarazione di guerra del Piemonte all’Austria, appoggiato nella decisione dallo Stato Pontificio che inviava truppe regolari. Iniziava la Prima guerra d’indipendenza. A Forlì il magma della rivoluzione ribolliva da tempo sotto una coltre d’ordine impostata dalle restaurazioni che si erano avvicendante dal Congresso di Vienna in poi. I moti insurrezionali degli anni ‘20, ’30 e ‘40, violentemente repressi dai Cardinali Legati e dalle truppe austriache intervenute in loro sostegno, non erano stati che eruzioni in superficie di quanto si stava consolidando, in termini di coscienza politica e civile, negli strati più avanzati della borghesia. Si trattava di una élite che condivideva contenuti di pensiero patriottico e che aveva trovato reti di collegamento politiche nella Carboneria (con personaggi come Piero Maroncelli, Luigi Petrucci, Scipione Casali e luoghi segreti come la “Vendita dell’Amaranto” a San Varano nel villino di campagna dei Conti Saffi),  nelle sensibilità di marca liberale e nelle trame organizzative del movimento mazziniano, in particolare nella “Giovine Italia”, che vedeva in azione uomini come Pietro Landi, Eugenio e Giovanni Romagnoli, il medico Decio Valentini e Giuseppe Miller (che concluse i suoi giorni nella sfortunata impresa dei Fratelli Bandiera). A queste relazioni si intrecciava la testimonianza dei sopravvissuti della generazione che aveva partecipato alle campagne napoleoniche, convinti di battersi per un mondo nuovo prima ancora che per motivi di potere.
Queste differenti identità patriottiche ricevettero energia dalla nomina al soglio pontificio del cardinale Mastai Ferretti, vescovo di Imola, che divenne Pio IX. Sotto la sua spinta cambiarono radicalmente gli orientamenti politici del Vaticano. Il nuovo corso venne aperto dall’amnistia pontificia del 16 luglio 1846 che determinò il rimpatrio di oltre quattrocento romagnoli, molti dei quali usciti dalle carceri. Il ritorno e la progressiva convergenza fra i due filoni, accelerarono il processo di politicizzazione della borghesia e coinvolsero parte della classe nobiliare (gli Albicini, i Mangelli e pure esponenti dei casati più conservatori, come i Paulucci). Una sintesi di questo clima  veniva declinata dal motto del giornale “L’Emilia”: Municipio, Stato, Nazione.
Fu a partire dai mesi intrisi di adrenalina, compresi fra la primavera del 1848 e l’estate dell’anno seguente, che a Forlì il sogno di una élite si trasformò in sentimento diffuso fra i ceti popolari.
Sono note le vicende della Prima guerra d’Indipendenza che, dopo la sconfitta di Custoza, portarono alla firma dell’armistizio tra Piemonte e Austria nell’agosto 1848. Intanto, con l’allocuzione pacifista del 29 aprile, Pio IX prese le distanze dall’intervento sabaudo modificando in senso reazionario la propria linea politica.

Scontro di Rivoli, episodio della Battaglia di Custoza (22-27 luglio 1848)

