Arturo Spazzoli

(di Elio Santarelli, 16 settembre 1989)

Non vi sono biografie, anche se brevi, di Arturo Spazzoli (Forlì 1923 – Monte Trebbio 1944). Solo accenni nei libri o negli opuscoli che trattano della lontana lotta di liberazione in Romagna. Articoli sui giornali, infine, che di lui contengono solo frammentarie notizie e un nostro pezzo su «Il Pensiero Romagnolo» nelle due puntate del 19 e 26 settembre 1987, avente la pretesa di cenno biografico. Niente di più. Ma Arturo, il più giovane dei repubblicani fratelli Spazzoli, nel periodo compreso fra il settembre 1943 fino al 18 agosto 1944, giorno della sua morte, non fu un gregario o una comparsa, ma un protagonista. Studente, prima nel Collegio aeronautico di Forlì, si trasferiva a Caserta all’Accademia aeronautica, terminata la quale avrebbe ottenuta la nomina di ufficiale pilota. Ma gli studi erano forzatamente interrotti dall’armistizio dell’8 settembre e, invece di volare nei cieli col suo aereo, egli si dava a percorrere in buona parte a piedi vari luoghi d’Italia in rischiose azioni partigiane che mettevano in evidenza grande disprezzo del pericolo, il coraggio meditato delle pazienti attese, la forza delle decisioni in momenti in cui si esigeva intelligenza e pronta determinazione. Rifugiatosi nell’ottobre 1943 sulle montagne di Sassoni fra Santa Sofia e Spinello, assieme ai fratelli Tonino e Renato, al nipote quasi coetaneo Aroldo e agli amici Giorgio Bazzocchi ed Enrico Bitossi, Arturo diveniva validissimo esponente del gruppo dei patrioti collegato ad ex prigionieri di guerra alleati, tanto da collaborare con esemplare audacia al trasferimento clandestino oltre le lontane linee del fronte di questi ex nemici.

Arturo Spazzoli lo vediamo così partecipe con altri alla liberazione dei generali inglesi Neame, Boyd e O’Connor. Poi, con la pattuglia di altri ex prigionieri, attenta guida per tutto il lunghissimo percorso, da Spinello a Ortona negli Abruzzi oltre il fronte. Una lunghissima marcia di 350 chilometri che, iniziata il 13 marzo si concludeva il 10 maggio successivo e della quale Giorgio Bazzocchi — anch’egli facente parte della impegnatissima missione — ci lasciava una seria documentazione, con lo pseudonimo di Giorgio Bitossi, su «Il Pensiero Mazziniano» del 25 aprile 1971. Oltre all’impegno di estremo pericolo per l’attraversamento di territori sorvegliati ed occupati da tedeschi e fascisti, le guide Arturo Spazzoli e Giorgio Bazzocchi avevano il compito di consegnare a personalità alleate a Brindisi un messaggio sulla situazione militare nella Romagna occupata. Anche questa missione aveva esito positivo.

Alla fine di marzo, cioè quando la pattuglia degli ex prigionieri si trovava ancora in territorio occupato, Tonino Spazzoli che seguiva e sorvegliava le zone di transito per la buona riuscita della ‘trafila’, e che in pratica fungeva da capo e da mente direttiva, scriveva tre lettere: la prima indirizzata al Maresciallo d’Italia Giovanni Messe che era stato suo comandante nel IX° reparto arditi nei primo conflitto mondiale; la seconda al generale Giuseppe Pavone del quale si diceva al Nord che avesse in animo di costituire un corpo di volontari repubblicani da schierare a fianco degli Alleati. L’iniziativa aveva interessato Spazzoli, che auspicava una collaborazione per rendere più ampio il campo d’azione di queste forze volontarie. Arturo e Bazzocchi avrebbero dovuto interpellare appunto sull’argomento il generale. L’ultima lettera era indirizzata all’amico Mario Ghinelli, autorevole seguace di Leandro Arpinati, che il Regime aveva confinato a Napoli. Nessuna delle tre lettere arrivava comunque a destinazione. Pavone era nel frattempo morto.

