Storia di Mario Fantinelli

biografia di un Ardito forlivese

(di Elio Santarelli)

Mi pare di averlo ancora davanti agli occhi, Mario Fantinelli, portamento da ardito quale è sempre stato, passo energico, la parola pronta a colpire nel segno sia con la battuta sia con il ragionamento pacato e sereno. Fisicamente non molto alto, magrissimo in gioventù, corpulento negli anni della maturità; viso aperto e leale, occhi vivaci e penetranti, riso arguto e accattivante.

Egli era nato a Forlì il 21 agosto 1896 e, come si legge nell’opuscolo a lui dedicato «Ricordo di Mario Fantinelli», «proveniva da una famiglia di umili lavoratori ed egli stesso, compiute le classi elementari, fu inviato a bottega a fare il garzone meccanico; era vivacissimo e non disdegnava certo fare scorribande negli orti e nel fiume e di fare a sassate coi coetanei. Ma dal padre e dal nonno ereditò la passione accesa e lo spirito eroico degli ideali risorgimentali; come loro divenne repubblicano e tale rimase». Nel clima di consorteria e di acceso impegno antimonarchico, le carbonerie erano vivacizzate dai giovani più ardenti; ebbene, a quanto riporta Aurelio Lolli nella «Cronologia repubblicana forlivese» «1862-1915», Mario Fantinelli fin dal 1912 apparteneva a una Vendita della Associazione segreta «La Carboneria» che aveva lo scopo di abbattere la Monarchia ed instaurare la Repubblica; una ottantina, gli aderenti. Allo scoppio della guerra europea la linea seguita dai repubblicani fu subito ben chiara e precisa: abbattere l’impero austro-ungarico per la liberazione delle terre italiane soggette agli Asburgo e per la libertà di tutti i popoli oppressi dagli Imperi centrali d’Austria e di Germania. Fantinelli con fervore entusiastico, si batteva con giovanile baldanza contro i neutralisti di qualunque colore e per il trionfo dell’interventismo mazziniano e risorgimentale. Il 9 febbraio 1915, chiamato a Forlì dal locale Fascio di azione interventista, tenne un comizio alla palestra di Campustrino, il deputato e suddito austriaco Cesare Battisti di grande fede italiana, che voleva il suo Trentino annesso alla madre patria. «Finita la conferenza, scriveva Fantinelli in un suo scritto rimasto inedito, ci incamminammo come al solito inquadrati e cantando verso il centro. A un dato momento… escono come iene i poliziotti che si erano annidati entro le abitazioni e si avventano su noi e specialmente contro il grande Martire, che io tenevo a braccetto sulla mia sinistra, con l’intenzione di arrestarlo. Vista l’impossibilità di raggiungere lo scopo, si misero a menare senza pietà alla cieca, con sciabole e bastoni, pur di sciogliere la manifestazione. Io presi da un poliziotto una piattonata in faccia, che mi aveva ridotto a mal partito… e con cinque giorni di ospedale accomodai tutto e ne uscii più risoluto di prima». Anche in altre occasioni Fantinelli ebbe a subire, con gli amici interventisti, gli assalti impietosi dei regi poliziotti.

Nel suo scritto vi sono note interessanti anche se solo di carattere amministrativo, riguardanti i rapporti fra i repubblicani forlivesi del Fascio di azione interventista di cui appunto Fantinelli faceva parte e il «Popolo d’Italia» e quindi indirettamente col suo direttore Mussolini; quei repubblicani sostenevano apertamente il quotidiano interventista milanese con contributi raccolti fra gli amici e i simpatizzanti. «Il Popolo d’Italia» ebbe a Forlì una buona diffusione e il suo primo numero, del 15 novembre 1914, andò a ruba in città. E’ fuor di dubbio che la figura di Mussolini esercitò molto ascendente su quei giovani repubblicani e non solo nei periodi burrascosi delle lotte contro i neutralisti socialisti e cattolici o negli anni della guerra.

Oltre a Mario Fantinelli possiamo ricordare Aldo Spallicci, Mario Santarelli, Tonino Spazzoli, Aurelio Lolli, Antenore Colonelli, Mario Miserocchi, Bruno Giacometti e tanti altri. Vennero frattanto i giorni decisivi delle rivendicazioni nazionali e Fantinelli il 24 maggio 1915 corse subito ad arruolarsi, ma fu dichiarato inabile. Disperazione sua, ma dopo insistenze e pianti venne poi finalmente dichiarato abile alle fatiche di guerra. Dopo le istruzioni d’obbligo, l’8 agosto la partenza per la linea del fuoco ove dimostrò tutto il suo valore e il suo altruismo, prendendo parte alla liberazione di Gorizia dell’agosto 1916 e ad altri gravosi combattimenti. Nel luglio 1917, riferisco sempre dal suo scritto inedito, fece domanda per entrare nei Reparti d’assalto (da poco costituiti) e fu accettato subito. «Trascorremmo più di due mesi sui monti dell’altipiano di Asiago facendo celeri addestramenti, confidenza con bombe [a mano], sveltezza nel maneggiare il pugnale, tattiche notturne, sorprese di occupazione e pratica per il funzionamento dei lanciafiamme, istrumento di morte feroce che tanto ci ha servito. Il battesimo del fuoco lo avemmo con una sorpresa sulla Val Sugana, in una notte di metà settembre 1917… Poi vennero le brutte giornate di Caporetto… Noi eravamo in Val Fonda per sperimentare un nuovo modello di bomba a mano, non dubitando nemmeno per sogno che il nemico fosse così vicino. La mattina dello novembre 1917 sentimmo delle fucilate nelle nostre baracche, credevamo che fossero soldati che andassero a caccia… Sentimmo suonare l’allarmi e cosi mezzo svestiti ci lanciammo all’assalto contro i tedeschi che avevano già occupato Gallio e Asiago.

La lotta fu orrenda, il nemico ebbe la peggio, i nostri pugnali lavoravano magnificamente e le nostre mitragliatrici falciavano i plotoni avversari che non indietreggiavano nemmeno davanti all’immane carneficina, perché erano tutti ubriachi fradici… Per questa azione che durò fino al 13 fui decorato con la medaglia di bronzo al Va1or Militare… Quali truppe di copertura proteggevamo la ritirata… Scontri cruenti li avemmo sulle Melette di Gallio (15 novembre); erano continui corpo a corpo. La nostra disfatta fu sul Monte Fiore… Un fuoco micidiale ci falciava maledettamente».
Fantinelli riuscì a non cadere prigioniero e fra il dicembre 1917 e il gennaio 1918 lui stesso e gli altri superstiti si riorganizzavano addestrandosi nei pressi di Padova, «In questo frattempo, continua Fantinelli, facemmo una azione di sorpresa sul Pertica, occupando la cresta e catturando una intera compagnia austriaca con parecchie mitragliatrici. Poi ci preparammo per la famosa azione della Val Bella (29 gennaio), nella quale il mio battaglione si coprì di gloria ed io ebbi la medaglia d’argento sul campo conferitami personalmente da S.M. il Re e 30 giorni di licenza premio». Poi nel giugno sul Piave altre grosse battaglie e anche qui Fantinelli si fece onore: «l’entusiasmo ci faceva inseguire i tedeschi, scriveva… Io avevo l’apparecchio lanciafiamme portatile e feci del mio meglio… Vuotato che l’ebbi, con buoni risultati, lo gettai via e adoperai il mio pugnale e un fucile preso a un caduto. Nei rinforzi che giunsero, trovai il mio amico Pippo Spazzoli che comandava un reparto di mitraglieri. Si può immaginare la nostra gioia…» Finalmente, dopo ancora aspri combattimenti, vennero le giornate di Vittorio Veneto, le giornate della vittorie e della pace.
Ma per Fantinelli il periodo del grigio verde non terminava con l’affermazione delle armi italiane; egli infatti non veniva congedato, ma, con suo grande disappunto, spedito nella colonia italiana della Libia. Una sua lettera inviata al «Pensiero Romagnolo» del 29 marzo 1919, riportata nel suo citato scritto, poneva in cruda evidenza i contrasti fra i propri ideali di libertà e la ‘missione’ che lui e gli altri commilitoni erano costretti a compiere. Egli così affermava: «A malincuore debbo marciare contro queste popolazioni ree soltanto di difendere la loro libertà; qui l’Italia ha portato la civiltà con la forca e col cannone. Non abbiamo nessun diritto su questa povere gente, che si vuol governare da sé…».

Dopo essere rimpatriato dalla Libia il 30ottobre 1919, trovava lavoro presso la Società anonima Bonavita di Forlì e in seguito presso l‘Amministrazione provinciale ove prestava servizio di impiegato fino al pensionamento. Sempre politicamente attivo ebbe contrasti coi fascisti locali che lo bastonavano (1923) per la sua avversione al nuovo Regime. Dopo le leggi eccezionali del novembre 1926 l’Italia era tutta fascistizzata nel clima e nel nome del partito unico mussoliniano; sull’adesione comunque di Fantinelli al Fascismo non vi sono dubbi; è tuttavia documentato, così nell’opuscolo dedicatogli, «che nel 1936 fu espulso dal partito (sembra a causa dell’avversione che manifestava per la guerra di Abissinia) e riammesso nel 1938… Richiamato alle armi col grado di ufficiale nel gennaio 1941… fu inviato al fronte albanese (Durazzo), ove tu fatto prigioniero nel settembre 1943 ed inviato nei lager nazisti in Polonia e in Germania». Di questo periodo cosi burrascoso e tragico egli ci ha lasciato, nello stesso modo dei ricordi della guerra 1915-18, un nutrito e interessantissimo Diario inedito che riprendiamo in alcune sue parti. «8 Settembre 194: Armistizio – grande gioia, ma nello stesso tempo grande apprensione per ciò che si prevede succederà, non solo qui in Albania ma in tutta l’Italia… 15 Settembre: È stata interrotta la linea telefonica, siamo isolati da tutti… Vado a Durazzo, se mi riesce, per prendere ordini da qualcuno. Riesco a passare gli sbarramenti tedeschi inosservato… 20 Settembre: Prigionieri, incomincia l’inganno». Poi dopo lungo peregrinare l’arrivo a Vienna e partenza per il lager. «Addio Italia bella! – scriveva l’8 ottobre 1943 – Conservo la nostra bandiera che amo più di me stesso. Verrà il giorno che la sventolerò di nuovo». Ancora lunghi spostamenti poi Mario Fantinelli trascorrerà fra pene indicibili il lungo calvario dei campi di concentramento: Deblin Irena, Wesuve, Oberlangen, Sandbostel, Wietzendorf, «5 Marzo 1944: Morgagni, un contadino che sta a Malmissole – Forlì mi ha regalato 10 patate, è un capitale per Deblin Irena…». Finalmente qualcosa di diverso il 15 giugno 1944 allorché nel campo si allestisce uno spettacolo con musica e varietà, «tutto fatto da ufficiali». Di seguito: «13 Novembre 1944: il bollettino tedesco parla di aspri combattimenti per le vie di Forlì… Ora tre giorni di verdura secca, quindi crescerà la fame». Per fortuna arriva, ma dopo mesi, quasi inaspettata, incredula la liberazione: «18 Aprile 1945: Oggi ho trascorso il giorno più bello della mia vita, mi sono abbracciato con gli inglesi e ho preso parte al saccheggio di Soltan… Ora si mangia pasta asciutta, carne e formaggio e scatolette di sardine sott’olio». Infine, il 30 luglio 1945, dopo un interminabile viaggio, il rientro a Forlì: «Bologna, Faenza, Forlì. Appena sceso dal treno… una cara donna che io non conosco, mi chiese: ‘Lo ël Fantinelli?’ Si, come stanno i miei? Bene, li vado a chiamare. Quella donna mi diede la vita!». Fantinelli che nei campi di concentramento aveva tenuto alto l’onore italiano non abdicando mai alla lusinga di collaborazione coi tedeschi e i fascisti, poteva riprendere la vita normale. Repubblicano, partecipava alla sorte del partito collaborando anche al «Pensiero Romagnolo» e alle spallicciane «La Piê» e «Fede e Avvenire». Per il suo passato di valoroso e la sua predisposizione alla vita sociale ebbe incarichi direttivi di Associazioni Combattentistiche ed altri Enti. Morì il 22 aprile 1968 (venti anni fa esatti) e fu un lutto grave per la città e per tutti coloro che avevano sofferto con lui le pene e gli stenti dei lager, o gioito della vittoria italiana, nella prima guerra mondiale.

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