Quell’estate fu caratterizzata da grande confusione in tutto lo Stato Pontificio con gli Austriaci che attaccarono Bologna mentre i deputati liberali (eletti a maggio con una votazione prevista dalla carta costituzionale) si ribellarono al governo papale. A nulla servì la sostituzione nel ruolo di primo ministro fra Eduardo Fabbri e Pellegrino Rossi. Anzi, fu proprio l’assassinio di Rossi (15 novembre) che indusse il Papa a lasciare Roma per fuggire a Gaeta.
Torniamo nuovamente a Forlì, città nella quale si stavano affermando nuovi leader, in particolare il giovane avvocato Aurelio Saffi, classe 1819, ormai distante dalle iniziali posizioni riformiste e convinto della necessità di convocare a Roma una grande assemblea come fondamento per la creazione di una nazione. Scelta che condivise con Mazzini. A dare sostanza a questa rete in Romagna era la presenza dei “Circoli popolari” che Saffi convocò a Forlì il 13 dicembre 1848 per una riunione che segnò il passaggio all’azione. Due settimane prima un altro avvenimento aveva amplificato il fatto che la città era pronta ad affrontare gli eventi: il 28 novembre, preceduto dalla sua fama, era giunto a Forlì Giuseppe Garibaldi. Il biondo “Eroe di Montevideo” trovò ad accoglierlo a Porta San Pietro una folla numerosa che l’accompagnò fino alla Piazza Maggiore. Il generale stava raccogliendo adesioni per la Legione Italiana che, forte di circa quattrocento uomini, mirava a porsi al servizio dell’unità italiana agli ordini dello Stato Romano che, dopo la fuga di Pio IX, era governato da un Consiglio dei ministri. L’emozione raggiunse livelli altissimi, con punte di vera esaltazione fra gli aspiranti volontari.
Nei mesi successivi Forlì divenne crocevia di primo livello. Il ritmo degli eventi risultava incalzante e, per la prima volta, non si trattò di organizzare azioni di protesta ma di costruire un processo democratico. La Giunta provvisoria che gestiva il governo romano dopo la fuga del Papa decise di convocare un’Assemblea costituente basata sul concetto della sovranità popolare. Il territorio di Legazione veniva suddiviso in collegi per favorire il voto e oltre a Forlì, Cesena e Rimini furono istituiti i collegi di Bertinoro, Sarsina, Santarcangelo e Saludecio. Il Circolo Forlivese propose come candidati Aurelio Saffi e Antonio Zambianchi. Le elezioni che si svolsero il 21 gennaio 1849 riscontrarono una larga partecipazione, coinvolgendo in pieno i ceti moderati e strati del clero nonostante la scomunica lanciata da Pio IX sui partecipanti alla consultazione. I risultati assegnarono ai forlivesi un particolare successo perché su 200 rappresentanti eletti nella Costituente Romana in rappresentanza di tutto il territorio che da Bologna raggiungeva il centro della penisola, ben sei erano espressione della città. Oltre ai due candidati nel collegio ci furono, eletti in altri collegi, Alessandro Pettini, Giovita Lazzarini, Alessandro Cicognani e Oreste Regnoli.
L’Assemblea costituente si insediò e dopo alcuni giorni di lavoro, il 9 febbraio 1849, approvò il decreto fondamentale e proclamò la Repubblica romana. La bandiera adottata era verde, bianca e rossa con la scritta mazziniana “Dio e Popolo”. Nel governo Aurelio Saffi divenne Ministro degli Interni e Giovita Lazzarini (nato nel 1813, laureato in diritto canonico a Roma) Ministro di Grazia e Giustizia.
Fra i cardini costituenti, oltre all’adozione del nome di Repubblica, fu sancito il governo democratico e vennero assicurate alla Chiesa le guarentigie per garantire l’indipendenza nell’esercizio religioso e venne ribadito il concetto di nazionalità. Alto fu il rispetto per la libertà di stampa e di culto, a testimonianza dell’avversione per ogni forma di integralismo. All’Europa intera giunse poi l’esempio ideale e patriottico dell’esercito che difese fino alla fine la Repubblica Romana sotto il comando politico del Triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini e agli ordini di Giuseppe Garibaldi. I mesi della Repubblica Romana registrarono a Forlì una mobilitazione di portata superiore ad altre città. Per festeggiare il sogno democratico venne ripresa l’usanza francese delle merende e dei pranzi (il 4 marzo 1849 si tenne in piazza un banchetto con millecinquecento commensali), accompagnata da simboli di uguaglianza come gli “Alberi della Libertà” già comparsi sulla scena forlivese durante la stagione napoleonica. L’idea era di puntare sulla partecipazione alla vita politica secondo una visione interclassista e riformatrice, imperniata sul ruolo del Comune. Il sogno della Repubblica si infranse in pochi mesi. Roma fu posta sotto assedio da un contingente francese accorso in aiuto del Papa-Re, e da nord la restaurazione marciò attraverso il tiro delle armi austriache.
Per organizzare la difesa di Forlì si formò un corpo di volontari di circa cinquecento unità, un numero elevato se si considera che tanti cittadini erano arruolati nei corpi regolari accorsi fin da marzo alla difesa della capitale. Il 19 maggio 1849 le truppe imperiali assestarono la loro presenza all’esterno delle mura cittadine con un corpo di spedizione forte di ottomila uomini, trenta cannoni, due reggimenti di cavalleria e trecento carri di derrate e materiale logistico. La dimostrazione di forza tolse argomenti alle velleità di difesa. Gli austriaci presero la città, imponendo norme rigide, pesanti tributi e una repressione spietata.

