A Fiume

Cartolina-ricordo agli arditi romagnoli

Tonino Spazzoli legionario fiumano

(di Paolo Cavassini)

Fra gli aspetti meno noti della parabola di Tonino Spazzoli, spicca la sua militanza di legionario fiumano, esperienza che si concretizzò, fra la fine del 1921 e il 1924, nell’attività di organizzatore dapprima della sezione forlivese dell’Associazione arditi, ribattezzata dal 1922 “Arditi e Legionari di Forlì” (e poi «Legione G. D’Annunzio e reparto Arditi d’Italia di Forlì»), riplasmatasi, a partire dal settembre 1923, nell’articolazione locale dell’ «Unione Spirituale Dannunziana». Dal punto di vista della sua presenza a Fiume, è noto che Spazzoli fu tra gli arditi che, nel luglio-agosto 1921, quando l’impresa fiumana era già conclusa da più di sei mesi, occuparono i moli del porto orientale della città quarnerina (porto Baross o porto Sauro, secondo la denominazione patriottica in voga in epoca dannunziana). Ma nel pieno dell’ “Impresa di Fiume” dov’era? Di fatto, nonostante alcuni studi biografici (in primis quelli di Elio Santarelli), nonché i repertori di Antonio Mambelli («I forlivesi nel Risorgimento nazionale da Napoleone a Mussolini») e Armando Bartolini («Volontari di Romagna») certifichino “qualitativamente” la sua presenza fra i legionari fiumani forlivesi, è tutt’altro che semplice stabilire con precisione se Tonino abbia effettivamente operato a Fiume durante l’occupazione dannunziana. Il suo nominativo (al pari, peraltro, di moltissimi altri legionari) non risulta fra gli elenchi dei volontari (come l’«Elenco ufficiale dei legionari fiumani» del 1939) né fra i ruoli matricolari delle milizie fiumane conservati presso gli Archivi del Vittoriale. Da una fonte autobiografica (una lettera-memoriale del 1937 in cui Tonino denuncia al Duce lo stato di persecuzione cui è sottoposto dalle autorità di Pubblica sicurezza di Forlì), si ricava che si recò a Fiume solo nel 1920 e che nella “Città Olocausta” avrebbe svolto essenzialmente una funzione di ufficiale di collegamento con la Romagna: «Nel 1920 portai sette militi Forlivesi a Fiume e colà svolsi opera di Italianità in vari campi. Ricevei [sic] elogi larghi dai Capi». Stando a quel curriculum, dunque, Spazzoli non partecipò alle prime fasi dell’impresa dannunziana: nonostante questo, nel 1940 gli verrà riconosciuto uno status legionario “di lungo corso”, certificato da una tessera del PNF con anzianità al 12 settembre 1919. Una generosa retrodatazione, probabilmente dovuta ai buoni uffici dell’amico Ettore Muti, anch’egli ex legionario e all’epoca segretario del Partito fascista. Di conseguenza, l’azione di “traghettatore” descritta nella lettera a Mussolini, ammesso che la datazione fornita sia esatta, pare essere l’unico contributo di Spazzoli alla causa legionaria mentre era in corso l’esperimento della Fiume dannunziana. Un dato che, ai fini dell’interpretazione del “fiumanesimo” del forlivese, stimola più di una riflessione. Da un lato, il fatto che Spazzoli non abbia preso parte all’alfa e all’omega della storia della «rivoluzione fiumana» (la «Santa Entrata» del settembre ’19 e il «Natale di sangue» del ’20) ridimensiona la portata del suo impegno legionario, almeno in chiave puramente combattentistica. È però altrettanto vero che, partecipando all’occupazione di Porto Sauro, Spazzoli, oltre a rafforzare un curriculum fino a quel momento “di complemento”, mise in piena luce i lineamenti politici di un impegno che, seppure “ritardatario” (o proprio perché tale), risulta ideologicamente ben più strutturato rispetto alla semplice riproposta di un attivismo post-interventista o di un revanscismo filodannunziano. In questa ottica, quel poco epico ma politicamente pregnante “ritorno di fiamma” legionario, consente di rileggere il dannunzianesimo di Spazzoli non già come un cedimento giovanile da considerare storicamente con indulgenza ma, al contrario, di restituircelo nella sua reale dimensione di punto focale di una lunga e coerente traiettoria repubblicana e libertaria.