Messe, per le spiccate simpatie nei confronti della Monarchia, veniva volutamente ignorato dai due giovani. In quanto a Ghinelli non fu possibile arrivare fino a lui per le eccessive difficoltà logistiche. Ci piace allora riprodurre le lettere inviate al Maresciallo Messe e al generale Pavone non per particolare considerazione verso i due alti generali, ma per porre in rilievo l’affetto, la stima, l’ammirazione che l’autore delle lettere – Tonino Spazzoli – nutriva per il fratello Arturo e per Giorgio Bazzocchi. Stima e affetto quanto mai giusti e meritati: «Ultima decade di marzo dall’Italia invasa. Le presento mio fratello Arturo, già accademista aeronautico a Caserta e altro giovane forlivese – non degenere – Giorgio Bazzocchi studente di ingegneria – così spiegava Tonino Spazzoli al Maresciallo Messe – passati nell’Italia libera con missione speciale che loro stessi le diranno. Non vogliono qui stare per servire il tedesco e hanno scelto la via del meridionale, come vede. Se può fare qualcosa in loro favore, assista due giovani bravissimi e preziosi ed io glie ne sono tanto grato. A quando un incontro nell’Italia liberata?» E di seguito l’altra: «Mio fratello Arturo, assieme al giovane studente Bazzocchi, pur esso di Forlì, le porta il mio più caldo, memore e affettuoso saluto. Sono romagnoli ardenti di stampo garibaldino che hanno passato le linee per sottrarsi alle imposizioni dei servitori dei tedeschi e vengono nell’Italia libera in missione delicata che loro stessi le diranno. Meritano assistenza consigli e riguardo. La prego di ascoltarli e di fare per loro tutto quanto può. Non vogliono saperne, come lei, di monarchia. La Romagna è trepidante e attende l’ora del riscatto e della vera libertà».

Nel periodo che va dal maggio (sbarco a Ortona) al giugno, Arturo rimaneva in missione oltre il fronte per rientrare via mare al Nord con l’intento di continuare le imprese partigiane. Il giovane, dopo qualche contrattempo, imbarcato in un sommergibile alleato, vi sbarcava il 26 giugno alla foce del fiume Reno e con lui materiale bellico per le forze di liberazione.

Ma ci avviciniamo a rapidi passi verso i giorni tragici dell’agosto. Il 7 del mese veniva arrestato Tonino Spazzoli e Arturo si buttava allora alla ricerca di aiuti e collaborazioni concrete per attuare piani, anche i più temerari, per giungere alla liberazione del fratello. La Banda di Silvio Corbari era senza dubbio la più indicata per una missione decisiva come quella in progetto. Tonino resisteva con grande forza d’animo alle torture inflittegli dai tedeschi delle SS., che non riuscirono a cavargli una parola. Arturo si collegava allora con i capi della Banda di Corbari e con loro tentava di predisporre un piano di attacco alle carceri di Forlì assieme ad altri antifascisti. Ma l’infiltrazione proprio in quei giorni in quella formazione partigiana di spie prezzolate da tedeschi e fascisti troncava quasi sul nascere l’azione provocando un colpo mortale a tutta l’organizzazione. Accerchiati, Corbari, Adriano Casadei, Arturo Spazzoli, la lris Versari, in una casa contadina a Cornio di Modigliana la mattina del 18 agosto 1944, colti addirittura nel sonno, impreparati e nell’impossibilità di reagire, erano presto messi fuori combattimento. La Versari si suicidava, Arturo gravemente ferito, incolume invece l’eroico Adriano Casadei che – oramai fuori dal tiro delle automatiche nemiche – volle tornare indietro per cercare di porre in salvo Corbari il quale, nella corsa a perdifiato per sfuggire ai colpi d’arma da fuoco che battevano a zona, scivolava ferendosi malamente. Scoperti, Corbari era ferito gravemente, in modo leggero l’amico Adriano. Arturo, anch’egli fatto prigioniero, si lamentava per i dolori lancinanti, mentre su una slitta trainata dai buoi su cui era disteso anche il moribondo Corbari, veniva trasportato alla volta di Castrocaro. Al Monte Trebbio, Arturo veniva finito a colpi di rivoltella. Casadei seguiva a piedi il tragico convoglio.
Nella cittadina termale erano impiccati il morente Corbari e Casadei. Nel pomeriggio dello stesso 18 agosto, l’orribile scena si ripeteva nella Piazza Saffi di Forlì ove a quei lampioni si appendevano i corpi senza vita di Corbari, Casadei, Arturo Spazzoli e, nella notte, quello della povera Iris Versari. Giorni prima Tonino, quasi presago della tragedia, riusciva con grave rischio e pericolo suo e dei secondini portaordini, a far recapitare alla indimenticabile signora Tina Gori biglietti invocanti il salvataggio di partigiani o civili indiziati e specialmente Arturo. «Temo per Arturo, dove sarà? egli scriveva il 17 agosto in un frammento di carta. Che Dio lo salvi. Per carità non si muova». Il giorno dopo il giovane fratello, come si è sottolineato, cadeva nell’imboscata e proprio Tonino — poche ore prima di essere devastato dalle pallottole sulla strada di Coccolia — aveva la terribile e lacerante ventura attraverso la sadica iniziativa dei tedeschi che lo avevano portato in Piazza Saffi, di vedere il corpo martoriato del fratello penzolante dal macabro lampione.

Questa voce è stata pubblicata in Arturo. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *