Forlì alla Grande Guerra

(di Mario Proli)

All’inizio dell’estate del 1914

All’inizio dell’estate del 1914, con gli uomini più facinorosi della Settimana rossa in fuga o in carcere, Forlì prendeva coscienza del fatto che la tanto agognata, o temuta, rivoluzione non era avvenuta. E dire che aveva ribollito per anni e che la volontà organizzativa di tenere uniti i territori ribelli non era venuta a meno, tanto da mettere a frutto pure le tecnologie più moderne (…) (continua)

Neutralisti e Interventisti 

L’opinione pubblica della città cominciò a vivere febbrilmente il confronto sul tema della guerra, un argomento che condizionava sempre più i discorsi, gli scritti, i pensieri. Il primo assetto ideologico ad andare in crisi fu l’antimilitarismo. Eppure era stato proprio quello uno dei collanti delle proteste degli ultimi anni, dalle lotte contro la guerra in Libia alla Settimana rossa. (continua)

Forlì in guerra

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra e ciò che tutti ormai sapevano divenne realtà. Mentre rimbalzavano notizie inquietanti del cannoneggiamento su Rimini da parte della Marina austroungarica, il primo provvedimento adottato su scala locale fu imperniato proprio sulle misure per diminuire il rischio di attacchi. (continua)


Dalla presa di Gorizia a Caporetto 

Festeggiamenti accolsero a Forlì la notizia della presa di Gorizia. Il dispaccio arrivò nel tardo pomeriggio dell’8 agosto 1916 e scatenò un’euforia collettiva perché grande merito veniva riconosciuto ai militari “forlivesi” dell’11° Fanteria della Brigata Casale. La vittoria giungeva al termine di oltre un anno di sforzo bellico e umano durissima consumato nelle battaglie dell’Isonzo. (continua)

Fine del conflitto e nuove tensioni 

La fine delle ostilità sembrava ormai prossima e la certezza di un esito vittorioso allentava la morsa anche sulla vita quotidiana. Fu a questo punto che la guerra destinò una sorpresa che destò molta curiosità (continua)

 


Estate 1914

 

All’inizio dell’estate del 1914, con gli uomini più facinorosi della Settimana rossa in fuga o in carcere, Forlì prendeva coscienza del fatto che la tanto agognata, o temuta, rivoluzione non era avvenuta

All’inizio dell’estate del 1914, con gli uomini più facinorosi della Settimana rossa in fuga o in carcere, Forlì prendeva coscienza del fatto che la tanto agognata, o temuta, rivoluzione non era avvenuta. E dire che aveva ribollito per anni e che la volontà organizzativa di tenere uniti i territori ribelli non era venuta a meno, tanto da mettere a frutto pure le tecnologie più moderne. La repressione delle forze dell’ordine continuò per diverso tempo e, con l’obiettivo di smantellare le radici dell’eversione, giunse perfino a scoprire lo stratagemma dello studente Mario Berardi che durante i disordini s’era premurato di installare sul tetto di casa una base radiotelegrafica e per comunicare con suo cognato, Umberto Bianchi, direttore del giornale “Romagna socialista” di Ravenna. Gli impianti trovarono mani che li smontarono e il giovane finì per essere deferito all’autorità giudiziaria.

In quelle stesse giornate dopo aver chetato il furore e con i rinforzi militari presenti ancora in modo massiccio, rimbalzò anche a Forlì la notizia dell’attentato compiuto il 28 giugno a Sarajevo dal giovane rivoluzionario bosniaco Gavrilo Princip che costò la vita all’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero d’Austria-Ungheria, e alla moglie Sofia.

A un mese di distanza, il 28 luglio, la dichiarazione di guerra dell’Austro-Ungheria al Regno di Serbia accese la miccia del conflitto innescando prese di posizione da parte delle rispettive nazioni alleate. L’incrocio degli appoggi e delle dichiarazioni di guerra determinò la formazione di due blocchi. Da una parte c’erano i cosiddetti “Imperi centrali”, Austria-Ungheria, Germania, Impero ottomano e, successivamente, Bulgaria; sul fronte contrapposto stavano gli “Alleati”: Francia, Gran Bretagna, Russia e, dal 1915, l’Italia.

Inizialmente il Regno dei Savoia si attenne a una posizione di neutralità, rimanendo estraneo alle dinamiche del conflitto. Nonostante ciò, fin da subito, il pensiero dei forlivesi corse incontro alle conseguenze con la possibilità di un coinvolgimento avrebbe comportato e alimentò voci allarmate su possibili chiamate alle armi. Le preoccupazioni trovarono immediato riscontro nella proibizione di esportare beni di prima necessità e resero evidente che il conflitto non era poi così lontano. Si combatteva anche a poca distanza dai confini nazionali, appena al di là dell’Adriatico.

Nelle missive indirizzate alle prefetture dal governo centrale apparivano precise disposizioni. Lo stato di neutralità imponeva il divieto di pubbliche manifestazioni favorevoli o ostili a qualsiasi stato belligerante.

Nelle missive indirizzate alle prefetture dal governo centrale apparivano precise disposizioni. Lo stato di neutralità imponeva il divieto di pubbliche manifestazioni favorevoli o ostili a qualsiasi stato belligerante. Sul lato della necessità di tener sotto controllo le risorse i provvedimenti legislativi disciplinarono l’approvvigionamento di carbone e benzina mentre l’impossibilità di esportare prodotti generò esuberi sul mercato interno con crollo dei prezzi. Si trattava di problemi imprevisti e difficili da gestire. Segnali di guerra apparivano ovunque: anche in cielo come avvenne l’11 agosto con il passaggio sopra Forlì del dirigibile militare M3. Ad accrescere il disorientamento di parte della popolazione giunse da lì a pochi giorni la notizia della morte di Papa Pio X al cui posto venne eletto nel mese di settembre Benedetto XV.


Neutralisti e interventisti

L’opinione pubblica della città cominciò a vivere febbrilmente il confronto sul tema della guerra, un argomento che condizionava sempre più i discorsi, gli scritti, i pensieri. Il primo assetto ideologico ad andare in crisi fu l’antimilitarismo. Eppure era stato proprio quello uno dei collanti delle proteste degli ultimi anni, dalle lotte contro la guerra in Libia alla Settimana rossa.

Mentre socialisti e cattolici vedevano nella posizione neutralista del governo una collocazione coerente anche per loro, il mondo repubblicano risultava in preda a un travaglio di pressioni e pulsioni. In Romagna una parte del mondo mazziniano rimase sulle posizioni antimilitariste (fra questi spiccava la figura Giuseppe Gaudenzi che, benché convinto irredentista, si fece interprete dello stato d’animo contrario alla guerra delle masse operaie e contadine), mentre un numero crescente di militanti approdò alle sponde interventiste sulle quali si era già attestato il partito nazionale. Un proclama del Pri in data 14 agosto 1914 lanciò la parola d’ordine “Per la libertà dei popoli oppressi”, criticando aspramente il re e il governo per la scelta di neutralità. Definendo la monarchia italiana “inetta a rappresentare l’anima vera dell’Italia nuova uscita dagli eroismi del Risorgimento”, il documento reclamava l’azione a fianco di Inghilterra, Francia e Belgio contro gli “Imperi centrali”. Anche il movimento socialista viveva ore di tensione a causa delle scelte in direzione differenti rispetto a quelle del Psi adottate da alcune frange e da alcuni esponenti di spicco. Forte impatto ebbe l’esempio di Benito Mussolini che il 18 ottobre 1914 ruppe gli indugi e scrisse un editoriale interventista sull’Avanti. La reazione fu repentina con la destituzione dalla direzione del giornale e l’espulsione dal partito. Passò meno di un mese e sotto la guida dell’ex leader socialista vide la stampa il primo numero del quotidiano “Il Popolo d’Italia” che dava voce e identità al fronte popolare favorevole all’intervento. Al suo fianco nella redazione di Milano lavorava un altro forlivese, Manlio Morgagni, giornalista affermato nonché fratello del cronista sportivo Tullo Morgagni.

Il 10 dicembre 1914 un gruppo di forlivesi tenne a battesimo il “Fascio rivoluzionario a favore dell’intervento”. Il comitato direttivo vedeva all’opera, fra gli altri, Aldo Spallicci, Nullo Bovelacci, Armando Casalini, Umberto Gatti, Mentore Ronchi, Agostino Biondi. Con la comparsa dei manifesti di presentazione e per pubblicizzare una manifestazione commemorativa di Guglielmo Oberdan cominciò a Forlì la guerra fra schieramenti che dalla propaganda passò presto alle mani.