1. La questione di Porto Baross

Con una clausola a latere del trattato italo-jugoslavo di Rapallo, sottoscritto il 12 novembre 1920 per la sistemazione della questione fiumana, il conte Carlo Sforza inviava al collega Trumbíc una nota segreta, corredata da una cartina esplicativa, in cui si assegnavano i moli orientali di Fiume (porto Baross, ribattezzato “porto Sauro” durante l’occupazione dannunziana) al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. La notizia, però, trapelò fin dal dicembre 1921, genererando non pochi imbarazzi al governo italiano e fornendo il destro per una rovente campagna di stampa antigiolittiana. Addirittura, c’era chi andava oltre: la ferita non era tanto la cessione di Porto Baross, ma addirittura Fiume italiana. O meglio, Fiume donata a casa Savoia. «Il nostro dovere – ammonisce un articolo del giornale repubblicano della Venezia Giulia («L’Emancipazione»), riportato sul «Popolano» di Cesena il 13 gennaio 1921 – è di impedire che Fiume diventi un vassallaggio di Casa Savoia. La monarchia non ha saputo dar Fiume all’Italia: noi dobbiamo far sì che Fiume, in un’ avvenire assai prossimo, possa dare all’Italia la Repubblica…Fiume di D’Annunzio poteva trovarci dubbiosi, Fiume repubblicana deve trovarci pronti e decisi al nostro posto…A Fiume si vuole la Repubblica. E la Repubblica Fiumana non potrà essere che rossa scarlatta, perché la Repubblica di Fiume dovrà essere la Repubblica del popolo fiumano. E Fiume sarà sicuramente la matrice della Repubblica Sociale Italiana». Atteggiamenti estremi, maturati in un repubblicanesimo “di confine”, ma non privi, nelle possibilità istituzionali lasciate aperte dal forfait di D’Annunzio, di una potente suggestione. Fiume, in fondo, continua a esercitare il suo fascino di città-esempio: da centro di irradiazione di italianità, a faro di libertà per i popoli oppressi, a “primavera” della Repubblica. Ma il dibattito nazionale continuerà ancora per diversi mesi a insistere sul nodo del porto orientale fiumano.

Il 25 giugno 1921, il ministro Sforza difese con vigore quello che definì un «atto di giustizia»: «Noi abbiamo ritenuto di fare, nell’interesse fondamentale dello Stato di Fiume, quello che avremmo fatto senza esitare per noi stessi: di riconoscerle [alla Jugoslavia, n. d. r.] cioè in proprietà quel bacino estremo del porto che dall’ Ungheria era stato costruito presso la spiaggia di Sussak ». Le conferme del “ministro delle rinunzie” (come Sforza era ribattezzato dal «Popolo d’Italia» di Mussolini), che costeranno la poltrona a Giolitti, gettarono benzina sul fuoco dell’indignazione dei patrioti fiumani: la sera del 26 giugno, dopo un comizio di protesta organizzato in piazza Dante, una folla di circa tremila persone penetrò all’interno di porto Baross, issando la bandiera italiana sui piroscafi ormeggiati e sul faro del molo Cagni. Il «Pensiero romagnolo» rievocherà quei fatti nel luglio 1922: «La sera del 26 in piazza Dante, i Legionari e gli Arditi dopo un imponente comizio di protesta contro il governo d’Italia deliberarono di occupare Porto Sauro. E ciò venne effettuato nella serata senza dar luogo al minimo incidente. Avvenuta l’occupazione del Porto da parte di quel manipolo di coraggiosi, guidati dai Tenenti Tonacci, Biella e Carpinelli venne immediatamente disposto un’accurata sorveglianza, sia dalla parte di Jussach [recte Sušak, n.d.r.] che dalla parte del mare e così lungo la Fiumara. Fu un lavorare continuo tutta la notte: chi intento a costruire piazzole per le mitragliatrici, chi a far trincee, e altri a pulire moschetti e a disporre casse di munizioni. Tutto questo avveniva nella notte del 26. Ad ingrossare quel manipolo, durante la notte, erano venuti altri elementi del fra i quali le signorine Nascimbeni (donne coraggiose quelle) col fratello e lo zio Glauco portando seco viveri, munizioni e l’occorrente per medicazioni».

Una volta terminate le opere di fortificazione, gli uomini del “presidio” di porto Baross s’impadronirono di due piroscafi, che trasformarono nella loro base operativa. Il giorno appresso, un gruppo di manifestanti di ritorno da un corteo organizzato per festeggiare le dimissioni del governo e protestare contro il blocco del porto, all’altezza del ponte di Sušak (la parte croata del territorio fiumano) entrò in contatto con un posto di blocco presidiato dagli alpini del battaglione Vestone. Alle contumelie dei fiumani, gli alpini risposero aprendo il fuoco con una mitragliatrice: rimasero sul terreno quattro morti, tra cui un ragazzo dodicenne, e una ventina di feriti. La notizia dei fatti del 27 giugno e la condotta dei militari italiani suscitarono l’esecrazione generale e riaccesero passioni che sembravano sopite dall’epoca del «Natale di Sangue». Soprattutto, la strage dei civili fiumani sortì anche l’effetto di guadagnare rinforzi alla scarna guarnigione di porto Sauro: alla spicciolata e via mare (per non incappare negli sbarramenti terrestri dei carabinieri), in quei giorni giunsero volontari provenienti da quasi tutta la penisola. Ben presto, le autorità incominciarono a temere che questi movimenti (registrati con frequenza allarmante, nonostante la sorveglianza esercitata sugli scali a rischio) fossero il preludio a un colpo di mano organizzato in previsione del 12 settembre, secondo anniversario della marcia di Ronchi. Secondo il generale Bassignano, il presidio di Porto Baross, con i suoi arditi «pronti ad ogni eccesso» pesava sulla città come una minaccia permanente, tale da costringere le autorità militari a severissime misure precauzionali, al fine di impedire che «porto Baross diventi ricettacolo degli estremisti di ogni regione, e di quegli elementi che rinforzando il distaccamento lo rendono più pericoloso non solo ma mantenendo contatti con estremisti Italia possa nascere dubbio che qui si tenti preparare sorprese non soltanto per Fiume». Fra questi estremisti non potevano mancare i romagnoli.

2. I difensori di porto Sauro

Sul numero degli uomini che la sera del 26 giugno occuparono porto Baross le fonti sono piuttosto contraddittorie. Lo storico Danilo Massagrande parla di circa duecento persone; di simile entità la partecipazione che si desume dall’intervista al legionario fascista De Giorgi pubblicata su «Il Popolo d’Italia» del 17 luglio 1921: «Perché se è vero che il loro numero [dei difensori, n. d. r.] normalmente si aggira intorno agli ottanta cento uomini, è anche vero, però, che nel primo momento – e quando cioè si trattava di fare l’occupazione – c’erano…tutti. E c’erano anche le donne…Fu, anzi, tutto un corteo di folla che si riversò entro la zona. Naturalmente, non verificandosi ancora la necessità di combattere, il presidio volontario si riduce ad un nucleo sufficiente alla buona guardia». Decisamente più elitario il tenente Tonacci, primo comandante del “Presidio Arditi di Porto Sauro” che, in una dichiarazione dal titolo eloquente Porto Sauro è difeso soltanto da legionari e arditi, pubblicata sul periodico legionario «La Vigilia» del 22 luglio 1921, sostenne che la sera del 26 giugno gli occupanti non furono più di venti. In contrasto con le dichiarazioni di De Giorgi, Tonacci aggiunse che «attualmente il presidio di Porto Baross è composto esclusivamente di ed legionari ed arditi, per buona parte romagnoli. Di questi, alcuni erano iscritti ai Fasci, ma quasi tutti hanno dato le dimissioni, visto il contegno dei Fasci stessi». Affermazioni dal sapore aggressivo, in linea, peraltro con la battagliera sezione bolognese dell’ANAI (Associazione nazionale arditi d’Italia) che, su posizioni fortemente critiche verso i fascisti, ha addirittura inviato ai giornali una lettera circolare in cui si sottolinea che i «difensori di porto Sauro» sono arditi soltanto. Ne scaturirà (secondo modalità sperimentate nel litigioso mondo delle “aristocrazie” del combattentismo) un’accesa querelle a mezzo stampa. I puristi del combattentismo dannunziano, in fondo, non hanno mai perdonato agli uomini di Mussolini l’attendismo del “Natale di Sangue”, né il loro silenzio-assenso nei confronti dello Stato Libero di Fiume, formalizzato con il trattato di Rapallo e, di fatto, reso possibile solo con la repressione sanguinosa dell’esperienza legionaria. Senza dubbio, fa aggio su questo atteggiamento anche la recentissima riconciliazione fra ex volontari fiumani e arditi: questi ultimi, riaffermando la propria fede in D’Annunzio e nella “Carta di Libertà” del Carnaro, non avevano esitato a espellere da diverse sezioni gli ex “fratelli di sangue” fascisti, accusati di atteggiamenti politici reazionari, nonché di praticare la violenza in modo indiscriminato, perfino – come i coevi fatti di Treviso avevano peraltro confermato – contro ex combattenti e interventisti. In questo burrascoso scenario, l’entrata in campo di Tonino Spazzoli a Porto Baross si colloca al crocevia di due militanze, di due appartenenze: quella di avanguardista repubblicano e quella di esponente dell’arditismo, entrambe collocate alla sinistra dell’associazionismo d’ispirazione combattentistica. Dai documenti rilasciati alla fine dell’occupazione, si evince che Spazzoli e i volontari forlivesi rimasero a porto Sauro per circa un mese, dall’8 luglio al 2 agosto. L’occupazione di porto Sauro durerà ancora un mese circa, fino al 4 settembre 1921: probabilmente gli arditi romagnoli decisero di tornare a casa quando il numero della guarnigione fu sufficiente (alla fine si contarono circa novanta uomini, di cui la metà iscritta ai Fasci) a garantire un presidio efficace.