Il preside al cittadino ministro dell’interno. Forlì li 3 maggio 1849

Nel mese di maggio il nuovo ordine regnava sulla Romagna mentre ai primi di giugno la battaglia attorno a Roma scoccava i colpi fatali. Gli scontri fra repubblicani e francesi divennero durissimi a Villa Pamphili, a Villa Corsini e nella difesa del Vascello. Il 1° luglio i deputati intensificarono il dibattito sulla Costituzione della repubblica per portare a definitivo compimento il processo democratico. Due giorni dopo, mentre la Costituzione della Repubblica veniva proclamata in Campidoglio, Roma capitolò sconfitta dai francesi. Immediata scattò la repressione. Aurelio Saffi scelse la via dell’esilio prima in Svizzera, poi in Gran Bretagna mentre, durante il tentativo di mettersi al sicuro, Giovita Lazzarini incontrò la morte a Nizza, ucciso dal colera il 1° settembre. Intanto, con i patrioti esposti a una vera e propria caccia all’uomo, arrestati, sottoposti a strutture di correzione o relegati ai margini della vita pubblica, Forlì partecipò in gran segreto al salvataggio di Giuseppe Garibaldi che aveva lasciato la capitale con l’obiettivo di raggiungere alla guida di un contingente di volontari la Repubblica di San Marco, a Venezia, che sotto la guida di Daniele Manin opponeva resistenza al ritorno degli austriaci.
La trafila di Garibaldi partì verso nord-est ma dopo il passaggio da San Marino essa andò disgregandosi. A Cesenatico il generale e un drappello ridotto s’imbarcarono per cercare di raggiungere la laguna via mare. A causa però dell’attacco delle navi austriache dovettero optare per uno sbarco di fortuna al largo delle valli di Comacchio dove la moglie Anita morì. Cominciò da qui una fuga attraverso le terre di Romagna. Proveniente da Ravenna, Garibaldi si trovò di nuovo a Forlì, accompagnato dal capitano Leggero, in attesa di organizzare il passaggio di confine con il Granducato di Toscana. Quell’esperienza divenne mito. A Forlì, Garibaldi e Leggero approdarono in modo rocambolesco, in ritardo per la rottura di un carro e disorientati per un appuntamento saltato nei pressi del vecchio cimitero. Ad ospitarli, il Ferragosto del 1849, fu una casa appena fuori le mura, vicino alla chiesa dei Cappuccinini, di proprietà della famiglia Zattini Gori, individuata attraverso la filiera della “Giovine Italia”. Un breve riposo e poi la via verso la libertà che venne aperta grazie all’esperienza di alcuni contrabbandieri guidati da Giovanni Maltoni detto “Gnarata”.

Ritratto immaginario del Passatore (Marchio del Consorzio Vini di Romagna)

La restaurazione si aprì all’insegna di una difficile situazione sociale ed economica, con atti di brigantaggio, omicidi e furti che si moltiplicarono nelle campagne e nelle colline. Erano i mesi in cui bande di briganti infestavano la Romagna. Il gruppo più famigerato, guidato da Stefano Pelloni detto il “Passatore”, imperversava con violenza, furti e prepotenza. La preoccupazione delle autorità di sicurezza aumentò con il passare del tempo facendo crescere la taglia sulla sua testa posta dal Commissario straordinario delle Legazioni.
Nel marzo 1851 Pelloni venne ucciso presso Russi in uno scontro a fuoco coi gendarmi. Per dimostrare l’avvenuta morte del brigante il cadavere venne caricato su un carro e trasportato in pubblica visione da Lugo alla piazza di Forlì. Il successo della polizia papalina sul versante della pubblica sicurezza non determinò allentamento alcuno alla repressione politica, tanto che nella tarda primavera di quel 1851 s’irrigidì il controllo nei confronti della diffusione di idee mazziniane. Perquisizioni, arresti, restrizioni e il divieto di portare cappelli alla “Ernani” o fazzoletti rossi. Nonostante la dura restaurazione il fuoco rivoluzionario non cessò. Ne furono testimonianza le fiamme delle “fogarine” che si accesero al calar delle tenebre nelle serate del 9 febbraio degli anni ’50: falò sovversivi che ardevano clandestinamente per dimostrare che le idee vivevano.
Ristabilito l’ordine, con il Papa tornato sul trono e con le guarnigioni straniere acquartierate in tutta la Romagna, il potere temporale fu amministrato dal Commissario straordinario per le Legazioni monsignor Gaetano Bedini, anch’egli di Senigallia come Pio IX e ai lui molto vicino. Inviso alla popolazione, a Bedini veniva attribuita la responsabilità in uccisioni e condanne, a cominciare dalla morte del sacerdote bolognese don Ugo Bassi, catturato dagli austriaci a Comacchio mentre era al seguito di Garibaldi e fucilato il 7 agosto a Bologna. Accuse alle quali veniva contrapposto l’alibi che, in fondo, sull’ordine pubblico tutto faceva capo agli austriaci. Stesse accuse giunsero a Bedini sull’uccisione dei patrioti forlivesi. Il 25 giugno 1852 nel fossato della Rocca di Ravaldino si consumò la condanna a morte per fucilazione di quattro uomini accusati di omicidio ai danni di un agente segreto papalino. L’assassinio dei patrioti scatenò un’ondata di disapprovazione e sdegno da parte dei forlivesi che reputarono la sentenza arbitraria. Per protesta numerosi negozi rimasero chiusi e, stando a cronache manoscritte, furono settantadue i commercianti multati per tale colpa. La rete patriottica sopravvisse in una sorta di sonno che rendeva impossibile coinvolgimenti nelle insurrezioni dell’epoca, come la rivolta di Milano del febbraio 1853 ispirata da Mazzini e nelle cui trame ebbero comunque ruolo alcuni forlivesi in esilio.

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