Il 10 dicembre 1914 un gruppo di forlivesi tenne a battesimo il “Fascio rivoluzionario a favore dell’intervento”. Il comitato direttivo vedeva all’opera, fra gli altri, Aldo Spallicci, Nullo Bovelacci, Armando Casalini, Umberto Gatti, Mentore Ronchi, Agostino Biondi. Con la comparsa dei manifesti di presentazione e per pubblicizzare una manifestazione commemorativa di Guglielmo Oberdan cominciò a Forlì la guerra fra schieramenti che dalla propaganda passò presto alle mani. A dar corpo alla campagna interventista intervennero pure i “Garibaldini indipendenti”, il Pri, la Nuova Camera del Lavoro e la società di ginnastica “Forti e Liberi” che si fece carico di organizzare un “corso gratuito di preparazione militare”. Sul fronte neutralista all’esordio sui muri del Partito socialista contro Mussolini, accusato di voltafaccia, seguirono stampati del Psi, della Camera del lavoro e degli anarchici. Insieme ai manifesti fiorirono le conferenze.

“La propaganda si svolgeva di solito alla sera – ricordava nelle memoria scritte al termine del conflitto dal volontario forlivese, e poi ardito, Mario Fantinelli – dopo al quotidiano e sudato lavoro e così molto spesso succedevano tafferugli coi neutralisti e con gli agenti del governo d’allora”. Particolare clamore destò l’iniziativa svolta a gennaio all’Unione Aurelio Saffi, stipata di pubblico, con relatori Maria Ryger e Nicola Garbin alla quale era presente lo stesso Fantinelli che così ricordava: “Dopo la magnifica conferenza, ci avviammo verso la piazza maggiore cantando gli inni di Oberdan e di Trento. A un dato momento, dalla caserma di via Mazzini uscirono i carabinieri che ci dispersero a sciabolate e a moschettate”.

Manifestazione dirompente fu quella organizzata il 9 febbraio 1915 alla Palestra del Campostrino che ebbe un ospite d’eccezione: Cesare Battisti

Manifestazione dirompente fu quella organizzata il 9 febbraio 1915 alla Palestra del Campostrino che ebbe un ospite d’eccezione: Cesare Battisti. L’incontro recava per titolo “Trento e Trieste e il dovere dell’Italia”. Anche in questo caso Fantinelli marciava in prima linea. “La nostra propaganda – ricordava – aveva una larga eco fra i giovani che ingrossavano sempre più la nostra compagine”. Terminata la conferenza, la manifestazione proseguì lungo le vie cittadine con un corteo turbolento che, fra canti patriottici e grida di “Morte al re” e “Viva la guerra”, puntava in direzione della piazza. “A un dato momento, a metà di via Beccaria (attuale via Flavio Biondo ndr) escono come iene i poliziotti che si erano annidati entro le abitazioni. Si avventano su di noi e specialmente contro al grande Martire che io tenevo a braccetto sulla mia sinistra con intenzione di arrestarlo. Vista l’impossibilità di raggiungere lo scopo, si misero a menare senza pietà e alla cieca, con sciabole e bastoni, pur di sciogliere la manifestazione”.

Dopo gli scontri con le forze dell’ordine, gli interventisti vennero alle mani con gli avversari. Il primo tafferuglio accadde il 21 febbraio al Foro Annonario dove un gruppo di repubblicani fece il suo ingresso in un comizio socialista e cominciò a contraddire gli oratori. Il bilancio del parapiglia si limitò a poco più di una scazzottata, con due interventisti feriti in modo leggero da colpi di coltello.

La situazione stava diventando sempre più pesante e si presagiva un mutamento in atto. Che il vento della politica estera italiana stesse cambiando direzione trovò dimostrazione nella costituzione a Forlì, ai primi di marzo del 1915, del Comitato di preparazione civile con sede presso l’ex Archivio notarile nel palazzo comunale. Annotava Filippo Guarini nella sua cronaca quotidiana, in data 2 marzo, che il nuovo soggetto nasceva con lo “scopo di organizzare e coordinare tutte quelle attività cittadine che, in caso di guerra, sono idonee per provvedere in tempo alla continuazione della vita normale”.

Intanto il Consiglio comunale accettava le dimissioni da sindaco di Giuseppe Bellini e al suo posto tornava alla guida della città Giuseppe Gaudenzi, sempre in qualità di Pro-sindaco per l’ostinazione a non voler giurare fedeltà al re. La sua prima dichiarazione riguardò il grano e pane, con l’assunzione dell’impegno che in caso di aumento dei prezzi il Comune stesso avrebbe aperto una rivendita di pane e farina a prezzi calmierati, anche a costo di determinare un passivo economico nell’attività.

Parallelamente diventava insistente l’emanazione di disposizioni prefettizie in materia di beni primari, a cominciare dagli obblighi nella produzione e nei prezzi del pane. Anche i movimenti delle truppe militari in zona davano l’idea della preparazione per fronteggiare futuri scenari.

La situazione si stava dipanando e l’apertura di una scuola per infermieri da parte del Comitato di Preparazione civile anticipò la notizia, stampigliata sul manifesto, che in caso di guerra il nuovissimo e moderno ospedale di Forlì sarebbe diventato punto di riferimento per feriti e malati. Tutto marciava verso una direzione inequivocabile.

Prima dell’alba del 25 marzo il 1° battaglione dell’11° Fanteria, composto da circa 600 uomini, lasciava la città con destinazione San Vito al Tagliamento

Prima dell’alba del 25 marzo il 1° battaglione dell’11° Fanteria, composto da circa 600 uomini, lasciava la città con destinazione San Vito al Tagliamento. Il Reggimento di stanza a Forlì, nella caserma Caterina Sforza di via Romanello era la principale istituzione militare. Si riconosceva dalle mostrine gialle e da un simbolo con due fucili incrociati sormontati da una bomba con una fiamma dritta. Insieme al 12° battaglione con sede a Cesena faceva parte della Brigata Casale. Nei giorni a venire altri due battaglioni sarebbero partiti per il nord.

L’attenzione militare prese quindi di mira gli stabilimenti di produzione industriale. All’inizio di aprile, ad esempio, all’Officina Forlanini vennero sequestrate circa 5 mila spolette per granate di un calibro non in dotazione del regio esercito. L’ordinazione all’opificio era giunta da una ditta lombarda e il sospetto era dovessero servire per una nazione belligerante.

In un clima di sorveglianza sempre più stretta giunse la notizia del Partito repubblicano di tenere a Forlì, il 18 aprile, una manifestazione interventista a carattere romagnolo. Immediata fu la reazione socialista che propose una contro-manifestazione, allarmando le forze dell’ordine.

Al comizio interventista avrebbero preso la parola rappresentanti del Pri e alcuni reduci volontari dal fronte francese mentre repentina fu la chiusura attuata dai repubblicani rispetto all’idea di coinvolgere Benito Mussolini. Le autorità governative locali attuarono un piano di preparazione al possibile evento e, in previsione di disordini, fecero confluire a Forlì rinforzi da Ravenna, Faenza e Ferrara. “Il popolino – annotava il solerte Filippo Guarini – dice che quel giorno si farà la rivoluzione; il Prefetto, se lascerà fare il comizio, lo vuole, non in Città … senza cortei od altro. Si parla della cosa, come se quel giorno a Forlì si debba inaugurare la Repubblica Italiana”. Dalla prefettura venne emanato il divieto di tenere comizii e manifestazioni in città. Il 18 aprile Forlì era sotto stato d’assedio, con unità pronte ad intervenire nelle caserme e in piazzetta della Misura il cui accesso avveniva dal palazzo municipale. Questo il racconto: alle “ore 15 gli sbocchi vari della Piazza sono chiusi da Fanteria, Cavalleria e Carabinieri in gran numero; altra Cavalleria gira pure e perlustra le altre Piazze. Un nerbo fortissimo di tutte le armi è a Porta San Pietro e nelle adiacenze; la Stazione Ferroviaria e quella del Tramway sono guardate militarmente. Avendo il prefetto concesso alle 14 il permesso fino allora negato, i Repubblicani tengono così detto convegno regionale nel Mercato del Bestiame ove parlano i deputati Comandini, Gaudenzi, Pirolini, Taroni, Mazzolani” e un garibaldino reduce dalle Argonne dove volontari italiani e forlivesi si erano recati in aiuto dell’esercito francese contro le truppe tedesche.

La partecipazione venne stimata in circa 2 mila persone, molto meno di quanto paventato dalle attese. Tutto si svolse senza particolare tensione ad eccezione di uno scontro verbale interno ai manifestanti. Ad attaccar briga fu il giornalista Antonio Giusquiano, militante espulso dal Pri di Pisa prima del suo trasferimento a Ravenna e divenuto rappresentante di una fronda del movimento attestato su posizioni estreme. Reduce dalla Francia, dove s’era recato insieme ad altri volontari italiani per essere arruolato e combattere contro gli Imperi centrali, egli era direttore de “La Voce Mazziniana” (che per un certo tempo ebbe fra i collaboratori il giovane Italio Balbo), organo di una piccola compagnie denominata Partito mazziniano intransigente. In difficoltà economica ma molto attento al proprio aspetto fisico, dedicava grande impegno all’apostolato pro-guerra spostandosi fra Romagna e Marche. Il 9 gennaio era stato oratore a Forlì della commemorazione dei caduti garibaldini delle Argonne e nelle settimane successive collaborò alla costituzione del Fascio d’Azione rivoluzionario di Ravenna nel quale confluirono una cinquantina di interventisti. Al raduno forlivese del 18 aprile, l’intervento di Gaudenzi venne improntato alla prudenza e alla cautela nei confronti della partecipazione italiana al conflitto. Questa posizione, peraltro nota alla base repubblicana, suscitò malcontento tra le frange estremiste che invocarono il nome dell’ultra-interventista Giusquiano. Ma la parola non gli fu concessa proprio per il diniego del sindaco, motivo per cui il giornalista ravennate lanciò una sfida a duello. Alla consegna della convocazione Gaudenzi non degnò d’attenzione alcuna i padrini. Di fronte a tale comportamento, la reazione di Giusquiano esplose in pesanti offesi, non arrestandosi al momento d’ira ma proseguendo nei giorni seguenti sulle colonne di giornali dove giunse a chiamarlo “Onorevole Zuccone”.

L’episodio tradiva l’esistenza di modi differenti di interpretare il momento e svelava divergenze di non poco conto all’interno del Pri. Da un lato esisteva una spaccatura generazionale che contrapponeva i giovani schierati in modo accanito per la guerra alle classi anagrafiche più mature, schierate a favore dell’intervento ma con maggior cautela e con la preoccupazione di chi intuisce la gravità dei tempi.

Forti preoccupazioni emergevano tra gli operai e i contadini mentre anche sul tema classico della rivoluzione un confine separava coloro che considerava l’ipotesi assolutamente inutile nel momento in cui gli sforzi dovevano essere indirizzati in chiave patriottica, da altri che la valutavano prioritaria seguendo il motto “o sulle trincee o sulle barricate”.

Una presa di posizione a favore della guerra giungeva da parte della Società Dante Alighieri, a firma del presidente Curzio Casati (l’ultimo sindaco liberale prima della presa del potere da parte del Blocco popolare nel 1901) che nell’organizzare una festa in occasione dei natali di Roma, il 21 aprile, auspicava un “vittorioso domani”.

Sulla scena rimanevano i socialisti che si erano dati appuntamento per il pomeriggio di domenica 2 maggio: “Proletari di Romagna tutti a Forlì per la manifestazione contro la guerra” avevano scritto sui volantini. Passata la festa del 1° maggio, che nelle contingenze fu limitata alla sola astensione dal lavoro, per la seconda volta in pochi giorni il mercato del bestiame fuori Porta San Pietro fece da teatro a una manifestazione popolare. Questa volta, però, di segno opposto, promossa dal Psi e molto più partecipata. Uguale al 18 aprile rimaneva la situazione di stato d’assedio per la preoccupazione di scontri. A prendere la parola si alternarono Aurelio Valmaggi, Umberto Bianchi, Giovanni Bacci e un esponente degli anarchici. Nessun disordine particolare turbò il pomeriggio.

La progressione verso la guerra marciava ormai speditamente, con i manifesti di arruolamento di nuove classi, le cartoline precetto consegnate direttamente a casa dei coscritti da parte dei carabinieri , la decisione di render liberi alcuni edifici scolastici per metterli a disposizione dell’esercito. Oltre la retorica, le velleità e le preoccupazioni, stava una realtà intrisa di nervosismo come dimostrò il pestaggio avvenuto in piazza. Alla mattina del 10 maggio, durante il mercato, alcuni giovani che inneggiavano in favore della guerra vennero assaliti dalla folla.

Propagande contrapposte, offese e cazzotti furono parte di un copione che si ripeté molte volte in quelle settimane, ancora nel centro cittadino ma nelle frazioni, da Ospedaletto, a Pievequinta, a Villanova. Ad aver la peggio quasi sempre furono interventisti, tanto che il Circolo Mazzini pubblicò un manifesto. “In questi giorni sono accadute nella nostra città scene selvagge che hanno suscitato lo sdegno di tutte le coscienze libere ed oneste” scrivevano i repubblicani denunciando la “caccia all’uomo” e rivendicando la legittima difesa in caso di ulteriori attacchi.

A breve giro di tempo, seguì un volantino firmato da Aurelio Valmaggi che, per difendersi dalle accuse di essere il fomentatore degli assalti, minacciò querele per diffamazione verso ignoti e descrisse, passo passo, come e dove aveva trascorso le ore nel periodo in cui erano avvenuti i fatti violenti. Al movimento di militari fra le caserme e attraverso la città, si intrecciava un flusso notevole di giovani in partenza per le armi. “Gran movimento di richiamati” scriveva Guarini che precisava: “tutti quasi i treni sono per le truppe; pochi e incerti quelli pei borghesi”. In quelle stesse ore il Ministero della Guerra prendeva sotto il suo controllo diretto le Ferrovie dello Stato. Dal Governo nazionale si infittiva il novero delle misure per mantenere l’ordine pubblico, vietando comizi, assembramenti e manifestazioni.

Tutto era in fermento, compresi facchini, infermieri, medici e barellieri impegnati in un frettoloso trasloco dell’ospedale dai locali ormai inadatti di Palazzo del Merenda a quelli del moderno complesso intitolato alla memoria di “Aurelio Saffi” i cui lavori iniziati nel 1912 risultavano in fase di rapidissima ultimazione. Il 21 maggio 1915 la sperimentazione dell’illuminazione della nuova struttura sostituì di fatto la manifestazione inaugurale che non avvenne. I tempi erano troppo gravi per indulgere a cerimonie e la memoria del Triumviro veniva interpretata come riferimento etico incompatibile con cose non strettamente necessarie. Contemporaneamente iniziò il trasferimento degli ammalati che venne completato nella giornata del 29 maggio. Fra le misure di assistenza figurava anche la decisione della Cassa dei Risparmi di Forlì di farsi carico economicamente della refezione dei figli dei richiamati alle armi in condizioni economiche precarie, donando fondi a favore della Società “Pro Infanzia” per elargire sussidi a favore delle famiglie indigenti con bambini il cui genitore fosse chiamato al servizio militare.


Forlì in guerra

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra e ciò che tutti ormai sapevano divenne realtà. Mentre rimbalzavano notizie inquietanti del cannoneggiamento su Rimini da parte della Marina austroungarica, il primo provvedimento adottato su scala locale fu imperniato proprio sulle misure per diminuire il rischio di attacchi. Un piano di oscuramento disponeva che luci notturne fossero ridotte al minimo, sia quelle dei fanali stradali (i cui vetri vennero abbrunati con vernice), sia quelli delle abitazioni, degli uffici e dei negozi. I cittadini venivano inoltre informati circa i criteri di requisizione di animali per il trasporto e ben presto gli stallatici requisiti all’uopo si riempirono di cavalli a disposizione delle necessità militari.

Nella riorganizzazione delle funzioni urbane, il mercato della frutta e del pollame trovò collocazione in Piazza XX settembre e quello del pesce rimase al Foro Annonario ma con accesso da un ingresso laterale.

In Corso Garibaldi, proprio di fronte al Monte di Pietà, aprì i battenti un Ufficio per la corrispondenza fra i militari e le loro famiglie

In Corso Garibaldi, proprio di fronte al Monte di Pietà, aprì i battenti un Ufficio per la corrispondenza fra i militari e le loro famiglie. Impegno diretto venne profuso dalla Sezione locale della Croce Rossa Italiana che nell’ormai “vecchio ospedale” attrezzò locali da adibire a infermeria e a posti di ricovero, lanciando appelli a donazioni in beni e in denaro. Per cinque giorni le banche bloccarono il pagamento degli effetti cambiari.

La mobilitazione generale fu accompagnata dall’appello alla concordia del Pro-sindaco Gaudenzi: “Cittadini, dinnanzi alle supreme necessità del Paese, nello stato di guerra in cui fummo travolti dagli avvenimenti internazionali, s’impone a tutti, per la comune salvezza, una grande concordia di propositi e di opere. Oggi scompaiono i partiti e le classi e sorge imperioso, per quanti hanno sensi di umanità il dovere di affratellarsi come in una sola famiglia e di compiere ogni sforzo per lenire le dolorose conseguenze della guerra e per affrettare il giorno in cui, repente le nazionalità calpestate ed oppresse, col trionfo della civiltà sulla barbarie, ritornerà sovrana la pace fra le genti”.

Oltre al richiamo all’unità, fra le righe emergeva il dato di fatto che in tempo di guerra all’amministrazione comunale rimaneva come prioritario lo svolgimento delle funzioni di assistenza, controllo e tenuta delle relazioni. A rendere più chiaro il concetto giunsero le direttive del VI Corpo D’Armata che, in base a quanto disposto dal Regio Decreto del 22 e del 25 maggio, portava i cittadini a conoscenza che il territorio romagnolo era stato incluso nella zona di guerra e che i poteri civili nella Provincia di Forlì, al pari di quelle di Bologna, Ferrara, Ravenna e Rovigo erano stati conferiti all’autorità militare.

Il testo recava la firma del Tenente Generale L. Barbieri: “Ho piena fiducia che l’ordine e la calma saranno mantenuti per lealtà e volontà di popolo e che non sarò mai costretto a ricorrere a repressioni. Ma se disgraziatamente questa mia fiducia fosse frustrata e la necessità lo imponesse, non esiterei a compiere il mio dovere usando i mezzi estremi sanciti dalla legge”.

Sempre più decisa a tener il confronto politico lontano dalle aule del palazzo, l’amministrazione Gaudenzi concentrava gli sforzi sul piano della coesione. In questo contesto si inserì l’iniziativa del 22 giugno con la convocazione in Municipio dei proprietari terrieri per trattare la questione del grano e degli ammassi e garantirne sempre e a prezzo equo la disponibilità di pane per le classi più bisognose.

Nel rincorrersi di provvedimenti apparve per la prima volta l’attenzione allo spazio aereo. Come avevano dimostrato le prime imprese aeronautiche e il passaggio di dirigibili, la modernità aveva esteso il raggio d’azione del pericolo che, ora, poteva cadere anche dall’alto. Per questo la Prefettura diramò un avviso nel quale rendeva noto che “stante il pericolo di incursioni di aeroplani nemici, al primo apparire di essi la campana della Torre darà il segnale con ripetuti rintocchi, alternati di 5 in 5, con l’intervallo di 10 secondi. Tutte le case spegneranno i lumi e chiuderanno le finestre in modo che non traspaia luce. D’ora in avanti tutti i negozi dovranno chiudersi alle 21; i luoghi di spettacolo avranno luce soltanto all’interno”.

Sulla torre trovò spazio una postazione telefonica accanto a un posto di guardia presidiato da militari a tempo pieno.

Dal 1° giugno il Comando Militare proibì la circolazione delle automobili e dei motocicli ad eccezione dei mezzi guidati da persone con permessi speciali validi per un numero circoscritto di giorni, per un viaggio determinato o per una funzione di emergenza. Molte auto furono sequestrate e messe a disposizione delle forze armate.

Intanto il mondo irredentista fremeva e l’entusiasmo patriottico determinò la presentazione di un buon numero di volontari il cui arruolamento era vissuto come una festa, con tanto di pranzi e brindisi. Fu ciò che avvenne l’11 giugno all’Hotel Central dove si tenne un banchetto con sbicchierata in onore di 24 partenti. Tre giorni dopo arrivarono i primi feriti dal fronte: 69 soldati trovarono un giaciglio al vecchio nosocomio dove la Croce Rossa e le suore Dorotee svolgevano servizio; diversa la destinazione dei sette ufficiali che furono ricoverati nel nuovo ospedale.

La città divenne luogo di raccolta, assistenza e cura per i militari. Particolarmente suggestivo fu l’arrivo nella notte del 26 giugno di una tradotta con oltre 200 feriti che vennero accompagnati ai luoghi di ricovero da soldati muniti di torce al vento essendo in vigore il coprifuoco e assente ogni illuminazione

La città divenne luogo di raccolta, assistenza e cura per i militari. Particolarmente suggestivo fu l’arrivo nella notte del 26 giugno di una tradotta con oltre 200 feriti che vennero accompagnati ai luoghi di ricovero da soldati muniti di torce al vento essendo in vigore il coprifuoco e assente ogni illuminazione. Altri ospedali straordinari erano in corso di preparazione. Ad entrare subito in funzione fu quello ricavato in un locale delle Scuole Normali femminili annesso alla Chiesa di San Filippo e proprio lì, ufficiali esclusi, vennero diretti i nuovi arrivati. Il tessuto di riferimento per l’assistenza e il soccorso alla popolazione andava strutturandosi anche in campagna e nelle frazioni dove presero consistenza Commissioni di preparazione civile territoriali, spesso presiedute dai parroci come a Pieveacquedotto e a San Giorgio.

Tre giorni i feriti furono oggetto di una visita speciale. In rappresentanza delle Dame della Croce Rossa giunse a Forlì la duchessa di Aosta Elena d’Orléans, esponente della casa reale quale moglie del duca Emanuele Filiberto di Savoia.

Sul fronte delle novità intervenute con l’entrata in guerra ci furono l’apertura del Ritrovo militare che cominciò a funzionare dal 27 giugno all’interno del Seminario con accesso da via Merlini, la costituzione del Corpo dei Giovani Esploratori e i Volontari ciclisti. I “Boys scout”, così venivano chiamati i giovani esploratori, coinvolgevano una settantina di ragazzi in attività di preparazione atletica, di servizio civico e di avventura in modo propedeutico alla disciplina militare. La loro presentazione in pubblico avvenne il 4 agosto allo Sferisterio con la consegna di una bandiera e del gagliardetto, corredata di esibizione di esercizi ginnici. Riservato a volontari adulti pronti a macinare chilometri in bicicletta per garantire collegamenti veloci fra distanze di decine di chilometri ere il plotone dei ciclisti che in attesa di vestiario e di armamento stava organizzando per la partenza per i luoghi di guerra che avvenne il 19 luglio. Fra questi figurava il direttore del Pensiero Romagnolo Armando Casalini. Stando alle cronache giornalistiche si trattava di circa 250 uomini, fra i quali una trentina che avevano anticipato il gruppo di qualche giorno. Per festeggiarli era stata organizzata una manifestazione in loro onore dalla “Società dei Reduci garibaldini”. La parata aveva avuto come teatro lo Sferisterio alla presenza di migliaia di persone. Fra le autorità intervenute figurava il commendator Tito Pasqui con un passato in camicia rossa e una carriera straordinaria nell’amministrazione statale culminata con la nomina a Direttore generale del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. A nome dei volontari in bicicletta prese la parola il giovane avvocato cesenate Cino Macrelli. Nel rientrare verso la caserma, un lungo corteo solcò corso Vittorio Emanuele sostando sotto il centro di cura dei feriti di Palazzo del Merenda per render omaggio e raccogliere il loro saluto fatto di applausi e sventolio di fazzoletti. Per un singolare gioco del destino, il giorno in cui partiva da Forlì la formazione di circa 220 volontari, alla stazione ferroviaria giungeva un numero equivalente di reduci da curare.

Verso fine luglio, dopo nuovi arrivi ferroviari, il conto dei feriti ammontava a circa 600, senza contare coloro che dopo le cure erano stati dimessi. Per questo furono individuate altre sedi da trasformare in centri di assistenza.

Per garantire sicurezza e ordine l’intero sistema di controllo sociale era stato inasprito dall’introduzione di regole e pene straordinarie. Dal 1° luglio erano entrate in vigore le norme per il soggiorno nelle zone di guerra nel cui novero compariva la provincia di Forlì. Vincoli severi disciplinavano il transito, il soggiorno e il riconoscimento delle persone. Inoltre la ferrea disciplina marziale veniva sottoposta a una nuova sede di giustizia sia per le cause penali, sia per le vertenze civili: il Tribunale militare di guerra di Bologna.

La parossistica estate del 1915 venne segnata da un cambiamento anche in ambito politico con l’avvicendamento alla carica di sindaco fra Giuseppe Gaudenzi e Giuseppe Bellini. L’onorevole Gaudenzi aveva rassegnato le dimissioni, come ebbe modo di chiarire ai cittadini in una lettera aperta, per arruolarsi nell’esercito per mantenere la parola data in occasione dello scontro politico che lo aveva contrapposto ad Antonio Giusquiano. Per questo aveva chiesto e ottenuto dal Ministero della Guerra di partire volontario, premurandosi di gestire il passaggio di consegne in seno all’amministrazione civica. Il suo inquadramento militare avvenne in Artiglieria con il grado di sottotenente di complemento. Altro fatto degno nota dei primi mesi di guerra fu il cambio di denominazione di uno dei principali luoghi di spettacolo. In seguito a una denuncia apparsa sul Pensiero Romagnolo relativa della denominazione dal gusto germanico del “Kursaal Centrale”, il proprietario Leonida Vallicelli decise di modificare il nome del teatro ribattezzandolo “Apollo”.

Fra partenze di soldati e arrivi di feriti, l’eccitazione per le vicende belliche stava innervandosi nel tessuto popolare urbano, raggiungendo un numero crescente di persone proprio negli spettacoli e nelle iniziative di raccolta fondi per l’assistenza. In questi ambiti il mondo cattolico, in precedenza rigidamente attestato su posizioni pacifiste, trovò spazi di protagonismo non solo con la decisione di mettere a disposizione un locale di proprietà degli enti religiosi per ospitare il Ritrovo Militare ma nell’organizzare rappresentazioni, feste e momento conviviali. Centrale divenne il ruolo delle funzioni religiose, a cominciare dalla messa in cattedrale il giorno di Ferragosto, festa della Assunta, celebrata dal Vescovo e cantata in modo solenne. Si trattava di qualcosa dal sapore rivoluzionario nella storia locale. Accanto all’altare, quel giorno, era posizionata una bandiera tricolore collo stemma reale e nelle intenzioni dei celebranti e dei fedeli il rito assunse un valore di suffragio per le vittime e propiziatorio per il “trionfo delle armi italiane”.

Due giorni dopo un’altra novità attirò l’attenzione: l’arrivo di prigionieri. Si trattava del comandante e di parte dell’equipaggio di un sommergibile austriaco “U3” che era stato affondato in Adriatico; poco più di una decina di persone che venivano recluse nella caserma “Achille Cantoni” presso l’ex complesso religioso di San Domenico. A questi se ne aggiunsero altre: una quarantina, poi altri 81, fino ai circa 150 di fine novembre.

In tre mesi di guerra le cose erano cambiate notevolmente nella vita cittadina che sperimentava pure l’angoscia delle famiglie per la sorte dei propri uomini e il dolore per i primi caduti. La retorica contribuì a scindere il dolore privato dalla celebrazione pubblica dell’eroismo

In tre mesi di guerra le cose erano cambiate notevolmente nella vita cittadina che sperimentava pure l’angoscia delle famiglie per la sorte dei propri uomini e il dolore per i primi caduti. La retorica contribuì a scindere il dolore privato dalla celebrazione pubblica dell’eroismo. A tale scopo rispondevano le cerimonie solenni di attribuzione di riconoscimenti al valor militare, sia a soldati vivi che alla memoria. Alcune di queste assursero al rango di vere liturgie, come nel caso della consegna della medaglia d’oro ai familiari di Decio Raggi per il gesto eroico che costò la morte al soldato romagnolo, tenente di complemento dell’11° fanteria di stanza a Forlì. Altri segni intervennero a connotare l’identità cittadina. Ad esempio, nel luglio 1916, la giunta comunale marchiò la toponomastica con due denominazioni simboliche. La prima fu il cambio di nome di via delle Torri che divenne via Cesare Battisti, in onore al patriota trentino caduto sotto il capestro austriaco; l’altra fu l’intitolazione a Guglielmo Oberdan del nuovo viale di circonvallazione fra la Barriera Vittorio Emanuele e la Rocca di Ravaldino.

Per onorare la memoria di Cesare Battisti, che complici forti amicizie personali era stato a Forlì per testimoniare il sentimento italiano delle terre irredente, si costituì in città un comitato di raccolta fondi con l’obiettivo di erigere un monumento a Trento una volta che fosse stata liberata dal giogo austriaco. L’iniziativa metteva insieme tutte le realtà del fronte interventista più acceso. A firmare il manifesto stampato per la sottoscrizione furono il Sindaco Bellini, il Circolo Mazzini, la Società Dante Alighieri, l’Associazione Insegnanti delle Scuole Medie, la Sezione Magistrale Forlivese, la Loggia Massonica “Aurelio Saffi”, l’associazione Impiegati civili, la Società dei Garibaldini Antonio Fratti, la Società veterani e Reduci, la Società di Mutuo Soccorso Aurelio Saffi e la Nuova Camera del Lavoro.

Tra bandi di chiamata alle armi e partenze di soldati; treni in partenza e treni in arrivo; feriti e prigionieri; medaglie al valore e notizie funeste, sorveglianza sul commercio ed iniziative per passare il tempo e raccogliere fondi: fra tutto questo, si diceva, la Forlì in tempo di guerra vide passare settimane e mesi densi di tensione, speranze e sacrifici.

Oltre alle preoccupazioni per gli uomini al fronte, una paura imprevista s’affacciò al cospetto del territorio il 12 febbraio 1916 quando, verso sera, giunse la notizia del bombardamento aereo che aveva colpito Ravenna provocando morti e distruzioni. Fra i deceduti, le cronache stimavano a 15 il numero delle persone che avevano perso la vita, figurava il forlivese Giuseppe Castelli, conducente del tramway. Aeroplani autro-ungarici avevano fatto un raid sui cieli di Romagna e, sorvolando l’antica capitale, avevano gettato ordigni esplosivi in prossimità delle linee ferroviarie e dei binari della tramvia. Il fatto determinò sgomento e innescò ulteriori delle misure di sorveglianza e di emergenza. Un avviso con le “Norme di Sicurezza” da tenersi in caso di bombardamento aereo venne prontamente diramato dalla prefettura. Il disciplinare imponeva agli inquilini dei piani inferiori e ai proprietari dei locali sotterranei l’obbligo di ospitare chiunque in occasione dell’allarme suonato dai rintocchi della campana della torre civica. In caso di attacco andavano chiusi scuri e persiane, aperti i vetri delle finestre, spenta ogni fonte di luce, bloccati i contatori. La prefettura dedicava puntualità a spiegare quanto fosse pericoloso sottovalutare il pericolo e rimanere, ad esempio, attratti dallo spettacolo delle macchine volanti. “Data che la provenienza quasi esclusiva degli aerei che possono danneggiare la città è il vicino Adriatico, e considerata la grande velocità dei veicoli moderni da guerra (150 km all’ora) sarebbe imprudente lusingarsi di poter disporre di molto tempo fra l’annuncio alla città dell’attacco ed il pronunciarsi di questo. Si premette ciò affinché la cittadinanza consideri la probabilità che gli effetti della incursione seguano IMMEDIATI al segnale di allarmi e non indugi quindi a mettersi al riparo”. Un’attenzione specifica andava alla popolazione infantile: “Si eviti, e si impedisca ai fanciulli, di mettere in bocca confetti, caramelle, pastine ecc che trovati per terra dopo il passaggio dei velivoli nemici, si avesse ragione di ritenere da essi gettati. Tali oggetti siano consegnati all’autorità”. L’allarme era dato dai tocchi ripetuti della campana della torre mentre il cessato allarme si sarebbe riconosciuto da rintocchi più lenti, uno circa “ogni sei passi”.

A cambiare abitudini secolari approdò in Italia l’introduzione dell’ora legale anticipata che, per la prima volta, fece scattare le lancette degli orologi in Italia alla mezzanotte del 3 giugno 1916 con durata fino al 30 settembre. Scopo del provvedimento, adottato dal 1908 in Gran Bretagna e poi in altre nazione fra i quali Francia e Germania, era quello di limitare i consumi energetici mediante una migliore utilizzazione della luce naturale. L’ora legale anticipata nel periodo primaverile e estivo venne mantenuta fino al 1920 e ripresa in occasione della Seconda guerra mondiale, diventando una costante dopo la crisi petrolifera iniziata negli anni sessanta.

Se sul piano della polemica politica e del confronto personale (che come si è visto era spesso degenerato in atti di violenza), l’antagonismo fra fazioni pro e contro la guerra era stato annichilito dalle leggi marziali e la frontiera dello scontro si spostò sui ragazzi. Ad animarla risultava essere una banda di giovani chiamata “Società del chiodo” che puntava soprattutto a infastidire i “Giovani esploratori”. In alcuni casi i fanciulli vestiti in grigio-verde erano stati bastonati facendo scattare denunce contro ignoti. Le forze dell’ordine erano sicure che dietro alle mani dei monelli “del chiodo” ci fossero istigatori adulti anche perché in diverse situazioni era giunte segnalazioni che il passaggio della gioventù interventista era stato salutato dalle sassate dei contadini.