Durante la loro permanenza i forlivesi (che sulla già citata intervista-reportage del «Popolo d’Italia» vengono definiti «repubblicani…di buona razza»), si fanno anche fotografare in pose marziali, con il pendant un po’ frivolo di signorine fiumane che maneggiano, con aria atterrita, pericolose bombe a mano. Tonino, in quegli scatti che certificano, similmente a tanti ritratti di legionari fiumani, un orgoglioso «io c’ero», incarna la quintessenza di un volontarismo ben poco militarista: niente giacca con le “fiamme nere” al colletto, solo la camicia rossa da avanguardista con il fez da ardito e pantaloni borghesi. L’effetto finale è quello di un curioso misto fra garibaldino e guerrigliero balcanico, a mettere in scena, da un lato, il suo anticonformismo e, da un altro, a confermare l’incoercibile vocazione repubblicana e democratica di quella presenza. Una vocazione implicitamente confermata anche dai messaggi che Tonino e suoi compagni inviano alla stampa, come il saluto pubblicato l’11 agosto 1921 su «Fiamma Nera», organo della già ricordata sezione bolognese degli arditi, in prima linea nell’affermare l’indipendenza dell’arditismo dal fascismo e l’unità di intenti del combattentismo dannunziano. «Gli arditi forlivesi Fuzzi, Milandri, Spazzoli, Silvestroni, Zanotti, Bertaccini che a Porto Sauro hanno portato la loro solidarietà ai ribelli arditi di Fiume, mandano un vibrante eia, eia, alalà alle Sezioni Arditi di Bologna. Porto Sauro, 23 luglio 1921». Ma ormai è arrivata l’ ora di lasciare gli infuocati moli di Fiume e di portare anche a Forlì il verbo legionario. Magari, rivestendolo con la camicia rossa dell’Avanguardismo repubblicano.


Dalla descrizione del libro di Mimmo Franzinelli “Fiume” (Mondadori 2009)

All’alba del 12 settembre 1919 un migliaio di granatieri, fanti ed arditi marciano alla conquista di Fiume, crocevia di culture ed etnie, unico sbocco al mare del dissolto regno d’Ungheria. A guidare i «ribelli» c’è il Poeta-soldato Gabriele d’Annunzio, deciso a rivendicare alla madrepatria la città, abitata in maggioranza da italiani. La temeraria avventura militare aumenterà la notorietà internazionale del Vate e gli conferirà uno straordinario credito politico presso le masse di futuristi, reduci e arditi che, di lì a poco, confluiranno nel nascente e vittorioso fascismo mussoliniano.

L’immaginifica creatività di d’Annunzio dà vita a un insolito esperimento insieme politico ed esistenziale. Incurante dell’ostilità del governo italiano e degli alleati, il Comandante recluta un esercito di legionari, tiene a battesimo quotidiani e riviste, celebra adunate patriottiche e militari (con tanto d’inno ufficiale), tenta di organizzare nuove forma di socialità e perfino un nuovo stato, la Reggenza del Carnaro. Senza dimenticare la concreta solidarietà – dimostrata con una visita ufficiale a Fiume – di personalità celebri come Arturo Toscanini e Guglielmo Marconi.

Ma il «sogno» durerà poco. Nel dicembre 1920, il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti ordina lo sgombero della città e con l’uso della forza – dopo cinque giorni di scontri sanguinosi – decreta la fine dell’impresa fiumana. Osannato dalla folla, D’Annunzio abbandona a malincuore la città per ritirarsi nella gabbia dorata del Vittoriale, ma l’avventura appena conclusa finirà per imprimersi come evento-simbolo nella tormentata ridefinizione dell’Europa postbellica. In occasione del 90° anniversario dell’evento, Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini rievocano le tappe essenziali dell’impresa fiumana attraverso un prezioso volume fotografico con una selezione di circa trecento immagini, una dettagliata bibliografia e un corposo saggio introduttivo (che attinge a fonti in gran parte inedite). Fiume è il racconto per immagini, storicamente rigoroso e suggestivo, dell’avventura politica che, prima ancora dell’avvento del fascismo, segnò la crisi dello Stato liberale italiano.

[Leggi la voce della Treccani dedicata a Fiume]

(di Elio Santarelli) 
Gabriele D’Annunzio, il poeta e il romanziere dell’eroismo letterario, per le cui parole si erano esaltati tanti giovani che parteciparono al conflitto, il cittadino che aveva predicato l’intervento contro l’Austria di Francesco Giuseppe, diventa l’eroe di guerra per le audaci Imprese contro il nemico. La Beffa di Buccari, il volo su Vienna, per dare solo qualche esempio, rimangono due episodi gloriosi sia per la temerarietà dell’azione che per l’effetto psicologico e propagandistico sulle masse.
Quando poi il Poeta-soldato si fece antesignano della causa di Fiume italiana, conclusa da lui stesso il 12 settembre 1919 con la liberazione, anche se provvisoria, della città, allora parecchi giovani e fra essi i repubblicani, furono con lui nella città del Quarnaro. Così fu per Tonino Spazzoli e per altri forlivesi.

Si può affermare con certezza che appunto a Forlì, fra il 1919 e il ’20, il nome dell'”orbo” abruzzese acquistò una popolarità che contribuì non poco all’organizzazione e alla formazione (dovuta ai giovani repubblicani) della « Federazione Nazionale dei Legionari Fiumani », « Legione di Forlì» della quale sarà segretario Tonino Spazzoli, dell’Associazione pro « Sorelle Fiumane e Dalmate » ecc.
Popolarità che in parte rimase, tanto che, nel dicembre 1922, nel secondo anniversario del Natale di sangue fiumano, che segnò la sconfitta di D’Annunzio sotto le cannonate di Giolitti, uscì a Forlì il Numero unico « Italia Nova» esaltazione impetuosa dell’impresa dannunziana, Ebbene il nome del Comandante viene posto ben in evidenza fra i padri della Patria assieme a Mazzini, Garibaldi, Oberdan, Battisti, Sauro, Corridoni.


Il giornale, abbiamo detto, era tutta una esaltazione del Poeta-soldato. tuttavia nello stesso tempo rappresentava una forza polemica violentemente antimonarchica e contro il governo Giolitti che aveva affossato l’impresa fiumana. Per questo vengono condannati Mario Santarelli, l’autore dello scritto incriminato “Non dimentichiamo” e Tonino Spazzoli editore del giornale a un mese di detenzione e a cento lire, pene poi condonate per amnistia. E’ evidente comunque che i repubblicani, anche a livello di Direzione di Partito, furono vicini a D’Annunzio almeno nei primi tempi; infatti, secondo la testimonianza dell’ allora Segretario del P.R.I., Armando Casalini, si “tentò di concretare col Comando di Fiume una decisiva azione in Italia … » con “condizioni perfettamente repubblicane di una
eventuale intesa conclusiva”. A rendere più proficua questa intesa rimane la lettera, che D’Annunzio scrisse a Carlo Bazzi, allora membro della C.E. del Partito, ove si prendeva atto del “disgregamento degli organi. statali, e il maturare di una coscienza nuova nell’esercito finalmente nazionale e non più casta al servizio di una dinastia o di loschi interessi parassitari …. Dalle classi popolari la ribellione sale a quelle intellettuali ed all’esercito; l’ora della riscossa repubblicana non può tardare”. Per portare anche un esempio questa volta a portata locale aggiun~eremo che “Il Pensiero Romagnolo” in un articolo di Icilio Missiroli, esalta la Carta costitutiva di Fiume o “Statuto della Reggenza del Carnaro” per i suoi “principi nuovi ed arditi”.

Sorgono intanto tempi diversi: in Romagna ferve sempre la lotta al coltello fra repubblicani e marxisti, mentre, prima timidamente, poi a grandi passi, avanza il fascismo. Tonino Spazzoli per Sue disavventure politiche paga di persona e lo vediamo nell’agosto 1921 nel carcere di Ravenna. Vi rimane per poco, forse alcuni giorni, poi si rifugia a Porto Barross, nello Stato indipendente di Fiume, sorto dopo la defenestrazione di D’Annunzio.
Si erano formate a Forlì in quel tempo, aprile 1921, le “Avanguardie giovanili repubblicane”, volute particolarmente da Mario Santarelli per difendersi dagli avversari politici e per condurre opera e propaganda repubblicane. Tonino Spazzoli, con Icilio Missiroli, Angusto Varoli, Bruno Giacometti, Mario Miserocchi, è fra i più generosi ed attivi per la salvaguardia dell’idea.

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