Dalla presa di Gorizia a Caporetto

Festeggiamenti accolsero a Forlì la notizia della presa di Gorizia. Il dispaccio arrivò nel tardo pomeriggio dell’8 agosto 1916 e scatenò un’euforia collettiva perché grande merito veniva riconosciuto ai militari “forlivesi” dell’11° Fanteria della Brigata Casale. La vittoria giungeva al termine di oltre un anno di sforzo bellico e umano durissima consumato nelle battaglie dell’Isonzo. Strenuo baluardo della linea di difesa austro-ungarica era una collina chiamata Monte Podgora o Calvario, punto strategico che venne espugnato proprio dai ragazzi provenienti dalla caserma Caterina Sforza. Su quei declivi era caduto un paio di settimane prima, esattamente il 20 luglio, il tenente e letterato di Renato Serra mentre un altro grande romagnolo, Aldo Spallicci, si stava mettendo in luce come ufficiale medico operando in trincea e negli improvvisati posti di medicazione. Dopo la conquista di Gorizia, l’11° Fanteria venne fregiato dell’appellativo “Gialli del Calvario”, per il colore delle mostrine cucite sulla divisa e per l’eroismo dimostrato sulle pendici di quel colle.

La descrizione della giornata di euforia venne puntualmente rendicontata dalla penna di Filippo Guarini: “in un momento la città è imbandierata. Si raduna gran gente in Piazza e venute le fanfare militari si suona la Marcia Reale e un corteo di oltre 3000 persone percorre le vie applaudendo e va a tutti gli spedali a dare la lieta novella ai feriti ad acclamarli. Suonano a festa la Torre che innalza la bandiera ed i campanili del Duomo e di San Mercuriale. I soldati cantano e saltano; tutta la sera movimento ed allegria; sui tavolini dei Caffè salgono persone che ad alta voce leggono i dispacci”.

In preparazione all’arrivo di altri feriti nell’estate era stato predisposto il quinto ospedale straordinario in Palazzo Merlini e curato dalle suore Dorotee. La vittoria galvanizzò la retorica che insieme ai feriti e ai decorati concesse sempre più spazio al culto dei morti.

In occasione della commemorazione dei defunti, oltre alle singole manifestazioni di cordoglio e vicinanza manifestate nella giornata del 2 novembre del secondo anno di guerra, venne organizzata una grande manifestazione che si tenne domenica il 5 novembre. Secondo i testimoni vi presero parte 6 mila persone

In occasione della commemorazione dei defunti, oltre alle singole manifestazioni di cordoglio e vicinanza manifestate nella giornata del 2 novembre del secondo anno di guerra, venne organizzata una grande manifestazione che si tenne domenica il 5 novembre. Secondo i testimoni vi presero parte 6 mila persone che adunarono in piazza del Duomo e, al seguito del gonfalone civico, raggiunsero il cimitero monumentale dove si svolse una cerimonia laica. Intervennero ancora una volta il sindaco Bellini e il “garibaldino” Tito Pasqui con parole che onoravano i caduti in guerra.

In realtà un malumore vasto e radicato covava sotto la coltre di ostentata positività costruita dalle liturgie pubbliche e protetta dalla legge marziale. Nulla riuscì però a impedire, all’inizio dell’anno nuovo, l’esplosione di disordini a Forlì e nella vicina Cesena.

I disordini, nel capoluogo, cominciarono il 7 gennaio, quando nella piazza centrale confluirono molte persone, in maggioranza donne e ragazzi, per protestare. “Sono del Ronco e di Forlimpopoli – descriveva Guarini – e urlano “Vogliamo i nostri mariti! Vogliamo i nostri figli a casa! Non vogliamo più la guerra!”

I disordini, nel capoluogo, cominciarono il 7 gennaio, quando nella piazza centrale confluirono molte persone, in maggioranza donne e ragazzi, per protestare. “Sono del Ronco e di Forlimpopoli – descriveva Guarini – e urlano “Vogliamo i nostri mariti! Vogliamo i nostri figli a casa! Non vogliamo più la guerra!”. L’autorità chiude militarmente gli sbocchi, ne arresta parecchie, disperde le altre”.

L’indomani scene e motti vennero replicati con l’aggiunta di blocchi ai contadini diretti in centro con i propri prodotti. In particolare venne segnalato l’impedimento nella consegna del latte e, in certi casi, la requisizione. Per sbloccare il picchetto intervenne la forza pubblica caricando la folla e procedendo con altri arresti. L’8 gennaio in Tribunale furono celebrati processi con rito direttissimo al termine dei quali furono comminate condanne da 4 mesi a 4 anni di reclusione. Intanto il novero dei forlivesi illustri in partenza per il fronte si arricchiva di un nome prestigioso, quello del chirurgo Sante Solieri destinato alla direzione di un ospedale da campo.

A condizionare sempre più la quotidianità contribuivano ulteriori proibizioni, come quella fatta agli esercizi commerciali e pubblici di vendere dolciumi nelle giornate di sabato, domenica e lunedì, costringendo caffè e drogherie a servire solo bevande e pane, oppure a ingegnarsi, come fece il Caffè del Corso di Leopoldo Laghi, con idee a base di frutta secca. Altre regolamentazioni permettevano la confezione di biscottini ma proibivano i gelati di cioccolata, consentivano la fabbricazione di pasta all’uovo solo se priva di coloranti artificiali. Il 27 aprile 1917, su iniziativa del Comitato di preparazione civile, veniva lanciata una offerta di oro e argento per aiutare il Paese in guerra.

Ormai tutti erano pronti a mettere in conto ciò che fino a tre anni prima era inimmaginabile: morti al fronte, oltre mille feriti ricoverati nei cinque ospedali straordinari, tanti prigionieri reclusi nell’ex convento dei domenicani, ferree norme di disciplina, coprifuoco notturno, problemi di approvvigionamento alimentare, disposizioni in caso di attacchi aerei, spettacoli ricreativi per lo svago dei militari e raccolte di fondi per l’assistenza pubblica e civile, partecipazione alle funzioni religiose, annichilimento del dibattito politico. Forlì sembrava essere un’altra città. Solo il volantinaggio clandestino fatto dagli anarchici in occasione del 1° maggio aveva qualcosa di familiare col recente passato. Il foglio denunciava “tutti coloro che seguitano ciecamente a volere che si prolunghi l’orrido macello” e chiedeva al popolo di “gridare alle caste dominanti un basta poderoso alle stragi di tanti umani, allo sperpero di energie e di ricchezze frutto delle nostre viscere doloranti dei nostri muscoli irrigiditi nel lavoro diuturno”.

Gli eventi generali avrebbero determinato un cambiamento di scenario. Ciò avvenne sul finire del mese di ottobre quando un’offensiva delle truppe avversarie dell’Italia determinò un collasso nella difesa italiana con la cosiddetta disfatta di Caporetto. Il regio esercito si ritirò precipitosamente fino al fiume Piave dove, grazie all’aiuto di rinforzi francesi e britannici, la posizione venne ricostituita e tenne. Tuttavia la sconfitta determinò la sostituzione al vertice del comando militare del generale Luigi Cadorna con il generale Armando Diaz. Nel frattempo anche al governo nazionale si consumò un avvicendamento con l’incarico di presidente del Consiglio affidato a Vittorio Emanuele Orlando in sostituzione di Paolo Boselli che, a sua volta, aveva ereditato il testimone a Antonio Salandra.

Ordini perentori imponevano ai soldati sbandati di presentarsi ai comandi militari pena una condanna immediata per tradimento e fucilazione alla schiena

Furono giorni convulsi in cui tutto sembrò volgere al peggio. Ordini perentori imponevano ai soldati sbandati di presentarsi ai comandi militari pena una condanna immediata per tradimento e fucilazione alla schiena. Pene durissime, da 3 a 15 anni di reclusione, venivano assicurate a chiunque avesse dato protezione e asilo ai disertori. Tutto ciò avveniva mentre frotte di profughi fuggiti dal Friuli e dalla Giulia abbandonavano il loro territori. A Forlì ne giunsero circa 500 e trovarono alloggio e sostegno. Non mancarono in queste settimane segnali di insubordinazione. Nel mese di marzo finì addirittura in carcere con l’accusa di disfattismo l’uomo guida dei socialisti forlivesi, Aurelio Valmaggi. Si verificarono anche veri e propri oltraggi come l’incursione da parte di ignoti negli uffici della prefettura dove venne appiccato fuoco a una bandiera.

Duramente colpito dalla disfatta di Caporetto il fronte interventista si strinse attorno a figure simboliche per trovare stimoli e rinnovare le idealità irredentistiche. Fra i promotori del rilancio primeggiò la figura del forlivese Fulcieri Paulucci di Calboli, ferito in guerra, costretto su una carrozzina e insignito di medaglia d’oro al valor militare. Altro promotore di iniziative patriottiche, come la conferenza pubblica al Teatro Comunale del 3 febbraio 1918 con titolo “Dal Friuli al Piave”, fu il capitano medico Aldo Spallicci. Durante il conflitto la sua reputazione accrebbe in virtù di tre onorificenze al valore e della riconosciuta capacità (che ebbe e che avrebbe continuato ad avere fino alla morte avvenuta a Premilcuore nel 1973) di rappresentare il mondo di volontari animati da spirito risorgimentale ma, allo stesso tempo, sconvolti dalla sofferenza umana.

Altro episodio rilevante fu il comizio, anzi il mancato comizio, che nel pomeriggio del 12 maggio, sempre nel Teatro comunale, avrebbe dovuto impegnare in qualità di oratore l’onorevole Giuseppe Gaudenzi sul tema “Verso la nuova Europa”. A impedirgli di parlare fu una chiassata messa in scena dal Comitato di mutilati e invalidi di guerra che non gli aveva perdonato la riluttanza nei confronti dell’entrata in guerra dell’Italia e, successivamente, la decisione di arruolarsi. Evidentemente l’esperienza della guerra aveva incrinato la figura di Gaudenzi che, ormai non più leader rispettato e temuto del movimento politico maggioritario nella zona, veniva messo in discussione da pare dei suoi. Nella tarda primavera furono adempiuti i lavori di allestimento e un nuovo ospedale di guerra fu attrezzato nel Palazzo Paulucci Piazza. Il 23 giugno 1918 giunse la notizia della controffensiva italiana e della ritirata austriaca oltre il Piave. Nuovo entusiasmo pervase la popolazione con scene di gioia in piazza dove si formò un corteo per portare le buone nuove al cospetto degli ospedali, in modo da condividerle con i feriti.

Un singolare omaggio venne fatto dall’amministrazione comunale agli Stati Uniti d’America in occasione del 4 luglio, “Indipendence Day”, con imbandieramento degli edifici pubblici

L’ultimo giorno di giugno furono numerosi i forlivesi che parteciparono a Lugo ai funerali dell’asso dell’aviazione Francesco Baracca. Un singolare omaggio venne fatto dall’amministrazione comunale agli Stati Uniti d’America in occasione del 4 luglio, “Indipendence Day”, con imbandieramento degli edifici pubblici. A distanza di due giorni, emozione e curiosità accolsero l’arrivo in città dell’eroe Fulcieri Paulucci di Calboli che, l’indomani, fu protagonista della cerimonia di consegna della bandiera alla Società forlivese mutilati e invalidi di guerra, ritirata al termine della sfilata e del comizio dal presidente Mentore Ronchi. Il rivolgimento favorevole che il conflitto aveva assunto e la consapevolezza del sacrificio pagato alla causa patriottica stavano alimentando uno spirito positivo che ricevette ulteriore fiducia dal passaggio da Forlì del re Vittorio Emanuele III il 22 luglio 1918. Proveniente da Rimini, sua maestà venne ricevuta dal sindaco all’ingresso in città verso il Giardino pubblico e il Ronco. Al suo passaggio, l’automobile è stretta dalla folla che acclama il monarca, getta fiori e raccomanda la sorte degli uomini al fronte. Tappe della visita furono i feriti dell’Ospedale civile Aurelio Saffi e le autorità incontrate in municipio.


Fine del conflitto e nuove tensioni

La fine delle ostilità sembrava ormai prossima e la certezza di un esito vittorioso allentava la morsa anche sulla vita quotidiana. Fu a questo punto che la guerra destinò una sorpresa che destò molta curiosità: il 22 settembre 1918, al Giardino Pubblico, ebbe luogo la Riunione Sportiva Interalleata. Occasione assolutamente inattesa, la manifestazione coinvolse un folto pubblico che seguì con passione le gare in diverse discipline. Nel salto in alto la vittoria andò al bersagliere Lorenzetti con l’asta superata a 1,65 metri mentre la staffetta sulla lunghezza degli 800 metri vide primeggiare la squadra della Fanteria americana. Nel mezzofondo s’impose il corridore a stelle e strisce Rebillot mentre tutti italiani furono i podi delle corse ciclistiche con il mitico Angelo Gardellin, di Padova e già vincitore nel 1905 e nel 1913 del Campionato italiano di velocità su pista, a far da mattatore. La gara clou della giornata fu comunque quella del tiro alla fune nella quale primeggiò la squadra della Marina di Varignano, seguita dai Mitraglieri Fiat e dalla Marina statunitense. Fra le delegazioni presenti alle sfide sportive anche quelle del Fanteria francese e del Genio britannico che, però, andarono in bianco.

Nonostante il morale alto e la fiducia nel futuro, una nuova batosta calò sulla città. Verso fine settembre venivano segnalati i primi casi di febbre Spagnola

Nonostante il morale alto e la fiducia nel futuro, una nuova batosta calò sulla città. Verso fine settembre venivano segnalati i primi casi di febbre Spagnola, l’influenza importata dall’America dopo l’arrivo delle truppe alleate nel 1917 e che stava causando una terribile epidemia in molti stati d’Europa e del mondo con decine di milioni di morti. L’emergenza sanitaria ammantò di preoccupazione gli scenari sui quali, complici anche gli effetti della pandemia negli Stati europei belligeranti, cominciarono a delinearsi scenari prossimi alla fine della guerra. La Germania aveva avviato trattative con gli Alleati per discutere l’armistizio e ciò faceva pensare all’imminente resa. Nei giorni a cavallo fra ottobre e novembre, l’offensiva italiana oltre il Piave e l’affondo della Marina sulle coste dell’alto Adriatico stagliavano ottimi presagi che acquisirono concretezza dalla richiesta di incontro per l’armistizio avanzata dagli ufficiali austriaci a quelli italiani. Il 3 novembre il generale Diaz annunciava che le truppe avevano occupato Trento, Trieste e Udine, città sulle quali sventolava ora la bandiera tricolore e pure cominciò a imbandierarsi. In tutta fretta iniziarono i preparativi per celebrare la vittoria e la città si tenne pronta a esplodere nei festeggiamenti alla notizia campale. Che, finalmente, arrivò.

Il 4 novembre le manifestazioni impazzarono. Così scriveva Guarini: “Sono esposte le bandiere ai locali governativi e comunali; tutti dovunque si arrabattano a metterle fuori, dai Campanili alle case più umili, dal Vescovado e Seminario ai Conventi; non vi è bottega che non abbia uno straccio di tricolore. In men che non si dica, Forlì presenta una fitta selva di bandiere; al solo palazzo Albicini se ne vede una per ogni finestra e per ogni pilastro della cancellata. Alle 15 nuova e grandiosa dimostrazione, perché è l’ora in cui si sospendono le ostilità con l’Austria Ungheria per mare, per terra e per aria…; parlano il Sindaco ed altri dalla ringhiera del Palazzo Comunale. In Piazza si alzano due grandi pali cogli stemmi di Trento e Trieste inghirlandati d’alloro”.

Il conflitto terminò l’11 novembre con l’ultima firma, quella dei rappresentanti della Germania, a sancire la resa definitiva e ad accettare le condizioni di armistizio. Per chi seguiva il mito risorgimentali di una Italia unita dall’Alpi alla Sicilia il sogno s’era avverato e così pure era avvenuto per coloro che aveva creduto nel conflitto come mezzo per abbattere i dispotici Imperi Centrali. Anche chi desiderava la fine della guerra poteva tirare un sospiro di sollievo. Eppure la situazione non migliorò di molto. La gioia della venne tradita ancor prima della Conferenza di Pace di Versailles dalla frustrazione delle attese di molti soldati che, tornati a casa, trovarono miseria e disoccupazione. In più avevano paura e rabbia in corpo.

Passati i momenti dell’entusiasmo, con la Spagnola a mietere vittime, Forlì sprofondò inaspettatamente in un clima teso. A peggiorar le cose ci si mise la crisi economica. Nel 1919, l’inflazione e la scarsa produzione provocavano aumento dei prezzi, scioperi e un crescendo nello scontro politico che, oltre ai partiti di massa consolidati, Pri e Psi, vide comparire sulla scena una organizzazione cattolica fondata da don Luigi Sturzo: il Partito popolare italiano (Ppi). A Forlì i “popolari” ebbero voce nel dibattito pubblico grazie alla nascita del giornale “Il momento”, opera di monsignor Giuseppe Prati più noto come “Don Pippo”. Ma non fu questa la sola novità. Nel panorama politico comparve anche un’altra formazione chiamata, proprio sulla scia della denominazione interventista, Fasci di combattimento ed aveva come ispiratore Benito Mussolini.

Stremata dalla guerra, povera, ammalata, umiliata, divisa da barriere politiche invalicabili, Forlì piombò in tempi di scontri e divisioni

Stremata dalla guerra, povera, ammalata, umiliata, divisa da barriere politiche invalicabili, Forlì piombò in tempi di scontri e divisioni, con l’aggravante rappresentata dalla familiarità che gli ex soldati e i giovani educati alle logiche marziali in quegli anni avevano raggiunto rispetto alla violenza come strumento di risoluzione dei conflitti.

I conti con la crisi resuscitarono punti di convergenza fra le forze popolari che assunsero concretezza in occasione della manifestazione di protesta che si sviluppò il 30 giugno, l’1 e il 2 luglio 1919 e che unì i due partiti della sinistra. Tre giornate di sommosse, con chiusura di negozi, abbandono degli stabilimenti produttivi, sciopero generale voluto dalle due Camere del Lavoro, repubblicana e socialista, ma anche di arresti, ferimenti e persone percosse dalla forza pubblica.

La miccia era stata accesa e lo scontro rimase permanente tornando però subito a dividere i partiti della sinistra, riproponendo le contrapposizioni del 1914 fra interventisti e neutralisti e determinando un muro contro muro fra repubblicani e socialisti. Il grido “viva i disertori” lanciato da un militante al XVI Congresso nazionale del Psi di Bologna, ai primi di ottobre, sembrava confermare la diceria “dla biguleda” che si era sparsa a Forlì dopo la disfatta di Caporetto. Secondo il passaparola, i socialisti avrebbero organizzato una grande mangiata di “bigoli”, pasta fatta in casa simile a spaghetti, per celebrare la sconfitta e a questa onta gli interventisti giurarono vendetta. Le imminenti elezioni politiche corroborarono la lotta. A tale riguardo, il 13 novembre, comparvero manifesti dell’Associazione Nazionale fra Mutilati e Invalidi di guerra dal seguente contenuto: ”Nel turbinio delle passioni violente che si agitano in questi giorni di lotte e di battaglie politiche, non suggeriamo ad alcuno, tanto meno imponiamo una scheda” e proseguiva ricordando però “tutti coloro che ci pugnalarono nella schiena e ben avrebbero venduto agli Unni la nostra Patria per una pace qualunque. Non dimentichiamoci di chi brindò al disastro di Caporetto (evidente allusione al banchetto neutralista), di chi trescò col nemico, di chi sfruttò le nostre donne ed affamò i nostri bambini”.

A proposito di elezioni, il momento della conta si avvicinava e fra gli argomenti in ballo non poteva mancare il tema dell’annessione di Fiume all’Italia. E quando il 12 settembre la città del Carnaro fu occupata da Gabriele D’Annunzio e dai suoi legionari, diversi repubblicani romagnoli erano al suo fianco e l’eco dell’impresa riverberò nei circoli e nelle cameracce.

Le elezioni politiche, le prime a effettivo suffragio universale maschile, si svolsero il 16 novembre 1919 e decretarono delusione per le forze interventiste. Netto fu il successo del Partito socialista e del Partito popolare. I socialisti risultarono il partito di maggioranza relativo alla Camera con un balzo rispetto alle elezioni del 1913. Nella realtà forlivese i repubblicani riuscirono a mantenere il primato, dimostrando forza organizzativa sociale, economica e politica. Questo il verdetto alle urne nel Comune di Forlì: Pri voti 3.718 (maggioranza assoluta, pur calando di suffragi rispetto alle precedenti elezioni); Psi voti 2.338; Ppi voti 806; Liberal-monarchici voti 463.

La delusione dei repubblicani prendeva corpo attraverso le parole di Giuseppe Gaudenzi che prima della Grande guerra era stato leader incontrastato e onnipotente del movimento mazziniano romagnolo e che proprio a causa delle sue posizioni improntate a interpretare l’ostilità al conflitti s’era visto mettere in discussione prima d’essere offeso pubblicamente e attaccato frontalmente.

Con uno pseudonimo scriveva sul “Pensiero Romagnolo” del 22 novembre: “Non è il bolscevismo, non è il massimalismo, non è il comunismo che ha trionfato… la clamorosa prevalenza è dovuta principalmente alle sciagure della guerra che hanno lasciato dovunque indelebili tracce”. A questo aggiungeva la completa sfiducia delle classi più povere verso le istituzioni monarchiche.

Con l’avvio verso il tramonto della propria carriera politica locale, che dopo una nuova elezione a pro-sindaco avrebbe visto l’oltraggio della destituzione da parte delle camicie nere in occasione della “marcia su Roma”, Giuseppe Gaudenzi sembrava rivendicare con orgoglio la correttezza della propria visione, certamente patriottica e altrettanto salda nei valori democratici. Parte del mondo repubblicano avrebbe continuato per anni ad avere in lui e nel suo esempio il punto di riferimento, anche nella scelta antifascista che fece compiei ere al Pri in qualità di segretario nazionale.

Parte del fronte interventista, invece, lo stesso che aveva iniziato ad applaudire la Marcia reale nelle parate e nelle feste, avrebbe preferito al “dovere” mazziniano la chiamata all’ordine incarnata dall’ormai ex socialista Benito Mussolini, ferito di guerra, il cui giornale, “Il popolo d’Italia”, aveva parlato ai soldati nelle trincee e a molti di loro aveva assegnato identità condividendone i sacrifici.

Al suo fianco c’era un servizio d’ordine composto da diversi repubblicani forlivesi quando il 10 novembre 1919 sull’autocarro in piazzale Belgioioso trasformò i fasci in partito. Mussolini riuscì a traghettare parte di quel mondo antimonarchico fino ad accettare il compromesso con la corona facendo leva sui sentimenti nazionalisti dei reduci e sulla necessità di bloccare l’avanzata del pericolo rosso rappresentato in buona parte dagli “ex disfattisti”. Un “pericolo” che, per chi lo considerava tale, veniva sentito particolarmente minaccioso dopo la Rivoluzione russa del 1917 e, in Italia, in seguito al successo socialista alle elezioni dell’autunno 1919. Su quelle posizioni il mondo repubblicano si spaccò in blocchi: chi rimase sulle posizioni democratiche, seguendo l’esempio di Gaudenzi; chi aderì convintamente al fascismo e su quella posizione assestò il proprio consenso; chi dopo una infatuazione iniziale, e fra questi il gruppo che lo aveva affiancato nel comizio milanese, mutò atteggiamento in seguito all’avvicinamento di Mussolini alla monarchia, alla proprietà industriale e agraria e al Vaticano.

Clamorosa fu l’espulsione dal Pri dell’avvocato Giuseppe Bellini, per più volte Sindaco ma anche Presidente della Deputazione provinciale, che venne accusato di “tradimento” per aver accettato nell’ottobre del 1919 la nomina a senatore del Regno (il giuramento avvenne il 10 dicembre seguente). Per la seconda volta dopo l’incauto omaggio al feretro del “traditore” Alessandro Fortis di dieci anni prima, Bellini venne destituito dalla carica di Sindaco e al suo posto la guida della città tornò nelle mani di Giuseppe Gaudenzi.

Anche il mondo cattolico venne attraversato da spinte contrapposte. Di tutt’altro tenore restava la posizione dei socialisti forlivesi che il 30 novembre, sulla “Lotta di Classe”, esclamavano: “La massa socialista d’Italia ha lanciato al governo borghese la sua imposizione: BASTA!”. E ribadivano l’obiettivo politico: “Alla borghesia d’Italia una sola parola: FINE!”

Anche il mondo cattolico venne attraversato da spinte contrapposte. Di tutt’altro tenore restava la posizione dei socialisti forlivesi che il 30 novembre, sulla “Lotta di Classe”, esclamavano: “La massa socialista d’Italia ha lanciato al governo borghese la sua imposizione: BASTA!”. E ribadivano l’obiettivo politico: “Alla borghesia d’Italia una sola parola: FINE!”.

Dopo il grande bagno di sangue e una guerra che, nonostante il risultato vittorioso e il completamento del progetto risorgimentale, non aveva risolto nulla sotto il profilo di migliorare le condizioni di vita delle persone, il clima politico e sociale si stava caricando di energie cruente e contrapposte. Il futuro annunciava nuovi tempi cupi.

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